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Il Sulcis: terra del Carignano e delle sue vigne secolari a piede franco

Il Sulcis è l’area geologica più antica della Sardegna che si estende a sud ovest dell’isola, riconosciuto come terroir di elezione del Carignano. Qui le vigne secolari a piede franco affondano le radici nei terreni sabbiosi battuti dal maestrale, patrimonio vitivinicolo di valore inestimabile cui il grande enologo Giacomo Tachis seppe riconoscere il giusto tributo

Pianeta Vino Angela Petroccione - 19 Novembre 2021

I sardi chiamano Meurreddìà quel territorio incontaminato che si estende a sud ovest della Sardegna, poco distante da Cagliari, isolato dal resto della regione, affacciato su una costa aspra e suggestiva e sulle isole di Sant’Antioco e San Pietro.

L’entroterra, protetto alle spalle da montagne e colline intarsiate da filari di antiche vigne e dagli arbusti della macchia mediterranea, degrada verso bianche spiagge lambite da un mare dai colori e dalle trasparenze suggestive.

È l’area geologica più antica dell’isola, il Sulcis, che prende il nome dall’antica città punica di Sulki, o Sulci, oggi Sant’Antioco.

In queste terre sabbiose, battute dal maestrale, che hanno attraversato ere per mostrarsi ancora selvagge al nostro cospetto, spiccano boschi, vigneti, fiumi e foreste, cascate, dune di sabbia, ma anche rovine di antichi insediamenti, misteriose torri e castelli, miniere abbandonate.

La natura è protagonista e rapisce per la sua bellezza, ma ad affascinare sono anche siti archeologici e borghi rurali: il Sulcis è una regione dalla storia millenaria sul cui territorio si sono avvicendate antiche civiltà, un museo a cielo aperto disseminato di testimonianze risalenti anche a 5000 anni, come le tombe scavate nelle rocce e templi di epoca punico romana.

Custode delle antiche tradizioni, dei profumi e dei sapori del Mediterraneo, è suddiviso in due zone distinte, una settentrionale con una densità abitativa maggiore, denominata Alto Sulcis, con il suo Parco Minerario già noto ai Fenici che per primi ne sfruttarono le risorse dedicandosi tra l’altro, alla coltivazione della vite, e l’altra meridionale, meno abitata del Basso Sulcis,  le cui caratteristiche pedoclimatiche la rendono terroir di elezione per uno dei vitigni più antichi e nobili della Sardegna, il Carignano, che, a piede franco, in questi suoli sabbiosi affonda le sue radici.

Sant’Antioco


Le origini e il clima del Sulcis

Che la storia del Sulcis abbia origini molto antiche, lo testimonia l’eterogeneità della composizione dei suoli in cui formazioni granitiche si avvicendano con basalti, argille, zone calcaree e aree sabbiose.

Qui i rilievi sono costituiti da rocce che formano il basamento della Sardegna paleozoica, risalente a 550-300 milioni di anni fa, ciò che resta di una catena montuosa che per lungo tempo è stata sottoposta ad erosione e a frammentazione per l’evoluzione tettonica dell’area, frammentazione che ha dato vita a fosse di sprofondamento in cui si sono accumulati depositi marini e continentali che oggi costituiscono le grandi pianure del Sulcis. Tra 30 e 14 milioni di anni fa ebbero luogo anche grandi espandimenti magmatici che diedero vita alle isole di Sant’Antioco e di San Pietro.

Questa complessa struttura geologica ha visto nel tempo addolcire le linee e accentuare le differenze tra rocce di diversa natura, fino a modellare il territorio come oggi ci appare, quasi completamente delimitato dal mare e dall’omonimo massiccio montuoso che lo isolano dal resto della regione: ad ovest pianure alluvionali si estendono lungo tutta la fascia costiera, alternandosi a rilievi collinari di bassa o media altitudine, a nord e a est i rilievi trasformano bruscamente il paesaggio a impervio e montuoso.

Il lavorio del tempo e l’incedere dei processi morfogenetici è più evidente lungo la costa, caratterizzata da una varietà di ambienti: ne sono esempi le bianche dune lungo i litorali, accumuli di origine eolica tra i più alti d’Europa, o i tomboli, lunghe strisce sabbiose che delimitano un sistema di stagni costieri in comunicazione più o meno aperta con il mare.

Il clima nel Sulcis varia con la morfologia: nella zona montuosa è più secco e fresco tutto l’anno, in quella interna pianeggiante e collinare caldo e secco con estati frequentemente torride e inverni miti, nella zona costiera più umido e fresco per la vicinanza del mare e soprattutto per i forti venti di maestrale provenienti da nord ovest che con il carico di salsedine sferzano la costa sud occidentale dell’isola per gran parte dell’anno.

Della loro influenza risentono non solo i paesaggi ma anche i profumi e i sapori dell’isola, in particolare quelli dei vini che nel loro sorso esprimono anche la salinità portata dal vento.

 

Storia e viticoltura

I primi insediamenti umani nel Sulcis risalgono al Mesolitico (9000 a.C.), ma è a partire dal Neolitico antico che si può parlare di popolamento del territorio.

Da sempre terra di conquista, dai Nuraghi ai Fenici prima, che qui costituirono i primi porti commerciali per sviluppare i commerci nel Mediterraneo, ai Vandali e Saraceni poi, che con le loro razzie spinsero le popolazioni locali ad abbandonare questi luoghi, nel Medioevo grazie all’intervento degli ordini monastici, il Sulcis vide ripopolare le sue campagne.

L’impegno ebbe frutti che non durarono a lungo. Nel XIV secolo, peste e conflitti mai sopiti tra famiglie nobili e feudatari iberici resero di nuovo disabitate queste terre, descritte dagli storici dell’epoca come selvagge e abbandonate.

Il governo spagnolo costruì allora torri di difesa e fece arretrare gli insediamenti nella piana, in modo da renderli più facilmente difendibili, così le attività e la vita ripresero a fluire e con esse la coltivazione della vite, coltivazione che è strettamente legata alla storia, alla cultura di questi luoghi e al suo ambiente che, con le sue caratteristiche, si può dire vocato alle produzioni di eccellenza.

Fino a pochi anni fa tra gli studiosi era diffusa la convinzione che l’arrivo della vite risalisse al periodo compreso tra il IX e l’VIII secolo a.C., epoca della colonizzazione fenicia, e che la diffusione più ampia sul territorio fosse legata prima alla dominazione cartaginese (VI secolo a.C.), e poi a quella romana (III sec. A.C.).

Recenti scavi archeologici condotti con moderne tecniche di indagine hanno consentito di retrodatare alla fine dell’Età del Bronzo Medio (XV sec. A.C.) o dagli inizi dell’età del Bronzo Recente (XIV sec. a.C.) la certezza della presenza della vite e del vino.

È questo il periodo in cui si intensificano gli scambi con il mondo miceneo, come testimoniano diverse brocche da vino di ceramica grigia nuragica ritrovate nel Sulcis, insieme a ceramiche micenee di importazione o imitazione locale.

Un gran numero di vitigni selvatici addomesticati in preistoria sono coltivati ancora oggi e sono quelli che vengono indicati come autoctoni sardi.

Il Carignano: le vigne secolari a piede franco del Sulcis

Il Carignano è il vitigno principe del Sulcis.

Sono diverse le teorie che raccontano della sua diffusione: da un lato la possibile introduzione ad opera dei Fenici, fondatori dell’antica Solci nell’isola di Sant’Antioco, dall’altro l’ipotesi che l’uva Carignano, detta anche Carignan o Axina de Espana, ovvero Uva di Spagna, sia arrivata durante la dominazione spagnola nel XII secolo.

Quello che è certo è il carattere di questo vitigno, amante dei terreni sabbiosi e avvezzo ai venti di maestrale provenienti dal mare, ricchi di salsedine, che ha trovato nel Sulcis, in particolare nell’isola di Sant’Antioco, il terroir per esprimersi al meglio.

Qui la natura ha preservato nel tempo le piante, coltivate ad alberello latino, proteggendole dalla fillossera, il parassita che tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 distrusse i vigneti europei. Le radici affondano in terreni di origine vulcanica, aridi e ben soleggiati, consentendo uno sviluppo diverso rispetto alle vigne innestate, con la crescita di acini piccoli, dalla ricchezza polifenolica che solo alberelli secolari sono in grado di esprimere.

Nel periodo estivo, nelle distese di sabbia di Sant’Antioco, si scorgono ettari di vigne a ridosso del mare battuti dal vento, in un clima arido che aiuta le uve a maturare dando vita ad un vino dal colore rosso intenso e dai profumi di mirto e ginepro che raccontano l’immanenza della macchia mediterranea.

Giacomo Tachis, l’enologo padre dei Super Tuscan, che dalla seconda metà degli anni 70 rivalutò il vitigno portandolo agli onori della cronaca enologica, amava dire del Carignano: “è un vino eccezionale perché la pianta dalla quale deriva ha sofferto la sete, il caldo, il vento e forse anche un po’ di fame, e la pianta che soffre leggermente, dà sempre un vino migliore.”

 


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