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Regole europee e direttive comunitarie non valgono per baccalà e stoccafisso

Regole europee e direttive comunitarie non valgono per baccalà e stoccafisso. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ha prosciolto un pescivendolo dall’accusa di non aver conservato bene al fresco, secondo i dettami Ue, il baccalà che teneva in ammollo nel secchio e a pezzi essiccati nel cartone. Secondo la Cassazione, l’Unione Europea non […]

Attualità Redazione 2 - 14 Gennaio 2019

Regole europee e direttive comunitarie non valgono per baccalà e stoccafisso. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ha prosciolto un pescivendolo dall’accusa di non aver conservato bene al fresco, secondo i dettami Ue, il baccalà che teneva in ammollo nel secchio e a pezzi essiccati nel cartone.
Secondo la Cassazione, l’Unione Europea non ha regolamentato la commercializzazione di questo prodotto per cui non è possibile perseguire chi non segue direttive non specifiche, chi lo vende esclusivamente seguendo le regole di comune esperienza, e vale a dire al di sotto dei 15 gradi.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura di Asti che voleva condannare un commerciante torinese che vendeva il baccalà a temperature di due gradi superiori ai quattro prescritti dal Pacchetto Igiene emanato nel 2004 da Bruxelles. La Procura di Asti nel suo ricorso ha sostenuto che “pur non essendo stati fissati dalla legge limiti predeterminati sulla conservazione del baccalà, ciò nondimeno i Regolamenti comunitari del Pacchetto Igiene del 2004 hanno rivoluzionato il comparto produttivo degli alimenti di origine animale e vegetale attribuendo all’operatore del settore alimentare la responsabilità della salubrità dell’alimento in tutte le fasi del processo, dalla produzione alla commercializzazione“. Con la conseguenza che, ha aggiunto il Pm, se in questo caso specifico “il produttore ha indicato in etichetta la temperature di conservazione tra zero e quattro gradi è perché ha già valutato il rischio, in relazione alle caratteristiche organolettiche del prodotto ed alla quantità di sale impiegato, legato in concreto a quel prodotto, onde tutti gli operatori e rivenditori devono attenersi a quelle indicazioni vincolanti“.
Secondo la Cassazione, però, “nessuna prescrizione contenuta nei citati regolamenti comunitari conferisce al produttore, in relazione alla tecnologia utilizzata per la conservazione del prodotto, il potere di dettare indicazioni di contenuto precettivo nei confronti dei commercianti al dettaglio, la cui violazione si configuri perciò come una violazione di legge“.


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