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Il Vulture: alla scoperta di una terra vulcanica che allatta le sue viti

Se la Basilicata può fregiarsi oggi dell’appellativo di terra di grandi vini lo deve alla presenza di un gigante buono, il monte Vulture

Pianeta Vino Angela Petroccione - 12 Novembre 2021

A nord della Basilicata, in quella punta della regione che incontra i confini di Puglia e Campania, si staglia maestoso e silente un monte alto 1326 metri.

A vederlo oggi questo gigante buono potrebbe far pensare ad un rilievo come tanti, ma un tempo fu “ardente e tremendo” e alle sue evoluzioni si devono le peculiarità di quella che oggi è riconosciuta come una terra di grandi vini, cresciuta sulle ceneri della sua ultima grande esplosione.

Il Vulture, vulcano isolato e in posizione esterna rispetto agli altri complessi tirrenici, diede il suo spettacolo più significativo 133.000 anni fa, dopodiché calò il sipario, ma solo per poco perché ben presto se ne levò un altro.

Ai piedi del monte, a 652 metri sul livello del mare, dove c’era un cratere, in era quaternaria trovarono spazio due suggestivi laghi, oggi conosciuti come laghi di Monticchio, abbracciati dai boschi e da una rigogliosa vegetazione, e le ceneri che avevano invaso le zone limitrofe dopo l’ultimo evento piroclastico, si compattarono con il territorio dando vita ad una roccia spugnosa nota anche come tufo vulcanico.

Questo tufo, secondo un detto dei vecchi viticoltori, “allatta le viti” che oggi disegnano i paesaggi dei paesi di Barile, Rapolla, Rionero, Melfi e Venosa.

Un nutrimento prezioso che insieme ad un microclima favorevole consente una maturazione perfetta delle uve, in particolare dell’Aglianico, il cui ciclo è molto lungo e che qui, nel Vulture, assume connotazioni peculiari, riconosciute per la loro eccellenza a livello nazionale ed internazionale.

Le origini e il clima del Vulture

L’origine vulcanica delle terre del Vulture ne ha chiaramente influenzato l’evoluzione creando un substrato agrario importante per questo terroir.

L’ultima eruzione, risalente al Pleistocene superiore, è stata seguita da lunghe fasi di quiescenza interrotte solo da pochi e piccoli fenomeni vulcanici secondari, come quelli registrati in epoca contemporanea, fino al 1820. Le intense attività pregresse sono però bastate per dar vita a vallate e colline su cui, successivamente, si sono depositati residui alluvionali e da ritiro delle acque marine, favorendo la formazione di numerose sorgenti d’acqua.

Il materiale magmatico è ormai sepolto sotto strati di terreno argilloso, sabbioso, e limoso, ricchi di potassio e minerali ferrosi, dalla colorazione bruno rossastra tipica dei suoli pozzolanici, frammisti a quelle rocce spugnose che in profondità assorbono l’acqua delle piogge e nevicate invernali per renderla disponibile durante il periodo estivo, evitando situazioni di stress idrico per le coltivazioni. Per questo si dice che il vulture come una madre allatta le sue viti, rendendo loro sempre disponibile il bene più prezioso per la crescita e la sopravvivenza.

Siamo quindi di fronte ad un suolo, con un’altitudine media tra i 400 e i 600 metri sul livello del mare, che per la sua natura ha acqua sempre disponibile in profondità la qual cosa contempera il clima particolarmente secco e caldo in superficie.

Infatti, a differenza di quello che si potrebbe immaginare, pur trovandoci nell’Italia meridionale il clima non è umido: l’altitudine dei vigneti (in media 500 – 300 metri  sul livello del mare) e l’effetto protettivo del Monte Vulture che abbraccia il territorio circostante, garantiscono alle viti un clima fresco e secco.

Per non parlare delle forti escursioni termiche che caratterizzano l’estate, con differenze tra giorno e notte anche di 15 – 20 gradi, condizione che agisce sulla maturazione fenolica e zuccherina delle uve rendendola lenta e graduale. Per questo motivo qui la vendemmia è una della più tardive, avendo inizio nella seconda metà di ottobre per concludersi nei primi dieci giorni di novembre.

Storia e viticultura

La vite in Basilicata ha origini antichissime, introdotta dagli Enotri nel 1300 a.C., successivamente allevata dai Lucani, la sua coltivazione vide la massima fioritura all’epoca della colonizzazione dell’Italia meridionale da parte dei Greci, che nel II millennio a.C. diedero rinnovato impulso con l’introduzione di nuove varietà e forme di allevamento a partire dall’alberello, che meglio di altre si adatta a climi caratterizzati da caldo e siccità.

Lo testimoniano numerosi reperti venuti alla luce in siti archeologici nell’area del Vulture: coppe, vasi ed utensili per la mescita del vino decorati da scene con protagonista il dio Dioniso, prodotti in loco o importati dalla Grecia, rappresentazione plastica della fusione tra la tradizione greca con quella locale indigena lucana.

La tradizione vinicola continua poi in epoca romana come confermano le testimonianze di Plinio, tanto che secondo alcuni studiosi l’aglianico del vulture concorreva in modo prevalente alla costituzione del falerno.

Successivamente la viticoltura ha continuato a caratterizzare cultura e costumi delle popolazioni, in particolare in epoca medioevale la sua rinascita porta ad un aumento della estensione dei terreni destinati all’allevamento dei vigneti, soprattutto quelli di proprietà ecclesiastica. Il vino veniva infatti impiegato per la celebrazione dei riti cattolici, ma anche come medicina, e come alimento per le sue proprietà nutritive, assunto per rinvigorire fisici debilitati come per curare le ferite, utilizzato per le sue qualità antisettiche.

Tra XI e XIV secolo cambia anche il paesaggio agricolo del vulture, con la crescente domanda di vino i versanti del monte sono coltivati a vigneto con i filari che lambiscono le mura delle città. Nei territori di Barile, Maschito, Rionero in Vulture le cantine vengono attrezzate direttamente nelle grotte. In un censimento del tardo 1500 si registrano 110 cantine ricavate in quelle ipogee naturali o scavate dall’uomo.

Dai primi anni del Novecento fino agli anni Settanta non c’era palmo di terra che non fosse coltivato a vite ma era una coltivazione molto frammentata, dell’ordine di uno, due, tre ettari in media per famiglia.

La svolta arriva tra gli anni ’80 e ’90: si inizia a puntare sull’Aglianico come grande espressione di questo territorio vulcanico, entrano in gioco le cantine sociali, e a tracciare il rinascimento sono soprattutto le aziende storiche del Vulture.

L’aglianico del vulture: il Barolo del Sud

La crescita della dimensione vitivinicola del Vulture in termini di eccellenza è legata alla scelta di puntare sulla centralità di un vitigno, l’Aglianico, che in queste terre assume connotazioni uniche e che rappresenta ormai quasi il 50% della produzione rispetto alle altre varietà.

Dalla sua storia antichissima, legata nelle origini al mondo greco, alle caratteristiche donate al frutto dalle peculiarità del suolo vulcanico, sono molte le motivazioni che hanno portato gli esperti a definirlo il Barolo del Sud: tannini, acidità e aromi dell’Aglianico del Vulture ricordano quelli del grande vino piemontese, così come la predisposizione ad un invecchiamento significativo affinché la sua intensità tannica si ammorbidisca.

I suoi estimatori nel corso dei secoli ne hanno esaltato l’eccezionalità, da Quinto Orazio Flacco originario proprio di Venosa, che ne cantava la capacità di ingentilire il Falerno servito a Roma in occasione dei banchetti dell’imperatore, a Federico II di Svevia che innamoratosene ne promosse la coltivazione, a Carlo I d’Angiò che, dopo averlo assaggiato nel 1280 a Castel Lagopesole ne ordinò la fornitura di 400 salme, i nostri 185 litri.

In questo vino rubino, intenso, caldo eppure asciutto come il clima delle valli in cui le viti affondano le loro radici, dalla grande personalità e longevità, il Vulture trova la rappresentazione delle sue anime, una sintesi culturale figlia di una evoluzione durata secoli.

La nascita della DOC risale al 1971, ma è nel 2010 che la tipologia superiore ottiene la Denominazione di origine controlla e garantita, iscrivendo l’Aglianico del Vulture tra i grandi vini del panorama italiano e internazionale.

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