Champagne, nuovi equilibri tra mercato, clima e territorio. Intervista a Vania Valentini - Parte II
Seconda parte dell'intervista a Vania Valentini: cambiando identità, stili e percezione della Champagne contemporanea
VINI E SPUMANTI - A tre anni dalla nostra precedente intervista siamo tornati a confrontarci con Vania Valentini, Master Sommelier ALMA, degustatrice ufficiale AIS e tra le voci italiane più autorevoli nella conoscenza e nel racconto dello Champagne, per capire come siano cambiati nel frattempo mercato, produzione e prospettive della denominazione.
Nella prima parte abbiamo affrontato soprattutto gli equilibri economici, la gestione delle riserve e le conseguenze sempre più evidenti del cambiamento climatico. In questa seconda parte lo sguardo si sposta invece all’interno del territorio, dove stanno emergendo nuove geografie, vitigni riscoperti, generazioni di vigneron più libere nell’interpretazione e un rapporto con i consumatori che richiede linguaggi e modalità di racconto differenti.
È da qui che ripartiamo, per capire come stiano cambiando identità, stili e percezione della Champagne contemporanea.
Vania negli ultimi anni continua a crescere l'interesse verso aree e varietà che per lungo tempo sono rimaste in secondo piano, dall'Aube al Meunier. Questa tendenza si è consolidata? E quali territori o vitigni stanno oggi contribuendo maggiormente a ridefinire l'immagine della Champagne?
Direi di sì, almeno nel mondo degli appassionati. L'Aube, e in particolare la Côte des Bar, ha ormai un'identità riconoscibile, grazie a vigneron e vini che hanno contribuito ad ampliare la nostra idea di champagne. Penso soprattutto all'attenzione di tanti produttori per il biologico e la biodinamica e alla loro capacità di proporre vini personali, saporiti, profondamente legati ai luoghi.
Anche il Meunier sta ricevendo un'attenzione più consapevole. La piacevolezza immediata è una delle sue qualità, ma può esprimere anche struttura, complessità e capacità di evoluzione. Il lavoro dei produttori ne rivela sempre meglio le diverse sfumature territoriali, dalla Vallée de la Marne alla Petite Montagne de Reims e alle valli dell'Ardre e della Vesle.
Guarderei anche al Val du Petit Morin, al Sézannais, al Vitryat e al Massif de Saint-Thierry, dove produttori di talento stanno facendo conoscere luoghi rimasti a lungo ai margini dell'attenzione. È questo il cambiamento che trovo più interessante: conoscere la Champagne attraverso una geografia sempre più precisa, nella quale anche i territori meno celebri acquistano un'identità riconoscibile nel bicchiere.
A questo si affianca una nuova attenzione verso il patrimonio ampelografico storico e verso varietà meno diffuse. Ti sembra che la Champagne stia vivendo una fase di maggiore libertà interpretativa oppure, al di là delle sperimentazioni, resta una denominazione molto più conservatrice di quanto possa apparire?
Vedo una maggiore libertà interpretativa, pur all'interno di una denominazione molto regolata. La Champagne custodisce una forte identità collettiva, ma oggi avverto più curiosità, più disponibilità a sperimentare e a rimettere in discussione abitudini consolidate.
Molto di questo fermento viene dai giovani. Molti hanno studiato e lavorato in altre regioni e in altri Paesi, vivendo esperienze che per i loro padri e nonni erano meno comuni. Sono tornati con nuove competenze, altre prospettive e una ventata di energia ed entusiasmo. Lo si vede nella conduzione delle vigne, ma anche nelle vinificazioni: contenitori diversi, fermentazioni spontanee, affinamenti più articolati e un'attenzione crescente alle singole parcelle. Le scelte di cantina diventano così parte di una ricerca personale, legata alle caratteristiche delle uve e al vino che si vuole ottenere.
Anche il recupero di Arbane, Petit Meslier, Pinot blanc e Pinot gris si inserisce in questo movimento: restituisce attenzione a un patrimonio storico e amplia le possibilità espressive. Il ritorno del Chardonnay rose nel disciplinare, nel 2025, aggiunge un altro elemento a questa riscoperta della diversità della regione.
Naturalmente, la rarità di un vitigno o l'originalità di una vinificazione non garantiscono da sole la qualità. È il risultato nel bicchiere a dare senso alla sperimentazione. Ma trovo che questa generazione abbia portato una fiducia nuova nella possibilità di interpretare la Champagne, mantenendo il legame con i luoghi e trovando una propria voce.

Sul fronte dei consumi, invece, resta aperta la questione del rapporto con le nuove generazioni. Negli ultimi anni si è parlato molto della distanza dei giovani dal vino, ma lo champagne sembra conservare una capacità particolare di intercettare linguaggi, rituali e occasioni di consumo differenti. È ancora così? E cosa sta cambiando nel modo in cui i più giovani si avvicinano alle bollicine?
Lo champagne conserva un fascino enorme, ma dobbiamo dare ai giovani la possibilità di sentirlo vicino. Una cuvée storica, costosa e introvabile può essere un riferimento per noi appassionati; chi si avvicina al vino, invece, può percepirla come qualcosa che appartiene a un mondo distante.
Non credo che il loro rapporto con il vino si possa liquidare dicendo che bevono meno. È cambiato il modo in cui scoprono, scelgono e si appassionano: spesso non hanno la voglia o il tempo di approfondire come facevamo noi. Oggi la comunicazione è più immediata e veloce: basta guardare i social. Bisogna saper accendere la curiosità anche in questo modo, lasciando poi spazio all'approfondimento.
Credo molto nella capacità dei giovani vigneron di creare un legame diverso: hanno storie, sensibilità ed esperienze nelle quali un nuovo pubblico può riconoscersi. Penso anche alle etichette più fresche e personali, alle informazioni in retroetichetta che raccontano in poche righe l'origine del vino e le scelte del produttore. E spesso propongono champagne originali, saporiti, immediati nel piacere, ma capaci anche di accompagnare una conoscenza più approfondita del territorio.
L'effervescenza rimane una grande forza: contribuisce alla sensazione di freschezza e a un piacere che può inserirsi in occasioni molto diverse. Anche una bottiglia condivisa a tavola, con una pizza o una cucina informale, può essere l'inizio di una passione.
Il tema dei consumi si lega inevitabilmente anche a quello del prezzo. La Champagne ha continuato a rafforzare il proprio posizionamento premium, ma oggi si confronta con un mercato più selettivo e con una maggiore attenzione alla spesa. Questa strategia continua a funzionare? Il rischio è quello di restringere progressivamente la platea dei consumatori oppure il valore simbolico dello champagne resta abbastanza forte da sostenerne il posizionamento?
Può funzionare finché il prezzo rimane credibile rispetto a ciò che la bottiglia offre. Lo champagne ha costi reali, tempi lunghi e competenze straordinarie, che meritano di essere riconosciuti. Ma gli aumenti degli ultimi anni, spesso difficili da giustificare, hanno reso il consumatore più prudente, se non diffidente. Me ne accorgo molto concretamente a tavola.
Ho anche notato quanto spesso la scelta ricada sui soliti nomi. Lo capisco: chi non sa orientarsi, di fronte a una spesa importante, cerca una sicurezza e non vuole rischiare di sbagliare. Poi basta far conoscere la cuvée di un vigneron talentuoso per vedere quella stessa persona entusiasmarsi, chiedere il nome, voler ritrovare la bottiglia. Mi è successo più volte, ed è un'esperienza che mi fa riflettere.
Il prezzo, quindi, incide anche sulla disponibilità a scoprire. Per questo chi propone il vino ha una responsabilità importante: ascoltare, spiegare e aiutare a scegliere con fiducia. Quando dico che lo champagne dovrebbe essere accessibile a tutti, penso anche a questo. Devono esistere buone possibilità di avvicinarsi alla denominazione, economicamente e culturalmente.
Mi colpisce sempre di più la distanza tra la ricchezza della Champagne e la porzione molto piccola che arriva davvero al consumatore. Quest'estate, a tavola con tante persone nuove e diverse, mi ha sorpresa rendermi conto di quanto poco di questa ricchezza arrivi a chi beve vino per piacere, senza averne fatto una passione o un lavoro.
Quanti conoscono la bontà degli champagne di Tristan Hyest, la piacevolezza di quelli di Marie-Courtin, la vibrazione e la poesia dei vini di Florian Laval? Sono esempi di una Champagne capace di emozionare, con bottiglie che, nelle rispettive gamme, mantengono prezzi ancora ragionevoli e si fanno ricordare. Eppure tante persone che potrebbero apprezzarle non hanno mai avuto occasione di incontrarle.
La comunicazione esiste, ma ho la sensazione che rimanga troppo spesso fra noi: ci ritroviamo, assaggiamo e raccontiamo vini a persone che sono già interessate. Eventi riservati alla stampa e comunicati possono avere una funzione, ma da soli mi sembrano insufficienti per raggiungere un pubblico nuovo. Soprattutto quando la visibilità continua a concentrarsi su chi ne ha già molta.
Credo ci sia bisogno di far conoscere tutta la Champagne, nella sua diversità. Portarla maggiormente nei ristoranti, nelle proposte al calice, nelle occasioni di incontro aperte anche a chi parte da zero. L'esperienza a tavola mi ha insegnato che la curiosità c'è: spesso manca qualcuno che sappia accompagnarla. È su questo che, secondo me, dovremmo lavorare molto di più.
Guardando invece a ciò che sta accadendo oggi, c'è un fenomeno che consideri particolarmente significativo e che tre anni fa non era ancora così evidente?
Più che un fenomeno del tutto nuovo, vedo consolidarsi percorsi già avviati. I Coteaux Champenois e il ratafia sono sempre più presenti nelle degustazioni, ma ciò che trovo davvero significativo è la ricerca dei vigneron, a partire dalle scelte in vigna: abbandono degli erbicidi, riduzione dei prodotti di sintesi, pratiche biologiche e biodinamiche, attenzione alla biodiversità e alla rigenerazione dei suoli. Un lavoro che punta a rendere il vigneto più sano e vitale nel tempo.
In cantina questa sensibilità si traduce spesso in fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, uso più misurato dei solfiti, minori chiarifiche e filtrazioni, interventi ridotti all'essenziale.
Mi colpisce quanto alcuni di questi champagne siano oggi sorprendenti per eleganza e finezza, con una precisione esecutiva impeccabile. Anche il loro comportamento a contatto con l'ossigeno è notevole: nel calice si aprono e acquistano profondità, conservando freschezza, definizione ed equilibrio. Ridurre gli interventi richiede competenza e attenzione, e nei risultati migliori questo lavoro si riconosce chiaramente.
La maggiore trasparenza delle retroetichette è un altro segnale positivo: conoscere l'origine delle uve, le annate dell'assemblaggio e le scelte di vinificazione rende più comprensibile il lavoro del produttore e contribuisce a conquistare la fiducia del consumatore.
Sono segnali che mi rendono fiduciosa. Vedo una Champagne viva, giovane ma consapevole e legata alle proprie radici, animata da persone che sperimentano, si confrontano e si assumono la responsabilità di cambiare. È in questo lavoro quotidiano, fatto di ricerca e condivisione, che vedo costruirsi il suo futuro.

Vania Valentini è Master Sommelier ALMA e Degustatrice Ufficiale AIS, Vice-Curatore per la Guida Grandi Champagne. Scrive di champagne su James Magazine e su diverse testate online. Tiene lezioni dedicate alla Champagne alla UNISG e alla Fondazione Mach di Trento. Conduce numerosi seminari in tutta Italia dedicati alla Champagne e agli Sparkling Wine.








