Tato Giovannoni: «L'Italia è la capitale mondiale dell'ospitalità»
Il fondatore del Florería Atlántico commenta i 50 Best Bars 2026: il successo italiano, il futuro di Moebius e la crescita della mixology in Asia e India.
BAR & WINE - Tato Giovannoni, bartender e imprenditore argentino di fama internazionale, ha trasformato il Florería Atlántico di Buenos Aires in uno dei cocktail bar più celebrati al mondo, contribuendo a valorizzare l'identità della miscelazione sudamericana. Lo abbiamo incontrato al Lubna, durante un party organizzato il giorno della celebrazione dei World's 50 Best Bars 2026. Con lui abbiamo analizzato il successo dei bartender italiani, la conferma di Bar Leone al vertice, l'ascesa di Moebius e le prospettive dell'Asia, con una previsione precisa: l'India sarà tra i prossimi protagonisti della mixology internazionale.
Tato, sono trascorsi due anni dall'ultima presenza del Florería Atlántico nella classifica dei 50 migliori bar del mondo. Eppure sei ancora qui. Che cosa ti ha colpito maggiormente dei risultati di quest'anno?
Sono molto contento, soprattutto perché vedo una classifica che continua a cambiare di anno in anno. Emergono nuove generazioni di professionisti che meritano questo riconoscimento e stanno facendo cose davvero importanti. Penso, per esempio, ai ragazzi di Bar Us, oggi al quarto posto nel mondo: tre anni fa non erano nemmeno presenti nella lista.
È interessante osservare la crescita di Bangkok, dell'Asia e dell'Europa, ma anche il percorso di realtà italiane come Moebius. Alcuni Paesi avanzano, altri attraversano fasi differenti. Succede anche all'Argentina, che alterna momenti di crescita ad altri di minore visibilità.
Credo però che sia fondamentale comprendere una cosa: questa classifica deve rappresentare un'opportunità per l'intera industria, non soltanto per il singolo individuo. È questo il motivo per cui sono felice di vedere così tanti cambiamenti.
Ai primi due posti troviamo due locali guidati da italiani e, curiosamente, da due Lorenzo: Lorenzo Antinori al Bar Leone di Hong Kong e Lorenzo Querci al Moebius di Milano. Come interpreti questo risultato?
Non soltanto due italiani, ma addirittura due Lorenzo! (ride).
L'Italia è la capitale mondiale dell'ospitalità. È qualcosa che tutti riconoscono. Se osserviamo la storia dei grandi bar e ristoranti nelle principali capitali internazionali, troviamo continuamente professionisti italiani o discendenti di italiani che hanno contribuito alla loro affermazione.
Per questo motivo il risultato non mi sorprende affatto. Anzi, devo dire che immaginavo proprio questo podio.

Ti aspettavi, quindi, la conferma del Bar Leone al primo posto e Moebius al secondo?
Sì. Immaginavo che Bar Leone avrebbe confermato il primato, anche perché ha beneficiato di una visibilità straordinaria. Dopo la vittoria ai World's 50 Best Bars dello scorso anno, a Hong Kong, è arrivato anche il primo posto agli Asia's 50 Best Bars di quest'anno. Sono riconoscimenti che inevitabilmente generano attenzione internazionale e possono influire sulla percezione del locale da parte dei votanti.
Moebius, invece, porta avanti un lavoro impeccabile da moltissimi anni. Inoltre, quest'anno la cerimonia dei 50 Best si è svolta a Milano: moltissimi professionisti che ancora non conoscevano il locale hanno avuto l'occasione di scoprirlo personalmente.
E sono convinto che questo avrà un peso importante.
Ti spingi fino a prevedere un possibile primo posto per Moebius nel 2027?
Assolutamente sì. Credo che il prossimo anno Moebius dovrebbe essere il numero uno al mondo.
L'Asia continua a guadagnare terreno nella classifica internazionale. Eppure non sempre la qualità della proposta di miscelazione sembra superiore a quella europea. Come spieghi questa crescita?
Prima di tutto dobbiamo ricordare che l'Asia è enorme. Parliamo di un continente vastissimo, con culture, tradizioni e mercati molto differenti.
E c'è un aspetto di cui ancora si parla troppo poco: l'India. Sono convinto che crescerà moltissimo nei prossimi anni e che diventerà sempre più importante nel panorama internazionale della mixology.
Già prima della pandemia l'Asia stava vivendo una fase di forte espansione. Poi è arrivato il Covid, che ha interrotto quel percorso e ridimensionato temporaneamente la sua presenza sulla scena internazionale. Era però prevedibile che sarebbe tornata a crescere.

Pensi che la mixology asiatica abbia già espresso pienamente la propria identità?
Non ancora. Ed è proprio questo l'aspetto più interessante.
Ci sono bar asiatici che valorizzano le proprie tradizioni e sviluppano un linguaggio autenticamente locale. Ma, se osserviamo molte delle insegne oggi premiate, ci accorgiamo che diversi locali situati in Asia propongono ancora un modello di ospitalità e di miscelazione fortemente europeo.
Esistono naturalmente delle eccezioni, come Bar Us, ma credo che il continente abbia ancora moltissimo da offrire al mondo attraverso la propria identità culturale.
Lo stesso discorso vale per il Sudamerica. Abbiamo un patrimonio enorme di ingredienti, tradizioni e storie da raccontare, ma siamo ancora lontani dall'averne espresso tutte le potenzialità.
Qual è, allora, il segnale più positivo che arriva dalla classifica di quest'anno?
Il fatto che stia diventando sempre più distribuita geograficamente. Nuovi Paesi, nuove città e nuove generazioni stanno conquistando spazio.
È un cambiamento importante, perché dimostra che la cultura del bar non appartiene più soltanto a poche capitali internazionali.
E questa, per me, è una bellissima notizia.







