Disaronno Cocktail Challenge, Islam Sakil vince al debutto: l'intervista
Islam Sakil vince la Disaronno Cocktail Challenge alla sua prima gara. L'intervista al bartender di Casa Tobago, tra classici, ricerca e nuovi consumi.
BAR & WINE - Ha preparato la sua prima competizione di bartending come un'interrogazione al liceo: studiando la storia di Disaronno, imparando lo speech e anticipando le possibili domande della giuria. E ha vinto. Islam Sakil, 28 anni, nato in Bangladesh e cresciuto a Palermo, lavora da un anno al bancone di Casa Tobago, a Milano. Il 5 ottobre 2026, da Tripstillery, ha conquistato la Signature Challenge della prima Disaronno Cocktail Challenge.
L'intervista a Islam Sakil
Islam, partiamo dall'inizio. Come ti sei avvicinato al mondo del bartending?
«Ho frequentato il liceo scientifico. Dopo il diploma dovevo scegliere se proseguire con l'università oppure dedicarmi a qualcosa che mi appassionava davvero. Ho scommesso su me stesso e ho scelto il bartending».
Qual è stato il tuo percorso?
«Ho iniziato dalla sala e sono cresciuto gradualmente, cercando di inserirmi nell'ambiente della miscelazione palermitana. Ho lavorato in diversi locali, tra cui il Bocum e il First Call, dove ho partecipato all'apertura e mi sono occupato della gestione del bar. Palermo mi ha dato tanto, ma a un certo punto sentivo il bisogno di ampliare i miei orizzonti».
Così hai deciso di trasferirti a Milano...
«Sì. Mio zio, che vive qui e in passato ha lavorato come bartender, mi ha dato una mano a orientarmi. Ho fatto un colloquio con Casa Tobago e ho bloccato una stanza ancora prima di ricevere la conferma dell'assunzione. Fortunatamente è andato tutto bene. Sono arrivato a Milano circa un anno fa».
Come ti sei preparato per affrontare la competizione alla Disaronno Cocktail Challenge?
«Come facevo al liceo prima di un'interrogazione. Ho studiato la storia di Disaronno, ho scritto e imparato il mio speech, cercando di prevedere le possibili domande della giuria. Ho affrontato questa gara con lo stesso atteggiamento».
Che cosa ti ha lasciato questa competizione, oltre alla vittoria?
«Tantissimo, soprattutto dal punto di vista umano. Ho conosciuto altri bartender, ho fatto amicizia con i concorrenti e ho avuto la possibilità di confrontarmi con professionisti diversi. Credo che una competition debba essere vissuta soprattutto come un'occasione per crescere e fare networking. Che tu vinca oppure arrivi ultimo, devi portarti a casa qualcosa. Se arrivi primo ma non hai parlato con nessuno, non hai conosciuto persone e non hai imparato nulla, secondo me non hai vinto davvero al cento per cento».
La finale si è svolta nei giorni in cui Milano ospitava The World's 50 Best Bars. Come hai vissuto questa atmosfera?
«Mi ha colpito molto il movimento che si è creato intorno alla manifestazione. Guest shift, eventi e professionisti arrivati da tutto il mondo. Per chi lavora nel nostro settore è stata un'opportunità importante. Il networking conta tantissimo e poter incontrare persone che hanno esperienze differenti permette di ampliare le proprie conoscenze e prospettive».

Che cosa ami maggiormente del tuo lavoro?
«Il rapporto con le persone. Sono sempre stato un ragazzo timido e il bartending mi ha aiutato tantissimo a crescere, anche caratterialmente. E poi amo la creatività, la ricerca e soprattutto lo studio. È un settore in continua evoluzione e bisogna mantenere viva la curiosità. Mi piace approfondire, conoscere nuovi ingredienti e imparare continuamente».
Come definiresti il tuo stile di miscelazione?
«Cerco di valorizzare il prodotto, alcolico o analcolico, rispettandone l'essenza. Mi piacciono i twist on classic, ma devono avere una logica precisa. Non amo aggiungere ingredienti senza un motivo. Preferisco una miscelazione apparentemente semplice, dietro la quale ci siano ricerca e sviluppo. Mi piace lavorare anche sulle sode e sulle piccole preparazioni che permettono di valorizzare un ingrediente».
Quanto è importante conoscere i grandi classici per un bartender contemporaneo?
«È fondamentale. Se non conosci i cocktail tradizionali, non hai piena consapevolezza di quello che stai creando. Oggi molti locali puntano soprattutto sui signature e sui modern classic. Secondo me rischiamo di perdere un po' di attenzione verso i classici. Eppure sono indispensabili. Un Martini o un Negroni puoi ordinarli in locali diversi e confrontare le preparazioni. Un signature appartiene invece a quel determinato bar, quindi il confronto è differente.
Anche a Casa Tobago abbiamo un laboratorio dedicato alla ricerca e allo sviluppo e una drink list articolata, ma per me bisogna prima imparare a preparare perfettamente i classici».
Quali sono oggi i cocktail più richiesti a Casa Tobago?
«Il Margarita è intramontabile. Abbiamo addirittura tre twist sul Margarita perché è quello che ci chiede la clientela. Anche il Negroni continua ad andare molto bene. Il Martini mantiene una buona richiesta, mentre il Paloma sta crescendo tantissimo».
E tu che cosa ordini quando vai al bar?
«Dipende dal locale. Mi piace molto il Martini, ma non lo ordino ovunque. Bevo volentieri anche Americano e Paloma. A Milano frequento soprattutto alcuni locali vicino a casa. Mi piace bere il Gimlet da Rita di Edoardo Nono e il Dirty Martini al Mag di Flavio Angiolillo. Non ho ancora avuto modo di esplorare tutta la città come vorrei».
Tre bartender che stimi particolarmente?
«Il primo è Rémy Savage. Mi ha sempre affascinato il suo approccio minimalista alla miscelazione, il modo in cui utilizza pochi elementi, quasi come pennellate artistiche.
Poi Patrick Pistolesi, per il suo stile diretto, minimale e per le influenze asiatiche e giapponesi che caratterizzano il suo lavoro. Infine Simone Caporale. Sono tre professionisti diversi, ma tutti rappresentano punti di riferimento importanti per me».
In futuro ti piacerebbe aprire un locale tutto tuo?
«Sì, ma sicuramente non nell'immediato. Per aprire un bar bisogna avere una preparazione solida, non soltanto nella miscelazione ma anche nella gestione aziendale e manageriale. Prima di fare un passo del genere voglio essere preparato al cento per cento, non al novanta».






