Cibo e salute. Scoperto legame tra PFAS e la perdita di densità ossea

Uno studio evidenzia come i PFAS, presenti nelle acque del Veneto, possano alterare il metabolismo osseo, aumentando il rischio di osteoporosi anche nei giovani

3 Marzo 2025 - 09:06
Cibo e salute. Scoperto legame tra PFAS e la perdita di densità ossea

SALUTE - Uno studio recente, pubblicato sulla rivista Chemosphere e frutto della collaborazione tra l'Università di Padova e l'Ospedale di Vicenza, ha messo in luce nuovi dettagli sull'impatto dei PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) sulla salute umana. In particolare, la ricerca ha evidenziato come queste sostanze possano alterare il metabolismo del calcio, con possibili conseguenze per la salute delle ossa. Lo studio, finanziato dalla Regione Veneto, ha analizzato i dati di 1.174 adulti residenti in un'area particolarmente colpita dalla contaminazione delle acque potabili, nota come "area rossa" del Veneto.

Cosa sono i PFAS?

I PFAS, abbreviazione di perfluorinated alkylated substances, sono composti chimici sintetici introdotti negli anni '40. Oggi se ne conoscono oltre 4.000 tipologie, utilizzate principalmente nei processi industriali grazie alla loro straordinaria resistenza e alla loro capacità di respingere acqua e grassi. Per questo motivo, sono ampiamente impiegati nella produzione di materiali antiaderenti, tessuti impermeabili e schiume antincendio.

Impatto sulla salute: il legame con l'osteoporosi

Le preoccupazioni sui possibili effetti nocivi dei PFAS sulla salute pubblica sono sempre più diffuse. Una delle conseguenze più allarmanti dell'esposizione a queste sostanze è l'aumento del rischio di osteoporosi, una condizione che rende le ossa fragili e soggette a fratture. Sebbene l'osteoporosi sia comunemente associata all'invecchiamento, studi recenti suggeriscono che anche individui più giovani possano sviluppare una riduzione della densità ossea se esposti a lungo ai PFAS.

Il professor Carlo Foresta, coordinatore della ricerca che ha coinvolto team di Padova, Vicenza e Napoli in un'indagine durata quattro anni, ha spiegato che i PFAS danneggiano le cellule ossee, portando a una perdita di densità ossea e a un conseguente aumento del calcio nel sangue. Già in precedenti studi, il suo gruppo aveva rilevato una riduzione della densità ossea in giovani diciottenni residenti nelle aree contaminate. L'effetto è stato attribuito all'interferenza dei PFAS con il recettore della vitamina D, essenziale per il benessere delle ossa.

I risultati dello studio

I ricercatori hanno esaminato i livelli di PFAS, calcio, vitamina D e paratormone nel sangue di 655 uomini e 519 donne, di età compresa tra i 20 e i 69 anni. L'analisi ha rivelato che le persone con una maggiore concentrazione di PFAS nel sangue presentavano anche livelli più elevati di calcio. Tuttavia, lo studio ha escluso che questa alterazione fosse dovuta a variazioni nei livelli di vitamina D o paratormone, suggerendo piuttosto un effetto diretto dei PFAS sul metabolismo osseo.

Andrea Di Nisio, primo autore della ricerca, ha ipotizzato che l’aumento del calcio nel sangue sia dovuto alla liberazione di calcio dalle ossa, un processo regolato dagli osteoclasti, le cellule responsabili del riassorbimento osseo. Questo meccanismo potrebbe spiegare la riduzione della densità ossea osservata nei soggetti esposti ai PFAS.

Conseguenze e prospettive future

I risultati dello studio si aggiungono al crescente numero di ricerche che evidenziano i rischi associati ai PFAS, soprattutto in relazione alla contaminazione delle acque potabili in Veneto. Il fatto che anche bassi livelli di esposizione prolungata possano compromettere la salute delle ossa sottolinea l’urgenza di interventi mirati per contenere la diffusione di queste sostanze.

La necessità di proteggere le popolazioni esposte da ulteriori danni alla salute è ormai una priorità per le autorità sanitarie e ambientali. Questo studio rappresenta un passo importante nella comprensione dei rischi legati ai PFAS e rafforza la richiesta di misure concrete per tutelare la salute pubblica.

Per consultare lo studio clicca qui: www.sciencedirect.com

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