50 Best Bars 2026, Luca Simonetta: «Moebius meritava il primo posto. Agave e vodka trainano il mercato»
Dalla festa milanese per i 50 Best Bars ai cambiamenti nella distribuzione degli spirits: Luca Simonetta racconta a Nicole Cavazzuti la sua visione del settore.
BAR & WINE - Con Luca Simonetta ci conosciamo da parecchi anni, dai tempi in cui gestiva il My Lounge a Cesana Brianza, in provincia di Lecco. Un cocktail bar aperto nel 2009, quando proporre miscelazione d'autore fuori dalle grandi città era ancora una sfida. Luca aveva portato in Brianza cocktail ricercati, abbinamenti con panini gourmet e le Bartender Battle, sfide tra professionisti del bancone.
Lo ritrovo il 7 ottobre 2026 a Milano, durante la festa organizzata da Lubna dopo la cerimonia di The 50 Best Bars. Il listening bar, secondo progetto milanese di Lorenzo Querci dopo Moebius, riunisce cocktail, musica in vinile e cucina alla brace firmata da Enrico Croatti. Questa sera si festeggia soprattutto il risultato di Moebius, salito al secondo posto mondiale e proclamato miglior bar d'Europa, alle spalle di Bar Leone di Hong Kong. Querci ha dunque due motivi per celebrare: il riconoscimento internazionale e una festa nel suo Lubna.
Tra vecchi colleghi e nuove generazioni di bartender, ritrovo finalmente Simonetta, oggi Spirits Specialist di Trussoni Beverage. Parliamo della cerimonia, del ruolo di Milano nella mixology internazionale e di un mercato degli spirits che sta cambiando rapidamente.
Intervista a Luca Simonetta

Luca, hai seguito anche la cerimonia di Amsterdam. Come giudichi questa edizione milanese dei 50 Best Bars?
«È stata una bellissima operazione per Milano. Ho visto una città compatta, con tanti eventi e manifestazioni. È stato bello e divertente. Era importante portare un appuntamento del genere qui».
Rispetto ad Amsterdam, quali differenze hai notato?
«A livello di location, devo essere sincero, ho preferito Amsterdam. Era diversa e, secondo me, all'interno trasmetteva maggiormente la sensazione di essere in uno spazio pensato per un evento di questa portata. Milano è stata molto più gala, molto elegante. Ma la manifestazione mi è piaciuta tantissimo».
E per quanto riguarda i cocktail serviti durante le due cerimonie?
«Ho bevuto bene dappertutto, sinceramente. Non posso dire di aver bevuto meglio ad Amsterdam o a Milano. Però voglio sottolineare un aspetto: Milano oggi è il centro del mondo della miscelazione. Per me non è più Londra, è Milano. Abbiamo una quantità di locali stupendi e bartender di livello altissimo. Non siamo dietro a nessuno».
Moebius ha conquistato il secondo posto mondiale, dietro Bar Leone di Hong Kong. Ti aspettavi questo risultato?
«La classifica, in parte, me l'aspettavo. Per me Moebius è un locale da primo posto e tifo Moebius tutta la vita, perché rappresenta Milano. Quando ho visto quali erano gli ultimi locali rimasti in gara, ho pensato che non avrebbero fatto vincere Moebius proprio perché la cerimonia si svolgeva a Milano».
Perché pensi che la città ospitante possa aver influito? L'anno scorso la cerimonia era a Hong Kong e ha vinto proprio Bar Leone.
«Lo so, ma questa è una mia opinione. Io ero convinto che Moebius meritasse la vittoria. Poi, vedendo come procedeva la classifica, ho avuto la sensazione che non avrebbero premiato il locale della città ospitante. Se la cerimonia si fosse svolta a Buenos Aires, dove inizialmente era prevista, secondo me avrebbe vinto Moebius».
Tra i risultati della classifica c'è anche il quinto posto di Line, ad Atene. Che cosa pensi della crescita della capitale greca?
«Sono contento che Atene sia rappresentata nelle prime posizioni. Se lo merita. È una città bellissima, con locali molto interessanti e professionisti che lavorano davvero bene».
Altri locali italiani hanno invece perso posizioni. Come te lo spieghi?
«Non rispondo», dice sorridendo, preferendo non entrare nel merito.
Al di là della classifica, che cosa ti è piaciuto maggiormente di questa settimana milanese?
«Ritrovare i vecchi colleghi della mia generazione, conoscere i bartender più giovani e vedere quanto sia cresciuto il livello professionale. È la cosa che mi entusiasma di più di queste manifestazioni. Vedere nuove persone, nuove idee, una qualità sempre più alta. E rendersi conto che non abbiamo nulla da invidiare a nessuno».

Oggi non sei più titolare di un cocktail bar. Di che cosa ti occupi?
«Sono Spirits Specialist per Trussoni, uno dei principali distributori beverage della Lombardia. Mi occupo della selezione dei prodotti destinati ai nostri clienti e del supporto agli agenti. È un ruolo che mi permette di osservare il mercato da una prospettiva diversa rispetto a quella del bartender».
E che cosa stai osservando? Come sta cambiando la distribuzione degli spirits?
«Sta cambiando tantissimo, lo vivo quotidianamente. Prima molte aziende vendevano direttamente ai locali, oggi tendono sempre più ad affidarsi ai distributori. Ma sta cambiando anche la mentalità del cliente. Il gestore non vuole più ricevere fatture da dieci aziende diverse. Preferisce avere un unico fornitore, con un assortimento completo, al quale rivolgersi per tutte le esigenze».
Il caso Diageo, con la riorganizzazione della presenza commerciale in Italia e gli esuberi annunciati, rappresenta un segnale di questo cambiamento?
«Mi dispiace molto per i colleghi coinvolti. Diageo è sempre stata un'azienda leader a livello mondiale e credo continuerà a esserlo. Se ha deciso di intraprendere una strada del genere, immagino che dietro ci sia una precisa strategia per il futuro».
Pensi che altre multinazionali seguiranno lo stesso modello?
«Non necessariamente. Credo che quello di Diageo possa rimanere un caso specifico. Ci sono aziende che hanno costruito strutture importanti in Italia e che stanno lavorando molto bene. Penso, per esempio, a Brown-Forman. Noi, con Brown-Forman, siamo in crescita».
Trussoni è un'azienda storica, ma la figura dello Spirits Specialist è relativamente recente.
«Esatto. Trussoni è sul mercato da decenni, mentre il mio ruolo è stato introdotto circa tre anni fa. La parte spirits esisteva già, ma oggi c'è una figura dedicata alla selezione e allo sviluppo di questo comparto. E i risultati sono positivi, soprattutto grazie ad alcune categorie che stanno crescendo molto».
Quali sono le categorie più dinamiche?
«Sicuramente il mondo agave e la vodka. Per quanto riguarda la nostra attività, registriamo una crescita del 70% per gli spirits d'agave e del 50% per la vodka. Sono i due comparti che stanno dando le maggiori soddisfazioni».
Il gin, dopo tanti anni di espansione, sembra invece aver rallentato. Confermi?
«Assolutamente sì. Il gin sta perdendo terreno, ma attenzione: continua a generare un fatturato molto importante. È ancora una categoria con un peso commerciale elevato, semplicemente non cresce più come negli anni del boom».
E quali sono i distillati che soffrono maggiormente?
«Il rum, purtroppo. Sono un grande amante del rum e mi dispiace constatare che sia in calo. Anche la grappa è praticamente ferma. Al contrario, agave e vodka stanno vivendo una fase decisamente positiva».
A proposito di vodka, al Roma Bar Show si è notata una presenza crescente di referenze premium. È un fenomeno destinato a proseguire?
«Sì. La vodka premium è cresciuta molto. Marchi come Altamura e Grey Goose hanno contribuito a sviluppare un mercato importante, e stanno arrivando altri prodotti. È normale che nuove aziende vogliano entrare in una categoria che sta mostrando segnali di crescita».
Il Roma Bar Show, nel suo complesso, ti è piaciuto?
«Moltissimo. Quest'anno la location era bellissima e, soprattutto, adatta a dare alla manifestazione quella dimensione internazionale che secondo me in passato mancava. È stato un passo avanti importante».
Dopo il boom del Paloma e dei distillati d'agave, quale sarà la prossima tendenza nella miscelazione?
«Penso che torneremo sempre più ai drink semplici. Il nostro settore è ciclico: alcuni cocktail tornano, altri passano momentaneamente in secondo piano. Credo che vedremo crescere ulteriormente l'interesse per preparazioni immediate, fresche, facili da comprendere».
Penso al Soda e Vermouth, per esempio. Come lo vedi?
«Molto bene. È un highball, è leggero, fresco. Si beveva già nell'Ottocento, quindi non stiamo inventando nulla, ma proprio questo dimostra quanto siano cicliche le tendenze. E poi a me il vermuttino piace, quindi sono assolutamente favorevole».
Accanto al ritorno alla semplicità c'è il tema dei cocktail low e no alcohol. Quanto peseranno nei prossimi anni?
«Tantissimo. Credo che il no alcohol conquisterà una fetta sempre più consistente del mercato. I giovani oggi sono molto attenti al consumo di alcol e questo sta cambiando le richieste al bancone».
Che cosa consigli ai gestori quando li aiuti a costruire una drink list?
«Di inserire sempre una proposta low alcohol e una no alcohol. Non devono essere aggiunte secondarie, ma far parte della carta. Bisogna considerare che le abitudini dei consumatori stanno cambiando, soprattutto tra le nuove generazioni. Noi della vecchia guardia magari continuiamo a bere come una volta, ma il mercato va in un'altra direzione».
Quindi il futuro sarà diviso tra spirits premium, drink semplici e alternative analcoliche?
«Credo di sì. Il mondo agave continuerà a essere importante, la vodka sta vivendo un momento positivo e il gin manterrà comunque un ruolo rilevante. Ma bisognerà lavorare molto sui cocktail semplici, sui low alcohol e sui no alcohol. È fondamentale seguire quello che chiedono i clienti, non soltanto quello che piace a noi bartender».






