Assunta Pacifico: «Sogno di portare ‘A Figlia d’’o Marenaro nel mondo»
L’infanzia a Porta Capuana, il ristorante, la famiglia e il sogno di arrivare a Londra e New York. Assunta Pacifico si racconta.
PROTAGONISTI - Parlare con Assunta Pacifico nel suo ristorante di via Foria, a Napoli, richiede una certa disponibilità alle interruzioni. Durante la nostra conversazione i clienti si avvicinano per salutarla, chiedono una fotografia, raccontano di essere arrivati appositamente per incontrarla. Lei concede a ciascuno qualche parola, poi torna a sedersi e riprende il filo del discorso. Ha un modo diretto di rivolgersi alle persone, una familiarità che sembra appartenere da sempre alla sua maniera di stare in sala.

Oggi quella presenza è conosciuta anche da chi non ha mai messo piede nel locale. I social hanno amplificato una popolarità maturata in molti anni di lavoro, a partire da un video girato quasi per caso da un collaboratore. La voce, il dialetto, i gesti e le battute sono diventati riconoscibili ben oltre Napoli. Assunta ne parla con divertimento, ma anche con il senso di responsabilità di chi sa che qualcuno può aver affrontato un viaggio per incontrarla e non vuole deluderlo.
Il suo rapporto con il pubblico è cresciuto insieme al ristorante, ma il mestiere lo ha imparato molto prima. Negli anni Quaranta, a Porta Capuana, suo padre Raffaele vendeva brodo di polpo caldo per strada. Lo chiamavano Papucc’ ’o Marenaro. Più tardi, con la moglie Maria, avrebbe portato avanti una bottega nella quale anche i figli erano coinvolti nel lavoro quotidiano. Assunta ricorda le cozze da pulire, le giornate scandite dalle necessità dell’attività e una madre severa, dalla quale era difficile ottenere concessioni.

In quella quotidianità, per la scuola rimaneva pochissimo spazio. Avrebbe voluto frequentarla, studiare, arrivare all’università. Invece riuscì a entrare in una classe soltanto per pochi giorni di seconda elementare. Nel ricordarlo, torna anche il disagio di sentirsi osservata dagli altri bambini, che sapevano quanto tempo trascorresse a lavorare. Sono ricordi che affiorano ancora con una precisione sorprendente, la fatica di allora non ha cancellato il legame con la famiglia, ma ha lasciato desideri ai quali, da adulta, avrebbe cercato di dare una risposta diversa.
Tra quei ricordi ce n’è uno che racconta un altro volto della Napoli della sua infanzia. Un pizzaiolo di Porta Capuana, vedendola impegnata nella bottega, le preparava di nascosto una pizza, lei trovava il modo di allontanarsi per mangiarla, poi tornava al lavoro. Quel gesto semplice, ripetuto senza chiedere nulla in cambio, le è rimasto dentro. Quando molti anni dopo avrebbe deciso di aprire un’area dedicata alla pizza all’interno ristorante, avrebbe ripensato anche a quell’uomo.

Dopo il matrimonio con Nunzio Scicchitano, un periodo trascorso in Germania e il ritorno a Napoli, nel 1991 aprì ‘A Figlia d’’o Marenaro in via Foria. Portava con sé il mestiere appreso dai genitori e il nome con cui la famiglia era conosciuta, ma il ristorante era una nuova impresa, da costruire giorno dopo giorno. In oltre trent’anni gli spazi sono cresciuti, le preparazioni si sono moltiplicate e il lavoro si è organizzato in reparti distinti. Alla zuppa di cozze è riservato ancora oggi un ambiente dedicato.
È il piatto che più di ogni altro accompagna la storia del locale, legato alla consuetudine napoletana di consumarlo il Giovedì Santo. Assunta lo propone nella versione tradizionale e in quella chiamata 3.0, accanto al pignatiello, al polpo in cassuola, ai frutti di mare, ai crudi e ai crostacei. Anche le Pizze di Assunta riprendono ingredienti della cucina marinara. Le piace osservare che a ordinare la zuppa siano anche ragazzi molto giovani, talvolta poco abituati a mangiarla a casa. La riconoscono come parte della cucina della città e continuano a cercarla al ristorante.

La determinazione con cui Assunta affronta il lavoro sembra aver conservato qualcosa della tenacia imparata fin da bambina. «Quando ci metti l’amore, quando c’è la passione, non vedi mai le cose difficili. Dici sempre: io ce la faccio, io ce la farò». Lo dice con la convinzione di chi ha attraversato anni di sacrifici e continua a considerare ogni nuovo impegno una possibilità da affrontare, senza soffermarsi troppo sugli ostacoli.
Ricorda con soddisfazione, per esempio, le circa 1.200 porzioni di zuppa di cozze preparate per l’ultima edizione di Ischia Safari. «Quando vado a fare gli eventi, non porto la miseria, porto sostanza». Sorride nel dirlo, ma sul principio non sembra disposta a trattare. L’abbondanza fa parte del suo modo di cucinare e di accogliere, anche quando i conti dell’impresa impongono una prudenza maggiore. Il prezzo del pesce cambia, le forniture e l’energia costano di più, e mantenere le porzioni alle quali i clienti sono abituati richiede attenzione continua.
Il desiderio di studiare, rimasto incompiuto durante l’infanzia, ha accompagnato Assunta anche nelle scelte compiute per i figli. Giuseppe, Maria e Carmela hanno frequentato il liceo classico e intrapreso studi universitari. Era una possibilità che aveva voluto garantire loro, anche negli anni in cui il ristorante occupava quasi interamente le sue giornate.
Poi, con una decisione che racconta senza nascondere l’orgoglio, tutti e tre hanno scelto di lavorare nella ristorazione. Giuseppe ha sviluppato una propria attività imprenditoriale, mentre Maria e Carmela sono impegnate nell’impresa familiare. Assunta conosce bene la differenza tra crescere dentro un mestiere senza alternative e tornarvi dopo aver avuto la possibilità di scegliere. Per lei, vedere i figli impegnati nello stesso settore significa anche poter condividere con loro competenze, responsabilità e progetti che fino a qualche anno fa appartenevano soprattutto alla sua iniziativa.

Assunta Pacifico con il figlio Giuseppe Scicchitano
Ed è proprio pensando ai figli che il racconto si sposta verso il futuro. Assunta non contempla ancora la pensione e immagina per ‘A Figlia d’’o Marenaro una presenza anche fuori dall’Italia. Londra e New York sono le città che le piacerebbe raggiungere, con nuove sedi affidate alla gestione dei figli e la possibilità, per lei, di seguirne personalmente l’attività, viaggiando dall’una all’altra. Non ci sono al momento aperture annunciate, ma il desiderio di proseguire il percorso imprenditoriale coinvolgendo una generazione che ha scelto liberamente di raccogliere il mestiere di famiglia.







