Alta Langa, il riscatto della tradizione spumantistica piemontese: intervista a Paolo Rossino
Paolo Rossino, direttore del Consorzio Alta Langa, racconta l’evoluzione della denominazione tra identità territoriale, mercati e nuove sfide.
ENTI E CONSORZI - Tra le colline delle province di Cuneo, Asti e Alessandria, l’Alta Langa disegna una geografia viticola discontinua, fatta di versanti, crinali e vallate del Piemonte meridionale.

Un territorio di 149 comuni nel quale i vigneti destinati al metodo classico occupano circa 550 ettari, spesso recuperati a una viticoltura che nel tempo aveva ceduto spazio ad altre attività agricole. L’altitudine minima di 250 metri, l’obbligo del millesimo e la permanenza sui lieviti di almeno 30 mesi sono tra i requisiti del disciplinare che hanno contribuito a definire l’identità produttiva dell’Alta Langa DOCG.

Oggi le 105 aziende produttrici danno vita a oltre 200 etichette, con 3,8 milioni di bottiglie prodotte e circa 2 milioni in commercio. Il mercato resta prevalentemente nazionale, con circa l’85% delle vendite in Italia e il restante 15% all’estero. Una distribuzione che restituisce la dimensione ancora soprattutto italiana della denominazione, ma anche le prospettive di sviluppo sui mercati internazionali.

La storia dell’Alta Langa affonda le radici nella tradizione spumantistica piemontese dell’Ottocento, quando Carlo Gancia perfezionò a Canelli, nel 1865, la produzione attraverso la rifermentazione in bottiglia. Nel 1990 alcune storiche case piemontesi decisero di legare quella competenza a una precisa origine viticola, avviando la sperimentazione di Pinot Nero e Chardonnay sulle colline del Piemonte meridionale. Un percorso che avrebbe portato alla nascita del Consorzio nel 2001, alla DOC nel 2002 e alla DOCG nel 2011.
Della costruzione di questa identità territoriale e delle prospettive della denominazione abbiamo parlato con Paolo Rossino, direttore del Consorzio Alta Langa, incontrato a Napoli durante il Falstaff Sparkling Party, al quale ha partecipato insieme al presidente Giovanni Minetti.

Nel panorama del metodo classico italiano, il confronto con Franciacorta, Oltrepò Pavese e Champagne è inevitabile. Come si posiziona l’Alta Langa e quali elementi ne definiscono l’identità?
«Non amiamo particolarmente i confronti diretti, perché ogni denominazione ha una propria storia e caratteristiche stilistiche differenti. Sarebbe come confrontare Barolo e Brunello di Montalcino: entrambi grandi vini rossi, ma espressione di vitigni e territori diversi.
L’Alta Langa nasce dalla scelta di valorizzare Pinot Nero e Chardonnay sulle colline del Piemonte meridionale, facendo leva su una competenza spumantistica già consolidata. La sperimentazione avviata negli anni Novanta ha permesso di verificare le potenzialità di queste varietà in un territorio che fino ad allora non aveva una specifica identità produttiva legata al metodo classico.
La denominazione ha costruito su queste basi un proprio percorso, con regole produttive rigorose e un’identità comune che lascia spazio alle interpretazioni delle singole aziende».
Il progetto Alta Langa nasce negli anni Novanta, ma il coinvolgimento dei produttori è stato graduale. Quali difficoltà avete incontrato nella costruzione della denominazione e che cosa ha rappresentato questo percorso per la spumantistica piemontese?
«Nel corso del Novecento aveva preso sempre più piede il metodo Martinotti, con vini più immediati che avevano creato un mercato, ma senza una precisa connotazione territoriale. Se consideriamo i vini piemontesi, dai bianchi ai rossi fino agli aromatici, il legame con il territorio era già riconosciuto. Il vuoto riguardava gli spumanti.
Il riscatto è stato dimostrare che, oltre a una conoscenza tecnica consolidata in cantina, possedevamo un potenziale viticolo capace di sostenere una produzione di alta qualità. Per questo l’Alta Langa è nata con standard rigorosi: altitudine minima, almeno trenta mesi sui lieviti e requisiti che comportano investimenti importanti in termini di spazi, tempi e tecnologie.
La fase iniziale è stata lunga e coinvolgere nuovi produttori non è stato semplice. Oggi abbiamo una pluralità di aziende, dalle piccole alle grandi, ciascuna con una propria interpretazione della denominazione».

L’Alta Langa comprende un territorio molto esteso, con caratteristiche geologiche e ambientali differenti. Avete avviato studi per approfondire queste diversità e comprendere come possano riflettersi nei vini, come sta accadendo nell’Oltrepò Pavese?
«Sono realtà produttive molto diverse. In Oltrepò Pavese esiste una superficie importante coltivata a Pinot Nero e una conoscenza viticola consolidata. Nell’Alta Langa stiamo recuperando zone un tempo vitate, ma non necessariamente con Chardonnay e Pinot Nero. È un lavoro di scoperta.
Quest’anno abbiamo iniziato a riconoscere le differenti formazioni geologiche del territorio. Ma per stabilire correlazioni attendibili tra suoli e caratteristiche dei vini serviranno dieci o vent’anni di osservazioni, anche per tenere conto delle variabili climatiche tra un’annata e l’altra.
Nel metodo classico il rapporto è ancora più complesso, perché intervengono le scelte del produttore: legno, liqueur, lieviti, modalità di rifermentazione, oltre all’età delle vigne. Potremo studiare anche quali cloni rispondano meglio ai diversi suoli.
Le mappe piacciono a tutti, anche a noi, ma una cosa è riconoscere le formazioni geologiche, un’altra è attribuire a ciascuna zona uno stile di vino. In Champagne questa conoscenza si è costruita attraverso secoli di esperienza. Noi abbiamo iniziato il percorso e ne valuteremo i risultati nei prossimi anni».
Con una presenza commerciale ancora concentrata sul mercato italiano, quali sono le priorità del Consorzio per rafforzare la conoscenza dell’Alta Langa all’estero?
«Abbiamo lavorato a lungo sul mercato italiano, con la ristorazione e gli operatori professionali. Anche la collaborazione con la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, attiva da circa dieci anni, ci permette di incontrare un pubblico internazionale.
Nel 2026 abbiamo rafforzato le iniziative collettive all’estero: a marzo siamo stati a New York, a settembre in Norvegia e Svezia. L’Alta Langa è ancora poco conosciuta fuori dall’Italia e dobbiamo incontrare importatori e professionisti, raccontare il territorio e far degustare i vini.
Un risultato importante è la riconoscibilità del nome collettivo, talvolta superiore a quella delle singole aziende. Il territorio rappresenta un’identità comune, all’interno della quale ciascun produttore può esprimersi».
Il Consorzio ha proposto alcune modifiche al disciplinare, attualmente in attesa di approvazione. Quali sono le principali novità e a che punto è l’iter?
«Nel 2024 l’assemblea consortile ha approvato all’unanimità una proposta di modifica del disciplinare. Per la Riserva abbiamo previsto di portare l’affinamento minimo sui lieviti da 36 a 60 mesi, così da distinguerla maggiormente dalla tipologia ordinaria e valorizzare la capacità evolutiva dei nostri vini.
Per il Rosé abbiamo proposto una percentuale minima dell’80% di Pinot Nero e una definizione più precisa delle composizioni ampelografiche delle tipologie Blanc de Blancs, Blanc de Noirs e Rosé de Noirs.
Le modifiche sono ancora in attesa di completare l’iter di approvazione previsto dalla normativa. I tempi ministeriali sono lunghi e attendiamo che le nuove disposizioni possano essere recepite nel disciplinare».
L’Alta Langa riunisce oggi produttori con storie, dimensioni e interpretazioni differenti. Come si costruisce una cultura condivisa della denominazione senza rinunciare a questa pluralità?
«Nel 2020 abbiamo deciso di investire nella conoscenza della denominazione, coinvolgendo una decina di esperti per approfondirne storia, geologia, viticoltura, tecniche produttive, gastronomia e turismo.
Da questo lavoro sono nati un libro e Alta Langa Academy, una piattaforma digitale gratuita in italiano e inglese, pensata per mettere a disposizione di produttori, operatori e appassionati un patrimonio comune di conoscenze.
L’obiettivo è offrire a tutti una base condivisa dalla quale partire, lasciando a ogni azienda la libertà di raccontare e interpretare la propria identità all’interno dell’Alta Langa».







