Altemasi Week a Napoli, il Trentodoc di Cavit tra viticoltura di montagna e ristorazione
Da CRUdoRE’, a Napoli, il racconto del progetto itinerante di Cavit e delle scelte enologiche che caratterizzano i suoi Trentodoc.
EVENTI - Dopo Firenze e Torino, Napoli è la terza tappa del progetto itinerante con cui Cavit porta il proprio Trentodoc fuori dal territorio di produzione, coinvolgendo la ristorazione nella conoscenza e nella valorizzazione delle bollicine trentine.
Dal 12 al 18 ottobre, Altemasi Week interessa ristoranti, wine bar ed enoteche del capoluogo campano e della provincia, attraverso degustazioni al calice e abbinamenti gastronomici. Un percorso che prende avvio dalla formazione degli operatori e prosegue nei luoghi in cui il vino viene proposto e consumato.

A illustrarne gli obiettivi, durante una cena organizzata per la stampa al ristorante CRUdoRE’ di Napoli, è stata Luisa Marinoni, Responsabile Marketing di Cavit. «Il progetto è nato quest’anno e ha l’obiettivo di far conoscere le nostre bollicine di montagna attraverso un tour in diverse città italiane», ha spiegato, sottolineando come la scelta delle destinazioni tenga conto della ricettività degli operatori e del pubblico verso nuove proposte.

Da Sinistra Fabrizio Mari e Luisa Marinoni nella serata di CRUdoRE
La formula prevede masterclass dedicate ai professionisti del settore, seguite da una settimana di appuntamenti aperti ai consumatori nei locali aderenti. A Napoli gli incontri formativi sono stati due, mentre il calendario coinvolge realtà differenti per tipologia di servizio e proposta gastronomica. Il tour proseguirà nel 2027 con altre città italiane. Il programma completo della tappa napoletana è disponibile sul sito Altemasi.
Dalle valli trentine alla costruzione dello stile Altemasi
La serata è stata anche l’occasione per approfondire con Fabrizio Mari, enologo di Cavit, il lavoro produttivo che sostiene il marchio Altemasi. Cavit riunisce undici cantine sociali e oltre 5.250 viticoltori, con un patrimonio di vigneti distribuiti in aree differenti del Trentino. La produzione di Metodo Classico risale agli anni Settanta, mentre negli anni Novanta l’azienda ha realizzato una cantina dedicata alla spumantizzazione.

Oggi, secondo quanto illustrato da Mari, circa 150 ettari sono destinati specificamente alle uve per Altemasi, attraverso progetti di collaborazione con i soci viticoltori e un lavoro di selezione delle parcelle più vocate.
La distribuzione dei vigneti in vallate differenti permette di individuare Chardonnay e Pinot Nero in funzione delle caratteristiche delle singole annate, componendo assemblaggi capaci di mantenere continuità stilistica. L’altitudine rappresenta un elemento importante, ma non costituisce da sola un criterio sufficiente per definire la vocazione spumantistica di un vigneto.
Mari ha spiegato come cento metri di dislivello possano assumere un significato diverso a seconda della valle, dell’esposizione e delle condizioni climatiche. Nella Valle dei Laghi, ad esempio, anche quote relativamente contenute possono offrire condizioni favorevoli, mentre in altre zone occorre salire maggiormente per raggiungere il giusto equilibrio tra maturazione delle uve e conservazione dell’acidità.
«Il tempo è una componente fondamentale nel nostro Altemasi», ha aggiunto l’enologo, richiamando l’importanza degli affinamenti prolungati sui lieviti e del successivo riposo dopo la sboccatura. Una parte delle bottiglie viene inoltre affinata in una miniera trentina, dove la stabilità naturale della temperatura permette di contenere il ricorso alla climatizzazione, con un conseguente risparmio energetico.
Cinque vini nel percorso gastronomico di CRUdoRE’
La cena ha consentito di attraversare alcune delle principali interpretazioni della gamma Altemasi, attraverso un menu prevalentemente di mare.
Ad aprire la degustazione è stato l’Altemasi Trentodoc Millesimato 2022, Chardonnay in purezza, con una piccola parte delle basi fermentata in legno e circa trenta mesi di affinamento sui lieviti.
Con la variazione di tartare e sashimi è stato proposto l’Altemasi Pas Dosé 2020, assemblaggio di Chardonnay e Pinot Nero senza dosaggio zuccherino. Mari ha sottolineato l’importanza di selezionare uve già dotate di equilibrio e struttura, caratteristiche particolarmente rilevanti per questa tipologia.

I bigoli con astice e tartufo nero hanno accompagnato l’Altemasi Rosé, nel quale prevale il Pinot Nero. L’enologo ha illustrato il lavoro sulle differenti modalità di vinificazione della varietà, con basi ottenute attraverso contatti più o meno prolungati con le bucce, per ricercare equilibrio tra colore, struttura ed espressione del frutto.

Al pescato del giorno alla mugnaia con verdure al vapore è stata abbinata la Riserva Graal 2018, etichetta storica prodotta dal 1982. Il lungo affinamento sui lieviti e il riposo dopo la sboccatura ne fanno una delle espressioni più articolate della gamma. Mari ha ricordato anche il potenziale evolutivo di questa riserva, osservando come il vino possa continuare a svilupparsi negli anni successivi alla commercializzazione, secondo profili che incontrano preferenze differenti tra gli appassionati.

La cena si è conclusa con una torta al formaggio infornata, marmellata alle arance e caramello salato, accompagnata dal Rupe Re Vendemmia Tardiva 2022, vino dolce della produzione Cavit, esterno alla gamma Altemasi, ottenuto da uve lasciate appassire sulla pianta e raccolte tardivamente nelle annate climaticamente favorevoli.

La degustazione ha permesso di approfondire il rapporto tra provenienza delle uve, selezione delle basi e scelte di affinamento, attraverso vini con caratteristiche produttive differenti. Un’esperienza che ben interpreta la finalità del progetto Altemasi Week: affiancare alla formazione degli operatori occasioni di conoscenza rivolte al pubblico, utilizzando la ristorazione come luogo di incontro tra il lavoro enologico e il consumo.

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