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L’Elba, perla maggiore del Tirreno e isola dell’Aleatico

Quello dell’Elba è un territorio dalla vocazione e rilevanza vitivinicola cresciuta dall’antichità fino ai primi anni Sessanta, quando l’abbandono delle campagne in favore dello sviluppo delle attività turistiche portò ad un forte ridimensionamento delle aree destinate ai vigneti. Oggi si punta a ritornare agli antichi fasti, valorizzando autoctoni dalla celebre storia come l’Aleatico, il vino amato da Napoleone Bonaparte.

Pianeta Vino Angela Petroccione - 13 Maggio 2022

Ci sono luoghi in cui la viticoltura si intreccia così fortemente alla leggenda, alla storia e all’evoluzione del territorio che immaginare un percorso che non ne contempli l’influenza e la contaminazione è davvero ambizioso.

È il caso dell’Elba, isola maggiore dell’arcipelago toscano, con i suoi 147 chilometri di coste emerse dall’inabissato crinale che univa l’Italia alla Corsica, ricca di sorgenti, verde, e selvaggia, accarezzata dalla brezza marina, dal calore del sole e avvolta dai sentori della macchia mediterranea, terra montuosa, che supera i 1000 metri sul livello del mare con quel Monte Capanne cui si deve la variabilità dei microclimi dei diversi versanti.

La sua dimensione fatta di armonia, che si ritrova anche nei suoi vini, riporta alla leggenda che lega la sua origine, e quella delle altre sei sorelle minori di cui si compone l’arcipelago, alla venuta al mondo di Afrodite, generata dalla schiuma del mare già con le sembianze di donna. Nella foga di raggiungere la riva, la dea greca della bellezza cercò di allacciarsi la collana regalatale da Paride, ma il filo si ruppe e sette perle scivolarono davanti alle coste toscane, fermandosi sulla superficie, incastonate nel blu del mare.

Una perla, l’Elba, associata alla bellezza ma anche alla ricchezza del sottosuolo che le è valsa l’appellativo di isola della pietra e del ferro, oltre che del vino.

Da sempre ha visto il suo destino intrecciato all’allevamento della vite grazie alla eterogeneità dei suoli, che presentano connotazioni diverse a seconda delle zone di riferimento, peculiarità che si ritrovano nel calice in termini di componenti olfattive e mineralità: il versante occidentale con terreni sciolti e sabbiosi, frutto della disgregazione di rocce granitiche, quello centrale con terreni argillosi e quello orientale con suoli dal medio impasto, ricchi di minerali, ferro e magnesio.

Furono i focesi ad introdurre nel X secolo a.C. la coltivazione della vite con la tecnica dell’alberello e già dal tempo degli Etruschi rinomata per la produzione di uve e vini pregiati, sotto il dominio romano, in epoca imperiale, l’Elba vide crescere la sua vocazione.

Il naturalista romano Plinio il Vecchio la definì “Insula Vini Ferax”, cioè isola portatrice di vini, sottolineandone la natura di vero e proprio hub, punto di snodo di fiorenti traffici commerciali enoici instauratisi nel I secolo d.C. con Roma, come testimoniano le anfore ritrovate al largo delle coste e custodite nel Museo Archeologico della Linguella.

La rilevanza vitivinicola caratterizzò anche l’epoca medioevale, quando attraverso Pisa i vini venivano esportati in tutta la Toscana. Bisognerà invece attendere l’età rinascimentale perché i vigneti diventino oggetto di tutela e lo si deve a Ferdinando I de’ Medici che emanò specifiche   norme debitamente documentate. La crescita della produzione si fermò solo nella seconda metà dell’Ottocento, quando oidio e fillossera invasero l’isola, ma nei primi anni del Novecento già si recuperò gran parte dei vigneti andati persi.

La crisi degli anni Sessanta che portò all’abbandono delle miniere e delle campagne per orientare l’economia dell’isola al turismo, segnò la fase di più grande declino per la viticoltura elbana, con una riduzione drastica delle superfici vitate scese dai 5000 ettari prefillossera e i 3000 degli anni Trenta alle poche centinaia attuali.

Oggi le vigne sono ancora elemento distintivo del paesaggio ma restano confinate nelle aree meno impervie, più dolci e pianeggianti, tagliando fuori i filari d’altura che pure esprimevano note peculiari del terroir. Negli ultimi decenni grazie alla volontà e tenacia di giovani viticoltori sempre più qualificati l’impegno è volto a riconquistare gli antichi fasti grazie anche al lavoro svolto dal Consorzio di Tutela del vino dell’Isola d’Elba.

Tra Ansonica e Procanico (Trebbiano toscano) Vermentino e Sangioveto il simbolo dell’isola resta l’Aleatico, vitigno a bacca nera, dal grappolo piccolo, originario della Grecia, riconducibile al ceppo del moscato nero toscano.

La sua produzione richiede che le uve vengano lasciate sovramaturare sulla vite per diverse settimane e che vengano accuratamente selezionate in occasione della vendemmia. Successivamente vengono sottoposte all’appassimento che fino a pochi anni fa avveniva esclusivamente su graticci esposti in pieno sole, con protezione dei grappoli solo di notte per evitare la rugiada, mentre oggi viene realizzato all’ombra in strutture ventilate e aperte sui lati.

Dal colore intenso con sfumature che vanno dal violaceo al rubino, morbido e rotondo, dalle note di frutta secca e confettura, l’Aleatico seppe ammaliare anche il grande Napoleone che ne bevve un calice appena sbarcato sull’isola dove sarebbe rimasto in esilio per dieci mesi. Da quel momento pare che l’Aleatico non sia mai più mancato alla sua mensa e anche al suo ritorno in Francia non poteva fare a meno di parlarne con ammirazione trovando in quel nettare un legame forte con una terra che amò profondamente.


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