Vino italiano, cosa raccontano i dati Valoritalia sugli imbottigliamenti: la voce dei Consorzi di tutela
Nei primi nove mesi del 2026 gli imbottigliamenti calano del 3%. Sei Consorzi del vino commentano consumi, giacenze e strategie per le denominazioni.
VINI E SPUMANTI - I dati sugli imbottigliamenti diffusi da Valoritalia arrivano in una fase in cui il mercato del vino italiano è alla ricerca di segnali di stabilizzazione.
Dopo un avvio d’anno segnato da una contrazione significativa, il terzo trimestre del 2026 registrerebbe una flessione contenuta allo 0,3% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nei primi nove mesi il bilancio resterebbe negativo, con 9,86 milioni di ettolitri imbottigliati, il 3% in meno su base annua. Il rallentamento della caduta rappresenterebbe un’evoluzione favorevole, ma non è ancora sufficiente per parlare di ripresa.
Nel terzo trimestre le DOC (+5%) e le DOCG (+4,9%) mostrerebbero una maggiore tenuta rispetto alle IGT (-18,9%), mentre i bianchi fermi con un +6,7% e gli spumanti con un +7,6% registrerebbero un andamento più favorevole dei rossi (-6,7%).
A richiamare l’attenzione è soprattutto il livello delle giacenze rilevate da Valoritalia, che al 31 luglio 2026 raggiungerebbero i 15,96 milioni di ettolitri, il 16,8% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Sono numeri che descrivono un mercato attraversato da dinamiche differenti, nel quale la stabilizzazione degli imbottigliamenti conviverebbe con l’aumento delle scorte e con risultati non omogenei tra le denominazioni.

Per comprenderne le implicazioni abbiamo interpellato sei Consorzi di tutela, rappresentativi di realtà produttive, dimensioni e posizionamenti commerciali diversi.
Giancarlo Guidolin, presidente del Consorzio di Tutela della DOC Prosecco richiama anzitutto il peso delle grandi denominazioni nella formazione dei risultati complessivi: «È evidente che in una realtà come quella italiana, fatta di piccole e medie denominazioni, queste ricerche sono fortemente influenzate dai dati generati da denominazioni come Prosecco DOC».

La dimensione produttiva, tuttavia, non mette al riparo dalle trasformazioni della domanda, che assumono caratteristiche differenti a seconda dei mercati. Guidolin distingue tra quelli maturi, interessati da una contrazione dei consumi, e quelli emergenti, nei quali la crescita presenta ancora molte incognite. Nei primi, osserva, «c’è un diverso approccio al vino da parte delle giovani generazioni e una maggiore attenzione ad un consumo moderato da parte delle generazioni che io chiamo ancora “anta”».
A incidere sulle scelte di acquisto è anche l’inflazione, che può modificare i rapporti di competitività tra prodotti e denominazioni. È quanto accadrebbe, secondo Guidolin, in Francia, «dove il Prosecco DOC cresce a discapito delle denominazioni spumantistiche locali che scontano un diverso posizionamento di prezzo».
Nei mercati emergenti, invece, i volumi rimangono più contenuti e la domanda si concentra soprattutto tra consumatori con capacità di spesa medio-alta, che guardano al vino anche come a un bene aspirazionale. Guidolin vi riconosce «enormi potenziali ancora da esprimere», pur ritenendo improbabile che questi Paesi raggiungano i consumi pro capite storicamente registrati in Europa. Una distinzione che rende difficile immaginare un’unica strategia commerciale per mercati con caratteristiche e prospettive tanto differenti.
La complessità della domanda riporta l’attenzione sulla capacità delle denominazioni di governare la propria produzione. «La sfida vera è riuscire a governare l’equilibrio tra domanda e offerta», afferma Guidolin, che richiama la necessità di «scelte consortili che guardino oltre la media degli interessi dei singoli soggetti e pensino ad una strategia complessiva di denominazione, capace di generare e ripartire il valore lungo la filiera».
Il presidente propone una visione nella quale le decisioni consortili non siano la semplice somma delle esigenze delle aziende associate. La denominazione dovrebbe essere considerata una «holding sui generis», con marchi, etichette, canali distributivi e posizionamenti differenti, ma con una strategia condivisa, «dove o si vince tutti o non vince nessuno».
Il Prosecco DOC ha adottato strumenti di regolazione dell’offerta che rispondono a questa impostazione. «Noi, ad esempio, abbiamo adottato fin da subito il blocco degli impianti e all’occorrenza non esitiamo a ricorrere allo stoccaggio come efficace strumento di governance».
Resta poi la questione del ruolo della distribuzione nella determinazione dei prezzi, che Guidolin considera altrettanto rilevante e meritevole di un approfondimento specifico.
La dimensione produttiva è centrale anche nella riflessione di Luca Rigotti, presidente del Consorzio DOC Delle Venezie, che sottolinea come massa critica, continuità delle forniture e capacità promozionale internazionale rappresentino vantaggi soltanto se accompagnati da una governance efficace. Per Rigotti, la tenuta delle DOC è legata anche alla certificazione e alla tracciabilità, garantite nel caso del Pinot Grigio delle Venezie dall’impiego del contrassegno di Stato su 230 milioni di bottiglie.

La maggiore richiesta di bianchi, associata a freschezza e versatilità, non elimina tuttavia la necessità di adeguare l’offerta alla domanda effettiva. «Governare rese, disponibilità e potenziale viticolo significa prevenire eccedenze e ridurre la pressione sui prezzi», afferma Rigotti, richiamando le misure di regolazione già adottate dalla denominazione. La prospettiva è sintetizzata in una considerazione: «La sfida è trasformare la dimensione in valore, tutelando produttori, imprese e reputazione della denominazione nel lungo periodo».
La necessità di programmare la produzione emerge anche sull’Etna, ma Maurizio Lunetta, direttore del Consorzio Etna DOC, invita prima di tutto a interpretare con cautela i dati Valoritalia. Le rilevazioni, osserva, non comprendono tutte le denominazioni italiane e risultano meno rappresentative nel Mezzogiorno. Per questa ragione considera dato parziale il +26,7% degli imbottigliamenti attribuito al Sud e precisa che le giacenze riportate riguardano soltanto le denominazioni certificate dall’organismo, non il totale nazionale. Lunetta richiama inoltre la distinzione tra volumi imbottigliati e commercializzati, che possono seguire andamenti differenti, e ricorda che la crisi non interessa allo stesso modo tutti i territori e tutte le aziende.

Per l’Etna DOC la gestione della crescita è una scelta avviata prima dell’attuale contrazione del mercato. Dopo il raddoppio delle superfici e della produzione, il Consorzio ha introdotto limiti all’espansione nel 2021, rinnovandoli nel 2024. «Il vero rischio per l’Etna Doc non è necessariamente il calo mondiale dei consumi, ma che si interpreti la crescita registrata come una crescita permanente». Nei primi nove mesi del 2026 gli imbottigliamenti della denominazione sono aumentati del 13%, coinvolgendo sia i bianchi sia i rossi, mentre il rapporto tra giacenze e produzione è tornato ai livelli precedenti allo squilibrio del 2023. Lunetta indica nella valorizzazione dei suoli vulcanici, delle altitudini, dei vigneti storici e delle contrade, insieme alla sostenibilità e alla biodiversità, gli elementi su cui costruire una crescita controllata della produzione e del valore.
Il rallentamento dei consumi pone interrogativi particolari alle denominazioni storicamente legate ai grandi vini rossi. Giacomo Bartolommei, presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, osserva che «le IGT attraversano una fase di flessione ormai da oltre un anno, mentre le DOC e soprattutto le DOCG mostrano una maggiore tenuta, soprattutto nei segmenti di fascia alta». Nel caso del Brunello, il controllo della produzione e delle rese, insieme al lavoro di valorizzazione, avrebbe contribuito a consolidare il posizionamento della denominazione. L’aggiornamento di settembre conferma un andamento ancora positivo, sebbene con una crescita più contenuta rispetto ai mesi precedenti.

Bartolommei riconosce tuttavia che il cambiamento delle preferenze riguarda anche Montalcino: «Il rallentamento dei consumi di vino è un fenomeno globale, dal quale non siamo esenti. Basti pensare che, a livello mondiale, siamo passati da circa 250 milioni di ettolitri consumati nel 2019 a circa 200 milioni nel 2025. È il segnale di un cambiamento significativo nelle abitudini di consumo, che vede anche una crescente preferenza per i vini bianchi rispetto ai rossi.
Una tendenza che inevitabilmente interessa anche il Brunello di Montalcino, ma che riusciamo ad affrontare grazie al posizionamento consolidato della nostra denominazione, frutto di un lungo percorso di valorizzazione e di attenzione alla qualità. Questo ci consente di mantenere una maggiore tenuta rispetto all'andamento generale del mercato. A ciò si aggiungono gli investimenti nelle attività promozionali, fondamentali per continuare a sostenere la nostra riconoscibilità e mantenere alta l'attenzione sulla denominazione, tanto sui mercati consolidati quanto su quelli emergenti.»
La trasformazione della domanda interessa direttamente anche la Valpolicella. Christian Marchesini, presidente del Consorzio Tutela Vini Valpolicella, riconosce che i rossi attraversano una fase più complessa rispetto ai bianchi e agli spumanti, ma invita a evitare letture uniformi: «Si tratta di un cambiamento strutturale che non possiamo ignorare, ma che va interpretato senza generalizzazioni».

La denominazione dispone infatti di espressioni differenti, dal Valpolicella DOC, più fresco e versatile, al Ripasso e all’Amarone, caratterizzati da maggiore struttura e da occasioni di consumo diverse. «Non dobbiamo inseguire le mode, ma saper dialogare con un consumatore che cambia, mantenendo salda l’identità della nostra denominazione», afferma Marchesini. Accanto alla valorizzazione delle singole tipologie, il presidente richiama la necessità di programmare l’offerta e tutelare il posizionamento commerciale: «La competitività non può essere ricercata esclusivamente attraverso il prezzo, perché questo rischierebbe di compromettere il valore costruito nel tempo dalle nostre denominazioni». Qualità, promozione e collaborazione tra aziende sono gli strumenti indicati per consolidare i mercati tradizionali e raggiungere nuovi consumatori.
Un andamento favorevole viene segnalato anche dal Collio, dove gli imbottigliamenti risultano in crescita di oltre l’11% rispetto all’anno precedente.
Il presidente del Consorzio di Tutela Luca Raccaro collega la maggiore attenzione verso vini freschi anche alle condizioni climatiche: «Estati torride come quella appena passata favoriscono certamente vini più leggeri con una capacità dissetante maggiore». A questo si aggiungerebbe il ruolo della riconoscibilità qualitativa della denominazione, che secondo il presidente contribuisce alla sua tenuta commerciale.

La priorità del Collio riguarda ora la capacità di consolidare i risultati senza sacrificare il valore: «La principale sfida che il nostro territorio dovrà affrontare nel prossimo futuro sarà il mantenimento o incremento delle vendite senza perdita di valore». Per questo il Consorzio ha avviato un’indagine sul posizionamento del marchio, rivolta sia ai consumatori privati sia al comparto Horeca, con l’obiettivo di orientare le strategie commerciali. Raccaro sottolinea inoltre l’importanza della ricerca e dell’innovazione tecnologica per mantenere la competitività della denominazione.
Le valutazioni dei sei Consorzi restituiscono un quadro meno uniforme di quanto possano suggerire i risultati aggregati. Il controllo della produzione ricorre nelle strategie di denominazioni molto diverse, mentre la difesa del valore assume forme differenti a seconda dei mercati, delle tipologie e del posizionamento raggiunto. La stabilizzazione degli imbottigliamenti resta un segnale da osservare, ma l’evoluzione delle vendite, delle giacenze e dei prezzi sarà decisiva per comprendere quanto sia solida e diffusa.
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