Champagne, nuovi equilibri tra mercato, clima e territorio. Intervista a Vania Valentini - Parte I
A tre anni dall’ultima intervista, Vania Valentini racconta come sta cambiando la Champagne, con un focus su mercato, territori e stili produttivi
VINI E SPUMANTI - Tre anni, nel mondo della Champagne, possono cambiare molto. Possono ridisegnare gli equilibri del mercato, accelerare questioni climatiche che sembravano ancora lontane, riportare al centro territori, vitigni e stili rimasti per anni ai margini.
Con Vania Valentini, Master Sommelier ALMA, degustatrice ufficiale AIS e tra le voci italiane più autorevoli nella conoscenza e nel racconto di questo territorio, avevamo affrontato alcuni di questi temi in una intervista, quando molte trasformazioni erano ancora in divenire. Oggi torniamo a confrontarci con lei per leggere ciò che è accaduto nel frattempo e capire quali direzioni stia prendendo la denominazione.
In questo approfondimento, articolato in due parti, partiremo dal mercato, dalla gestione delle riserve e dalle conseguenze sempre più evidenti del cambiamento climatico, per poi spostarci sui territori, sui vitigni, sulle nuove generazioni di produttori e sul rapporto con i consumatori. Due prospettive diverse ma strettamente legate, utili a restituire la complessità della Champagne contemporanea.
Vania partiamo dai numeri. Ci eravamo lasciati con uno champagne in forte crescita, reduce dal boom seguito alla pandemia e sostenuto da una domanda internazionale che sembrava destinata a continuare a correre. Oggi il quadro è molto diverso. Come leggi questa inversione? Siamo di fronte a una normale fase di assestamento oppure è cambiato qualcosa di più profondo nel mercato dello champagne?
Credo che ci siano entrambe le cose. Dopo l'entusiasmo del post-pandemia un assestamento era prevedibile, ma sarebbe riduttivo spiegare tutto così. Nel 2025 le spedizioni si sono fermate a circa 266 milioni di bottiglie, con un'ulteriore flessione dopo quelle degli anni precedenti. Il rallentamento si accompagna a un contesto economico incerto, alla necessità di riequilibrare gli stock e a un cambiamento delle abitudini di consumo. La lieve ripresa del primo semestre 2026 è un segnale da seguire, ma non basta a considerare superate le difficoltà.
La Champagne potrebbe stabilizzarsi su volumi inferiori rispetto al passato. Anche uno scenario più vicino ai 250 milioni di bottiglie che ai 300 merita una riflessione, senza considerarlo un approdo già scritto. Produrre meno e meglio può essere una direzione, ma non credo che la risposta possa consistere soltanto nell'aumentare ancora i prezzi.
La mia impressione è che oggi il consumatore scelga con maggiore attenzione e chieda più ragioni per acquistare una bottiglia. Il nome Champagne conserva una forza straordinaria, ma questa forza va alimentata. Per me contano molto l'originalità del vino, la sua identità e la capacità di raccontare un territorio. La Champagne ha una ricchezza enorme da questo punto di vista: deve renderla più visibile e più comprensibile.
La réserve individuelle era diventata uno degli strumenti centrali per garantire continuità produttiva e compensare eventuali annate difficili. Oggi, in uno scenario caratterizzato da una maggiore attenzione agli stock e da una gestione più prudente delle rese, che ruolo sta assumendo? È ancora soprattutto uno strumento di sicurezza produttiva o sempre più anche una leva per mantenere l'equilibrio tra produzione e mercato?
Credo che oggi svolga entrambe le funzioni. Rimane una scorta di sicurezza: nelle annate più generose si mette da parte del vino, che può essere utilizzato quando il raccolto è insufficiente. Il suo impiego segue regole precise, così da tenere conto anche delle esigenze del mercato.
Oggi la Champagne deve ridurre gli stock, ma una vendemmia scarsa può comunque mettere in difficoltà un singolo produttore. Poter utilizzare il vino messo da parte negli anni precedenti lo aiuta a compensare il raccolto mancante.
Per me la forza di questo sistema è proprio la possibilità di compensare gli squilibri tra un'annata e l'altra, proteggendo il lavoro dei produttori e mantenendo un equilibrio tra quanto si produce e quanto si vende.
Sul fronte produttivo il cambiamento climatico continua a rappresentare una delle questioni più delicate. Vendemmie anticipate, andamento delle acidità, maturazioni sempre più rapide e maggiore irregolarità delle annate stanno imponendo nuove scelte. Quanto è cambiata la percezione del problema tra i produttori e quali strategie vedi oggi realmente messe in campo?
La preoccupazione è concreta e basta guardare il calendario per capirlo: dal 2003, con la vendemmia 2026, si è iniziato a raccogliere ad agosto già dieci volte. Per una regione abituata a un clima fresco e a maturazioni lente, è un cambiamento profondo. Se inizialmente il riscaldamento ha favorito maturità più complete, oggi siccità, colpi di calore e gelate dopo germogliamenti precoci rendono gli equilibri più fragili.
La sfida è raccogliere uve sane e mature, preservando la freschezza essenziale allo champagne. Zuccheri, acidità totale e pH vanno valutati insieme alla maturità aromatica e fenolica. Anticipare la vendemmia può aiutare a conservare acidità, ma non deve compromettere la maturazione delle uve.
Le risposte partono soprattutto dalla vigna: rigenerare i suoli, gestire le coperture vegetali secondo l'acqua disponibile e proteggere i grappoli dall'eccessiva esposizione al sole. Su questo resto ottimista: credo che, insieme alla sensibilità delle nuove generazioni, sarà proprio il cambiamento climatico a spingere la Champagne a ripensare la propria dipendenza dai pesticidi e a investire nella vitalità dei terreni. Prendersi cura del suolo è ormai una necessità per preservare le vigne, e mi auguro che questa urgenza acceleri un cambiamento duraturo.
Il 2026 ha offerto uve straordinarie, soprattutto per alcuni vitigni e in determinati settori, pur a fronte di una produzione limitata. Saranno i vini a confermarne il potenziale, ma una buona vendemmia non risolve il problema climatico: non dobbiamo confondere il risultato di un'annata con la tenuta del vigneto nel lungo periodo.

Uno degli scenari più radicali riguarda proprio la possibilità che, nel lungo periodo, diventi più difficile ottenere basi con caratteristiche ideali per la spumantizzazione. Parallelamente cresce l'attenzione verso i Coteaux Champenois. Quanto è concreta oggi questa prospettiva? E che ruolo stanno assumendo i vini fermi all'interno della Champagne contemporanea?
Il rischio va preso sul serio, ma non considererei già scritto un futuro nel quale la Champagne non riesca più a produrre grandi basi da spumantizzazione. Gli effetti del clima cambiano secondo i luoghi, i suoli e il materiale vegetale, e molto dipenderà dalle scelte che si fanno oggi.
I Coteaux Champenois li incontro sempre più spesso: dieci anni fa si parlava quasi soltanto dei soliti due nomi, mentre oggi le interpretazioni si sono moltiplicate. È ormai evidente che diversi produttori stanno investendo nei vini fermi anche in risposta al cambiamento climatico, esplorando le possibilità offerte dalle nuove condizioni di maturazione. È un movimento interessante, che recupera una parte della storia della regione e, allo stesso tempo, guarda al suo futuro.
Sul piano commerciale vedo però qualche limite. Quando il consumatore pensa alla Champagne, pensa prima di tutto alla bollicina. Inoltre, il costo elevato delle uve contribuisce a rendere questi vini spesso molto cari, talvolta difficilmente accessibili. Per noi italiani il confronto è ancora più immediato: abbiamo un patrimonio di vini fermi di enorme valore e non sentiamo necessariamente il bisogno di cercarli in Champagne. E, per chi guarda alla Francia, c'è anche la Borgogna, con la forza della sua identità e dei suoi riferimenti.
Li considero quindi un arricchimento importante, soprattutto per chi desidera approfondire la conoscenza della regione; la capacità di conquistare un pubblico più ampio, invece, mi sembra ancora da costruire. Il futuro della Champagne resta, per me, profondamente legato all'effervescenza.
Anche il Voltis rappresentava una delle novità più significative sul piano agronomico, soprattutto per la possibilità di ridurre i trattamenti contro le malattie fungine. Dopo i primi anni di sperimentazione, che cosa si è capito realmente di questo vitigno? Viene ancora letto soprattutto come una risposta fitosanitaria oppure comincia a rientrare in una strategia più ampia di adattamento al clima?
L'interesse più concreto del Voltis rimane la resistenza alla peronospora e all'oidio, che permette di ridurre sensibilmente i trattamenti. Questo non significa eliminare ogni intervento: occorre preservare le resistenze e considerare altre malattie, come il black rot, al quale è sensibile.
Sui risultati in Champagne manterrei ancora prudenza. Il 2025 ha segnato l'entrata in produzione e le prime vinificazioni nell'ambito del dispositivo sperimentale: è presto per valutarne il comportamento in annate diverse, l'integrazione negli assemblaggi e l'evoluzione dei vini. Inoltre, la resistenza alle malattie fungine non implica una maggiore capacità di affrontare caldo e siccità: il suo contributo all'adattamento climatico resta da verificare.
Devo però dire che, parlando con i produttori, non avverto un particolare entusiasmo. Il Voltis emerge raramente nelle conversazioni, e lo stesso vale per il Chardonnay rose, recentemente ammesso dal disciplinare: nella mia esperienza, non se ne parla quasi mai. La ricerca procede, ma queste novità mi sembrano ancora lontane dal centro delle discussioni e delle scelte dei produttori che incontro.
Vania Valentini è Master Sommelier ALMA e Degustatrice Ufficiale AIS, Vice-Curatore per la Guida Grandi Champagne. Scrive di champagne su James Magazine e su diverse testate online. Tiene lezioni dedicate alla Champagne alla UNISG e alla Fondazione Mach di Trento. Conduce numerosi seminari in tutta Italia dedicati alla Champagne e agli Sparkling Wine.









