Pinot Nero a mille metri sul Taburno: la scommessa di Cosimo Capasso conquista l’oro al Mondial des Vins Extrêmes
Tre anni dopo il primo racconto del progetto, il Pinot Nero di Cosimo Capasso conquista l’oro al Mondial des Vins Extrêmes 2026
VINI E SPUMANTI - Tre anni fa avevamo raccontato una scommessa ancora tutta da verificare. Sul Monte Taburno, a Tocco Caudio, Cosimo Capasso aveva scelto di piantare Pinot Nero e Chardonnay tra gli 800 e i 1.000 metri di altitudine, puntando su due varietà lontane dalla tradizione viticola di un territorio legato soprattutto ad Aglianico e Falanghina.

Era il 2023, la prima vendemmia si era appena conclusa e il progetto, avviato con i primi impianti nel 2020, aveva ancora molte più domande che risposte.

Oggi alcune di quelle risposte sono arrivate: Il Campania Rosso IGP Pinot Nero Elite Cru 2024 ha conquistato la Medaglia d’Oro alla 34ª edizione del Mondial des Vins Extrêmes, il concorso internazionale organizzato dal CERVIM e dedicato ai vini della viticoltura eroica. Alla medaglia si è aggiunto il Premio Speciale CERVIM Futuro 2026, assegnato all’azienda per il miglior punteggio tra quelle guidate da viticoltori under 35.
Ma il riconoscimento offre l’occasione per tornare a quella storia e capire cosa abbiano raccontato, nel frattempo, tre annate di lavoro.

«All’inizio il Pinot Nero ad alta quota sul Taburno era a tutti gli effetti un atto di fede e un’intuizione territoriale. Oggi dopo aver attraversato più annate ed esperienze di micro-vinificazione, la prima vera certezza è che questo territorio possiede una vocazione pedoclimatica straordinaria e inaspettata per le varietà a clima fresco», spiega Capasso.
L’altitudine, che rappresentava una delle principali incognite iniziali, è diventata uno degli elementi su cui poggia il progetto.

«Se all’inizio potevamo solo ipotizzare come il vitigno avrebbe risposto, oggi abbiamo capito che gli 800-1.000 metri non sono un ostacolo, ma un alleato prezioso. L’altitudine dona al Pinot Nero freschezza e tensione acida naturali, consentendo maturazioni fenoliche lente e graduali senza rischiare l’accumulo eccessivo di zuccheri o la perdita di acidità che spesso si verifica alle quote più basse al Sud».
Tre annate hanno permesso anche di mettere a fuoco le difficoltà di una viticoltura condotta a queste quote. Il primo lavoro ha riguardato la scelta del materiale vegetale.
«La difficoltà maggiore è stata originariamente legata alla selezione dei cloni e dei portainnesti più idonei, considerando la variabilità delle altitudini e la complessità delle matrici dei terreni. Per questo abbiamo condotto uno studio pedologico e scientifico approfondito insieme al professor Pierpaolo Sirch, fondamentale per individuare le singole combinazioni di piante da destinare alla produzione dei vini fermi oppure alle basi per Metodo Classico».
La montagna presenta poi difficoltà molto concrete: dalla gestione della parete vegetale per contenere l’umidità alle grandinate e alle gelate tardive, fino alla presenza di fauna selvatica, tra cinghiali, caprioli, istrici e tassi.

Nel frattempo è cresciuta anche la superficie vitata. Dagli otto ettari di cui parlavamo nel 2023 si è arrivati agli attuali dieci, attraverso impianti realizzati progressivamente dal 2020 al 2025: otto ettari sono oggi destinati allo Chardonnay e due al Pinot Nero. Entrambe le varietà alimentano due percorsi paralleli, quello dei vini fermi e quello del Metodo Classico di alta quota, con uno Chardonnay e, successivamente, un rosé da Pinot Nero.

Il progetto guarda anche oltre la produzione. La futura cantina, firmata dall’architetta giapponese Hikaru Mori dello studio ZitoMori, è stata concepita in gran parte sottoterra, con l’intento di limitarne l’impatto visivo sul paesaggio e utilizzare le condizioni naturali del sottosuolo per l’affinamento e la conservazione dei vini. È previsto anche uno spazio dedicato all’accoglienza e alla degustazione.
Ora si avvicina il confronto con il mercato, con il debutto commerciale previsto per l’inizio del 2027. La produzione, stimata intorno alle 10.000 bottiglie annue, sarà indirizzata attraverso allocazioni principalmente al segmento dell’alta ristorazione, alle enoteche di ricerca e ai collezionisti. Anche l’identità visiva è stata costruita in questa direzione, con una bottiglia realizzata attraverso uno stampo proprietario e progettata specificamente per la gamma.



«Se pensiamo che la nostra realtà vitivinicola è nata soltanto nel 2020 e che non avevamo una storia secolare alle spalle nel mondo del vino, tutto questo è semplicemente pazzesco», conclude Capasso. «È la dimostrazione che una visione chiara, il rigore scientifico e la passione possono bruciare le tappe e conquistare traguardi di rilievo internazionale».









