Valtènesi, rosé nel DNA: la sfida di raccontarsi ai mercati globali
Il rosé cresce nei consumi globali, ma le denominazioni non partono dallo stesso punto. Ne parliamo con il presidente del Consorzio Valtènesi, Paolo Pasini.
ENTI E CONSORZI - Negli ultimi anni il vino rosato è uscito da una lunga zona d’ombra. Per decenni considerato una tipologia marginale, spesso stagionale e raramente centrale nelle strategie delle denominazioni, oggi intercetta molte delle preferenze del consumo contemporaneo: freschezza, versatilità gastronomica e gradazioni più contenute.
Eppure il riconoscimento culturale del rosé non è cresciuto ovunque con la stessa velocità. Se territori come la Provenza sono riusciti a trasformarlo in un linguaggio internazionale riconoscibile, in Italia il racconto resta più frammentato, disperso tra identità locali forti ma raramente organizzate in una narrazione efficace.
È proprio in questo spazio che si colloca Valtènesi. Abbiamo incontrato il presidente del Consorzio di tutela, Paolo Pasini, in occasione dell’ultima edizione di Wine Paris.
«Valtènesi è un vino straordinariamente contemporaneo», osserva Pasini. «Ma non perché sia stato costruito per il mercato. È semplicemente ciò che questo territorio ha sempre prodotto. Il rosé oggi è molto di moda, ma non tutte le denominazioni hanno questa identità nel loro DNA. In Italia ci sono territori che storicamente hanno costruito una cultura del rosato: il Salento, l’Abruzzo con il Cerasuolo, Bardolino e ci siamo noi».
Il paradosso è proprio questo: una denominazione che affonda le proprie radici nella fine dell’Ottocento e che oggi sembra rispondere con naturalezza a molte delle preferenze del consumo attuale.

Una denominazione compatta e profondamente radicata
Valtènesi si sviluppa sulla sponda bresciana del Lago di Garda, tra Desenzano e Salò, in un contesto dove il lago agisce come regolatore climatico naturale. Qui il vitigno simbolo è il Groppello, varietà autoctona che trova in quest’area una delle sue espressioni più caratteristiche.
La vocazione alla vinificazione in rosa risale alla fine del XIX secolo, quando il senatore Pompeo Gherardo Molmenti, ispirandosi ai rosé francesi, codificò la tecnica del cosiddetto “vino di una notte”, ottenuto con una breve macerazione delle uve rosse.
Oggi la denominazione conta circa 2 milioni di bottiglie prodotte ogni anno e un tessuto produttivo composto in larga parte da aziende familiari di dimensioni contenute.
Una quota significativa della produzione è destinata ai mercati esteri, in particolare Germania, Svizzera, Stati Uniti e Nord Europa, dove la cultura del rosé è più consolidata e dove lo stile fresco e gastronomico del Valtènesi trova una collocazione naturale.
«Le aziende sono quasi tutte radicate qui da generazioni», spiega Pasini. «Questo crea un rapporto molto forte con il territorio».
Il disciplinare della denominazione è tra i più attenti alla definizione dello stile del vino e negli anni è stato affiancato dal protocollo RoséMì, pensato per valorizzare un modello produttivo che punta alla massima qualità delle uve.
Il valore prima del prezzo
La scelta di preservare gli aspetti identitari ha conseguenze anche sul piano economico. La produzione in Valtènesi è caratterizzata da un lavoro tra i filari estremamente accurato.
«Coltivare un ettaro di vigneto qui costa tra i 10.000 e i 15.000 euro solo per la gestione agronomica», spiega Pasini. «Molte aziende sono certificate SQNPI e lavorano con rese molto basse».
Il territorio è inoltre inserito in uno dei contesti turistici più dinamici d’Italia. Il Lago di Garda attira ogni anno milioni di visitatori e rappresenta un ecosistema economico dove il valore dell’esperienza è centrale.
«Non possiamo lavorare sul mercato del prezzo», continua Pasini. «Possiamo lavorare solo sul mercato dell’identità e del valore».
In questo percorso anche la ristorazione svolge un ruolo decisivo. Le carte dei vini rappresentano spesso il primo luogo di incontro tra il consumatore e il Valtènesi, contribuendo a costruire familiarità con una tipologia che in Italia non ha ancora una presenza stabile come in altri paesi.

Il mosaico delle denominazioni e il ruolo dei consorzi piccoli
In un sistema vitivinicolo articolato come quello italiano, la dimensione delle denominazioni influisce anche sull’accesso alle risorse.
«Non bisogna cadere nell’idea che se sei piccolo vali meno», spiega Pasini. «Tutti contribuiamo a creare un mosaico straordinario di territori e vini. Il dato è che i consorzi piccoli vivono condizioni diverse»,. «Spesso i progetti sono finanziati al 70 o all’80 per cento e la parte restante diventa impegnativa per realtà come le nostre».
Il riferimento è anche alle nuove politiche europee previste dal Pacchetto Vino, che nei prossimi anni ridisegneranno alcune dinamiche di sostegno al settore e che non sempre risultano efficaci per sostenere percorsi di crescita anche nel posizionamento internazionale, tensione oggi viva per la denominazione.
La direzione futura
Anche sul piano normativo Valtenesi sta lavorando per rafforzare ulteriormente il proprio profilo identitario. «Il disciplinare non è particolarmente permissivo», spiega Pasini. «Stiamo verificando se ci siano margini per renderlo ancora più preciso nel definire lo stile del vino. Ma non dobbiamo dare regole che rendano impossibile la vita ai vignaioli, dobbiamo solo fare in modo da rendere evidente che la gara del prezzo non è la nostra gara».
«Quanti consumatori sono in grado di capire questa cosa?» riflette Pasini. «Tutti, se glielo spieghiamo con efficacia e con poche parole».
La sfida, oggi, è proprio questa: trovare il linguaggio giusto per raccontare con immediatezza un vino che nasce da una storia lunga più di un secolo.
«In un mondo che corre veloce dobbiamo trovare quei pochi vocaboli capaci di far capire subito che siamo qualcosa di diverso», conclude Pasini. «Non un rosé qualunque, ma un Valtènesi».
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