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L’Oltrepò Pavese e le sue “terre diverse” vocate alla viticoltura

L’Oltrepò Pavese, con le sue ampie vallate e le sinuose colline dominate da antichi castelli medioevali, borghi e monasteri, è una combinazione di paesaggi, un intreccio di culture e tradizioni delle quattro regioni di cui è espressione, tra i territori italiani che maggiormente hanno associato la propria identità al mondo del vino, traino dell’economia ormai da decenni.

Pianeta Vino Angela Petroccione - 20 Maggio 2022

C’è un triangolo che si estende per poco più di mille chilometri quadrati tra il Po e il monte Lesima, crocevia che abbraccia le province di Piacenza, Alessandria e Genova, facilmente individuabile per la sua forma caratteristica a grappolo d’uva e storicamente nota per la vocazione vitivinicola, forte anche della sua posizione, attraversata dal 45esimo parallelo, quella che è conosciuta come la latitudine della perfezione enologica.

Un’area cui sono stati riservati diversi appellativi, da “Vecchio Piemonte”, in memoria dei tempi in cui era parte integrante dello Stato sabaudo, a “Terre diverse” definizione che gli abitanti delle zone circostanti hanno scelto quasi a voler esprimere una distanza, ma di fatto riconoscendo una sorta di indipendenza e autonomia di un popolo che ha saputo costruire nel tempo una dimensione unica e irripetibile, continua ma non omogenea alla loro.

L’Oltrepò Pavese, con le sue ampie vallate e le sinuose colline dominate da antichi castelli medioevali, borghi e monasteri, è una combinazione di paesaggi, un incredibile intreccio di culture e tradizioni delle quattro regioni di cui è espressione, testimonianza viva di un passato ricco di storia, e tra i territori italiani che maggiormente hanno associato la propria identità al mondo del vino, traino dell’economia ormai da decenni.

Un territorio di tipo pre-appenninico spesso interessato da frane e da fenomeni erosivi che hanno nel corso dei secoli fatto affiorare formazioni diverse, dalle marne, ai calcari ai gessi e galestri, formazioni che vedono combinarsi sabbia e argille in modo diverso, a testimoniare che in passato dove ora ci sono rilievi c’era un mare con temperature e condizioni ambientali di tipo tropicale.

Le colline, che non superano i 400 metri di altitudine, con un clima asciutto di inverno e ventilato d’estate, con forti escursioni termiche dovute alle correnti ascensionali delle zone montane, hanno caratteristiche molto favorevoli per la coltivazione della vite.

I terreni della zona collinare bassa sono infatti costituiti da rocce sedimentarie, quelli della zona collinare alta sono di origine gessosa, una variabilità che garantisce un grande potenziale, consentendo di dar spazio all’allevamento di tipologie di vitigni molto diversi tra loro.

Abitato sin dalla Preistoria, l’Oltrepò pavese ha ospitato la vite dai tempi più antichi, come testimonia il tralcio fossile conservato presso il Museo Archeologico di Casteggio, anche se non è chiaro a chi debba riconoscersi il merito di averla introdotta: alcuni ritengono che furono popolazioni ariane provenienti da Armenia, Georgia e Mesopotamia, secondo altri sarebbero stati invece gli Etruschi nel VI secolo a.C.

I metodi di coltivazione erano prevalentemente due, quello di origine greca, a ceppo basso e sostegno morto, e quello di influenza etrusca che, grazie alla potatura lunga e al sostegno vivo, ingentilì le specie selvatiche locali mettendo in atto una selezione dei vitigni.

Le prime memorie sulla viticoltura sono da attribuirsi a Strabone che ebbe modo di visitare queste terre attraversandole con una legione romana. Lo storico greco descrisse la zona oltrepadana che si estendeva ai lati della Via Emilia, nel tratto compreso tra Piacenza e Clastidium, ascrivendo agli artigiani locali l’invenzione della botte in legno e decantandone i vini, cosa che fece anche Plinio il Vecchio che aveva avuto modo di verificarne la qualità.

La viticoltura fiorì in epoca romana e anche in epoca medioevale, ma le indicazioni più significative vengono nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’Oltrepò Pavese contava ben 225 vitigni autoctoni, molto più numerosi rispetto ai poco più di dieci attuali.

Nei decenni successivi la vite è rimasta perno principale dell’agricoltura e, superando anche lo scoglio della fillossera, già dai primi anni del Novecento sono stati introdotti criteri da vigneto specializzato, con razionalizzazione degli impianti e dei cloni, puntando ad un sistema produttivo di qualità.

Si arriva così agli attuali 13.500 ettari vitati grazie ai quali l’Oltrepò pavese rappresenta una delle prime cinque denominazioni italiane per estensione, esprimendo il 60% dell’intera produzione della Lombardia, un patrimonio vinicolo distribuito tra più di 6000 aziende agricole che costituiscono la terza area di produzione certificata italiana per numero di ettolitri prodotti all’anno.

In testa vitigni internazionali come il Riesling e il Pinot nero la cui area produttiva è terza a livello mondiale, e cultivar autoctoni come Croatina, Barbera e Moscato che danno vita a prodotti fortemente riconoscibili, e a vini della tradizione come la Bonarda, la cui produzione arriva a circa 20.000 bottiglie.

Proprio il Pinot Nero, la cui produzione rappresenta il 75% di quella nazionale e cui sono dedicati ben tremila ettari vitati, è considerato uno dei vitigni che meglio può esprimere le sue potenzialità in queste terre, dove trova una perfetta maturazione fenolica, equilibrio alcolico, ph bassi e giusta mineralità.

 


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