Murgo: dal primo Metodo Classico siciliano da uve autoctone a un nuovo modo di raccontare l’Etna

Murgo ripercorre la nascita del Metodo Classico siciliano da Nerello Mascalese, dalla prima produzione del 1989 alla crescita della cantina sull’Etna

21 Lug 2026 - 11:36
Murgo: dal primo Metodo Classico siciliano da uve autoctone a un nuovo modo di raccontare l’Etna

VINI E SPUMANTI - Le bollicine siciliane sono oggi tra le espressioni più dinamiche della viticoltura dell’isola. Dietro la loro evoluzione c’è anche una scelta compiuta quando quasi nessuno immaginava che un vitigno come il Nerello Mascalese, destinato essenzialmente alla produzione di rossi, potesse essere impiegato anche per la spumantizzazione. 

Nel 1991 la famiglia Scammacca del Murgo porta sul mercato il primo Metodo Classico siciliano ottenuto da uve autoctone, anticipando una lettura del vitigno e del territorio che negli anni successivi avrebbe trovato sempre più interpreti.

Per comprendere le ragioni di questa scelta bisogna tornare indietro di oltre un secolo e guardare alle pendici orientali di “Idda” o a “Muntagna” come la chiamano i catanesi. È qui, nella tenuta di San Michele a Santa Venerina, che nel 1860 inizia un percorso destinato ad attraversare generazioni. 

«Siamo nati prima che l’Italia fosse unita.» dice sorridendo Michele Scammacca del Murgo, che non parte da una data ma da una immagine forte per localizzare nel tempo le origini di una cantina che resterà a lungo una realtà agricola dedicata alla coltivazione della vite e al conferimento delle uve. 

La svolta arriva tra il 1969 e il 1970, quando prende forma un profondo intervento di rinnovamento del vigneto: vengono recuperati i terrazzamenti, realizzati nuovi impianti a spalliera e impostata una viticoltura più moderna. «Erano gli anni della conquista della Luna. Mi ricordo ancora il cantiere, i cumuli di terra, i mezzi meccanici.»

Sono immagini che raccontano il momento in cui la famiglia sceglie di non limitarsi più alla produzione di uva e di prepararsi al passo successivo. All’inizio degli anni Ottanta il barone Emanuele Scammacca del Murgo decide di imbottigliare il vino aziendale e nel 1982 nasce il primo Etna Rosso Murgo. È il passaggio che apre una fase completamente nuova.

Pochi anni più tardi arriva l’intuizione destinata a cambiare il profilo dell’azienda. Michele osserva il comportamento del Nerello Mascalese e ne coglie caratteristiche che fino a quel momento erano rimaste in secondo piano.

«Ha un’acidità naturale importante, una maturazione lenta, poca estrazione di colore e una finezza che lo rende straordinariamente adatto alla spumantizzazione.»

Nel 1989 vengono prodotte le prime tremila bottiglie di Metodo Classico. Due anni dopo quello spumante viene commercializzato come primo Metodo Classico siciliano ottenuto da uve autoctone, aprendo una strada che negli anni successivi sarebbe stata percorsa da molte altre aziende dell’Etna.

«Non volevamo imitare nessuno. Cercavamo un modo per raccontare il Nerello Mascalese rispettandone l’identità.»

L’evoluzione della spumantistica Murgo procede senza inseguire mode o scorciatoie. L’obiettivo rimane valorizzare il vitigno attraverso affinamenti sempre più accurati. Nascono così nel tempo il Murgo Brut e il Brut Rosé, la linea Saemper, nelle versioni Brut, Rosé ed Extra Brut, fino al Barone del Murgo Pas Dosé, sintesi della ricerca aziendale sui lunghi affinamenti.

«Lo spumante si costruisce prima di tutto in vigneto. Se non hai un grande vino base, il tempo non può migliorarlo.»

Una convinzione che trova conferma proprio nelle caratteristiche del versante orientale dell’Etna. Qui la vicinanza al Mar Ionio porta precipitazioni più abbondanti rispetto ad altre aree del vulcano, contribuendo a preservare acidità e freschezza delle uve. Insieme ai suoli vulcanici, queste condizioni permettono al Nerello Mascalese di esprimere eleganza, precisione aromatica e una naturale tensione acida, elementi che si ritrovano tanto nei vini fermi quanto negli spumanti.

Da quella scelta nasce anche la crescita dell’azienda. La nuova cantina realizzata nel 2000 viene ampliata nel 2025 con spazi dedicati alla spumantizzazione, al remuage, al dégorgement e all’affinamento. Oggi Murgo coltiva circa 44 ettari di vigneto e produce 450 mila bottiglie, quasi la metà delle quali appartiene alla famiglia dei Metodo Classico.

La gestione resta profondamente familiare. La proprietà è condivisa dagli otto fratelli Scammacca del Murgo, mentre l’attività quotidiana è guidata soprattutto da Michele, responsabile della produzione e memoria storica dell’azienda, affiancato dal nipote Costantino Scammacca del Murgo, recentemente entrato in azienda per seguire sviluppo commerciale, innovazione digitale e sostenibilità. Insieme a loro operano l’enologo Vito Giovinco, l’agronomo Domenico Orlando e il direttore commerciale Rosario Spinella.

Anche la presenza sui mercati riflette questa evoluzione. L’Italia rappresenta circa l’85% del fatturato, mentre l’export vale il 15%, con gli Stati Uniti come primo mercato estero, seguiti da Germania e Giappone. Le etichette più richieste restano l’Etna Bianco, l’Etna Rosso e gli spumanti Metodo Classico, protagonisti di una crescita costruita senza perdere il legame con il territorio.

Lo stesso principio guida lo sviluppo dell’ospitalità. Alla Tenuta San Michele la produzione si affianca a camere, ristorante ed esperienze di degustazione, mentre il recupero di Palazzo Scammacca, nel centro storico di Catania, ha dato vita a Cortile Murgo e al Teatro Murgo, spazio dedicato a concerti, incontri ed eventi culturali. 

La rassegna Jazz in Vigna completa un progetto che utilizza il vino come strumento per raccontare il paesaggio, la cultura e l’identità dell’Etna.

La sfida, oggi, è diversa da quella affrontata negli anni Ottanta. Il cambiamento climatico modifica il comportamento della vite, anticipa le maturazioni e impone un continuo adattamento delle pratiche agronomiche. Michele Scammacca del Murgo osserva questa trasformazione con lo stesso approccio che ha accompagnato le scelte più importanti dell’azienda.

«Ogni vendemmia è diversa dalla precedente. Dobbiamo imparare a leggere quello che la natura ci mette davanti, senza perdere l’identità dei nostri vini.»

Leggi l'articolo anche su CanaleVino.it

Compila il mio modulo online.