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Le Langhe: un viaggio tra natura, storia e vino

Le Langhe rappresentano una delle regioni al mondo enologicamente più affascinanti, che porta nel DNA la vocazione vitivinicola

Pianeta Vino Angela Petroccione - 22 Ottobre 2021

A ridosso delle Alpi Marittime e dell’Appennino Ligure, a cavallo delle province di Asti e Cuneo, si estende per circa 40 chilometri a sud del fiume Tanaro quel territorio del Piemonte meridionale che rappresenta una delle regioni al mondo più affascinanti e generose per qualità e varietà delle produzioni vitivinicole: le Langhe.

Questo angolo di paradiso, il cui suggestivo paesaggio è stato riconosciuto nel 2014 come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, vede susseguirsi colline rigogliose impreziosite da borghi di origine medioevale, dai quali si ergono fieri imponenti castelli e torri.

In quella che viene definita Bassa Langa, la zona compresa tra il fiume Tanaro e il Belbo, dove le colline non superano i 600 metri di quota, luoghi dell’infanzia di Cesare Pavese che resteranno per tutta la vita dell’artista sfondo e ispirazione della sua poetica, le vallate sono poco profonde, le pendenze sono medie, e nel tempo si è affermata una monocoltura, quella della vite, che ne ha modificato la fisionomia.

Qui è raro il ricorso ai terrazzamenti, i filari sono disposti a girapoggio o a ritocchino, conferendo grande armonia al paesaggio che sembra letteralmente scolpito. Ad essere prediletti sono i vitigni autoctoni: Nebbiolo, Dolcetto, Barbera, Moscato.

Nell’Alta Langa, invece, territorio più ripido al confine con la Liguria, la geometria delle coltivazioni non è scandita solo dalla geometria delle vigne ma da macchie più o meno regolari di noccioleti, frutteti, campi di grano e boschi.

Le radici dell’eccezionalità di questo territorio vitivinicolo, patria del Barolo e del Barbaresco, vanno ricercate nelle sue origini, nel ricco sottosuolo e in un clima particolarmente favorevole.

Le origini e il clima delle Langhe

La storia di queste colline di natura morenico-alluvionale inizia trenta milioni di anni fa, durante l’Oligocene inferiore, quando era presente il Mare Padano.

L’Arco Alpino, che oggi le circonda, iniziò a sollevarsi dalle acque mentre le Langhe continuarono a restare sommerse fino a due milioni di anni fa, quando, improvvisamente, sotto la spinta del continente africano, emersero.

Il loro aspetto primordiale era quello di tante piccole isole caratterizzate da un clima tropicale, ma nel giro di qualche millennio violenti cambiamenti climatici ne mutarono i connotati. I fiumi, da prima impetuosi, drenarono l’acqua del mare, mentre lunghi periodi di aridità estrema ne forgiarono il terreno.

Il clima e l’aspetto delle langhe si stabilizzarono appena centomila anni fa, anche se il processo di assestamento di questi imponenti pendii non era ancora terminato. Frane ed eventi alluvionali confermarono che questo oceano di colline continuava ad essere il mare agitato che lo aveva generato milioni di anni prima.

La composizione del suolo oggi è molto complessa e mostra straordinaria ricchezza geologica: si alternano rocce compatte negli strati inferiori e suoli sabbiosi in superficie. I terreni sono poveri di elementi organici ma ricchi di minerali grazie alla predominanza di argilla, calcare, marna blu e gesso, con stratificazioni che caratterizzano in modo peculiare zone che distano pochi chilometri l’una dall’altra e che accolgono ciascuna le varietà di cui rappresentano il perfetto habitat di sviluppo.

 Le Langhe sono protette dai fenomeni climatici estremi dalla barriera naturale rappresentata dalle Alpi che le circondano quasi abbracciandole. Anche la vicinanza del mare, che dista meno di cento chilometri, è stata fondamentale per lo sviluppo della viticoltura perché soprattutto d’estate, grazie alla brezza, consente di abbassare le temperature contribuendo ad una escursione termica elevata tra giorno e notte.

Storia e viticoltura

Il nome Langhe, che significa “lingue di terra” è riconducibile alla prima occupazione di questi territori che avvenne nel 2000 a.C. ad opera dei Langates (o Langenses), tribù liguri spinte sulle colline interne dall’avanzare dei Celti nel 2000 a.C.

Furono però i Romani, che nella battaglia di Caristo scacciarono definitivamente i liguri nel II secolo a.C., ad urbanizzare il territorio costruendo strade, necropoli, accampamenti e a rendere sistematica la coltivazione della vite.

Fino all’Alto Medioevo il disegno del paesaggio rurale delle langhe rimase invariato, in pianura si coltivavano cereali e si allevavano ovini e caprini, ai piedi delle colline si sviluppavano i centri abitati, mentre alla sommità di queste i signori locali costruivano castelli e torri di avvistamento.

Tra i due estremi, sui versanti più esposti al sole, si estendevano i vigneti, considerati un bene così prezioso che tutti gli statuti dei comuni quattrocenteschi e successivi fanno riferimento sempre all’obbligo della loro protezione. A coltivarli erano i monaci o all’interno delle masserie della chiesa o nell’ambito delle mura dei castelli.

A partire dall’anno Mille, in cui iniziano i patti di enfiteusi tra i signori e gli abitanti, e la borghesia iniziò la coltivazione della vigna anche fuori dalle mura strette del castello, i filari iniziarono ad essere impiantati nei posti più ben esposti e vicini a strade e cammini.

A partire dal XIV secolo e durante il Rinascimento la viticultura divenne sempre più centrale nell’economia dei luoghi: villaggi, castelli fattorie e piccoli centri assolvevano una funzione produttivo commerciale, e iniziò a diventare sempre più significativo il fenomeno del frazionamento delle proprietà, con effetti anche sul paesaggio.

Fenomeno che continuerà a crescere nel XVIII secolo quando il vino si affermò come prodotto elitario e divenne oggetto di speculazione economica.

All’inizio del XIX secolo le leggi napoleoniche espropriarono le proprietà ecclesiastiche dando la possibilità ad aristocrazia e borghesia di sviluppare una viticultura di sempre maggiore qualità, condizione che favorì l’importazione del modello francese nelle Langhe.

Non solo vennero coinvolti enologi d’oltralpe per migliorare la gestione agronomica dei vigneti la vinificazione e l’affinamento (tra loro spicca il nome di Louis Oudart, enologo di Vitry-le Francois in Champagne, che Cavour volle per la sua tenuta di Grinzane), ma anche concetti tipici della cultura viticola francese come quello di cru entrarono a far parte del patrimonio agricolo piemontese.

La fillossera non risparmiò il Piemonte e nell’ultimo decennio del XIX secolo furono decimati i vigneti, come accaduto nel resto di Europa. Lo sforzo per reimpiantarli sui portainnesti consentì di ricostruirli su basi agronomiche ancora più solide destinando alla vite solo i terreni migliori, lasciando il fondovalle alla frutticoltura.

Con l’inizio del XX secolo si posero le basi anche per la protezione legislativa dei vini prodotti nelle Langhe, con la fondazione nel 1934 del Consorzio per la tutela dei vini tipici di pregio Barolo e Barbaresco.

Barolo e Barbaresco: l’eccellenza delle Langhe

Il fiore all’occhiello della viticultura delle Langhe è rappresentato da Barolo e Barbaresco che non solo rappresentano un pezzo della storia dell’enologia del nostro paese, ma hanno influenzato profondamente l’evoluzione paesaggistica, sociale ed economica di un territorio.

Si tratta delle uniche due DOCG che hanno adottato una suddivisione interna in sottozone e godono di una menzione aggiuntiva secondo il modello dei cru in Borgogna.

Anche per Barolo e Barbaresco vige la filosofia della derivazione da monovitigno, in questo caso non il Pinot Nero dei cugini d’oltralpe ma il Nebbiolo, uva principe del territorio, complessa, dalla buccia spessa e ricca di polifenoli, vitigno i cui grappoli hanno bisogno di una lunga maturazione che si protrae fino a novembre e che si presta a lunghi affinamenti.

Sulle origini del nome Nebbiolo nel tempo si sono consolidate due scuole di pensiero: una che lo lega al termine latino “nebia” ad indicare le condizioni climatiche durante la vendemmia che abbiamo detto essere tardiva, l’altra che invece legherebbe il nome allo strato di pruina consistente presente sulla buccia a protezione dell’acino.

Il Barolo che conosciamo oggi nasce intorno al 1830. Grazie all’influenza della grande scuola enologica francese da vino amabile e frizzante divenne infatti un vino secco la cui storia ha avuto alti e bassi fino al boom del Barolo contemporaneo.

Il Barbaresco ha invece una storia più recente, pare infatti che per tutto l’800 il nebbiolo coltivato nella parte orientale delle Langhe rispetto ad Alba confluisse nella produzione di Barolo. Solo con la nascita della Cantina Sociale del Barbaresco nel 1894 inizia il suo percorso identitario.

Oggi la produzione di Barolo conta 2100 ettari vitati, distribuiti su 11 comuni, con 181 menzioni geografiche aggiuntive, quella del Barbaresco 750 ettari vitati distribuiti su 3 comuni con 66 menzioni geografiche aggiuntive.

Come testimonia il Liv-Ex, la borsa dei vini di pregio, Barolo e Barbaresco hanno sperimentato una crescita significativa dei prezzi nel lungo periodo ed hanno determinato i maggiori movimenti di mercato in Italia.

Anche la quota commerciale del Piemonte rispetto alla Toscana negli ultimi anni sta crescendo esponenzialmente: la quota di valore della Regione sul commercio totale del Bel Paese è salita infatti dall’11,4% del 2015 al 43,4% del 2021.

Il Barolo è stato il principale artefice di questo processo di crescita occupando il 73% del mercato piemontese dei fine wines, a seguire il Barbaresco.

Il grande exploit che ha investito le due aree di produzione ha avuto una ricaduta importante su tutto il territorio della Langhe che da povero si è ritrovato in pochi anni economicamente molto florido, con una escalation della popolarità nel mondo del vino che non frena la sua ascesa.

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      Angela Petroccione

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