D&C al Roma Bar Show 2026: meno sovrapposizioni in catalogo, più partnership con i locali
Nicole Cavazzuti intervista Samuele Fazio Boerci, Commercial Director di D&C
BAR & WINE - Meno sovrapposizioni in catalogo, più lavoro sui singoli brand e un ruolo che va oltre la semplice distribuzione. Il distributore D&C punta su un approccio basato sullo sviluppo dei marchi, sulla relazione con bartender e locali e sulla capacità di offrire prodotti con funzioni e identità differenti. Ne abbiamo parlato al Roma Bar Show 2026 con Samuele Fazio Boerci, Commercial Director dell'azienda.
L'intervista a Samuele Fazio Boerci
Quest'anno Etsu Gin è stato sponsor del party di apertura del RBS. Perché?
«Non è stato solo un investimento in visibilità, ma il riconoscimento di un lavoro costruito nel tempo. Distribuiamo Etsu Gin in Italia da otto anni e in questo tempo abbiamo lavorato non solo sulla distribuzione, ma sul brand building, sul packaging e sulla relazione con bartender e locali, fino alla creazione delle Etsu Embassies.
La Etsu Gin Masters Competition, lanciata nel 2026, e l’Opening Party del RBS sono il risultato naturale di questo percorso».

Che cosa vi rende diversi dagli altri distributori?
«Per noi avere un portfolio ampio non significa semplicemente avere tante referenze. Esistono modelli distributivi molto diversi: ci sono operatori che seguono soprattutto la domanda del mercato e finiscono magari per avere venti o venticinque gin, spesso sovrapponibili tra loro. Altri stanno riducendo gli assortimenti per logiche di ottimizzazione prevalentemente finanziarie.
Da azienda familiare indipendente abbiamo un approccio diverso. Lavoriamo solo con marchi in esclusiva nazionale e questo comporta una responsabilità molto più forte nello sviluppo di ogni singolo brand. Nel tempo abbiamo costruito un catalogo ampio perché completo, non perché ridondante. Vogliamo prodotti complementari, ciascuno con un ruolo preciso e una propria identità.
Il lavoro del distributore oggi non può fermarsi alla logistica o alla semplice disponibilità del prodotto. Il vero servizio consiste nell’aiutare il cliente a differenziare la propria offerta e a trovare nello stesso partner soluzioni per categorie, occasioni di consumo e posizionamenti differenti.
Un esempio è Angostura, marchio storico con cui lavoriamo da circa un decennio. Abbiamo rinnovato l’accordo di distribuzione in esclusiva nazionale per i bitter e oggi vogliamo raccontarne anche utilizzi diversi da quelli più tradizionali, dal low alcohol all’ambito gastronomico. È un modo per dimostrare che anche un prodotto molto conosciuto può continuare a offrire nuove possibilità di utilizzo».
Quali sono le principali novità presentate quest'anno da D&C nel settore degli amari e spirits?
«Partiamo dal Limoncello San Fruttuoso, un liquore realizzato con Limone di Sorrento IGP, scelto per le sue caratteristiche aromatiche e per il suo profilo fresco e agrumato. È un prodotto che nasce per valorizzare uno dei simboli della tradizione italiana, interpretandolo in una veste contemporanea e versatile. Perfetto da gustare a fine pasto, può trovare spazio anche nella miscelazione, dove le sue note agrumate si prestano alla creazione di cocktail freschi e immediati.
Accanto a questa novità, abbiamo presentato il restyling di Abbondio, uno dei nostri marchi di proprietà, storico protagonista nel mondo dei soft drink. La gamma comprende 10 referenze, dall’iconica gazzosa ai nuovi gusti mandarino verde, arancia rossa e limonata. Pensate per offrire una proposta varia e adatta sia al consumo liscio sia alla miscelazione. Il nuovo restyling aggiorna l’identità visiva del brand, mantenendo però il legame con uno degli elementi che da sempre lo contraddistingue: le iconiche pin-up. Un equilibrio tra riconoscibilità e rinnovamento, che permette ad Abbondio di conservare il proprio carattere italiano e rétro, presentandosi al pubblico con un’immagine più attuale.
Inoltre, abbiamo avviato una collaborazione con Vecchio Magazzino Doganale con differenti etichette: Mangiafuoco è un amaro da 35 gradi, dal carattere deciso e ispirato al personaggio di Collodi; Zazà ha invece un profilo più morbido e una gradazione di 19 gradi. Satoyama mette in relazione il concetto giapponese di armonia tra uomo e natura con botaniche provenienti dalla Calabria, mentre Anselmo riparte dalla tradizione piemontese del Vermouth di Torino e la rilegge in chiave contemporanea, con una gamma che comprende vermouth, bitter, fernet e gin.»




Una parte importante dello stand è stata dedicata anche al low e no alcohol. Quanto pesa oggi questo segmento?
«È una tendenza che ormai non possiamo più considerare marginale. Il consumatore cerca sempre più spesso alternative con una gradazione più contenuta o completamente prive di alcol, ma senza rinunciare alla qualità dell’esperienza.
Non a caso stiamo lavorando su proposte capaci di inserirsi realmente nel bar, come uno Spritz in versione de-alcolata e Legend Kombucha, un prodotto pensato per i bartender. Nell’ambito della bassa gradazione alcolica e dello zero alcol, il mondo dei fermentati è particolarmente interessante perché permette ai bar di lavorare su acidità, complessità aromatica e nuove texture».
Quali altri trend state osservando?
«C’è una forte ricerca di prodotti con un’identità riconoscibile. Il consumatore è sempre più curioso e non basta più proporre una nuova etichetta: servono una storia credibile e capacità di racconto, oltre che qualità».
Che obiettivo vi siete posti con lo stand D&C al Roma Bar Show, dove avete allestito tre postazioni bar con tre drink list?
«Volevamo mostrare concretamente ciò che si può fare con il nostro portfolio. Oggi non basta avere accesso a buoni prodotti: conta il modo in cui vengono inseriti in carta, raccontati e proposti al consumatore. L’obiettivo è dare ai professionisti strumenti per distinguersi».
A proposito di distinguersi, per un distributore quanto contano oggi i brand ambassador?
«Sono fondamentali, perché non si limitano a rappresentare un marchio durante gli eventi. Formano la forza vendita, lavorano con i bartender, raccontano il prodotto sul territorio e contribuiscono a creare cultura. È un lavoro quotidiano: il brand ambassador deve trasformare il prodotto in conoscenza, relazione e opportunità concrete per i locali».








