L’enoturismo siciliano entra in una nuova fase. Federica Fina: «Oggi il vino è una porta d’ingresso per conoscere la Sicilia»

Federica Fina racconta come il vino stia trasformandosi in un’esperienza capace di far conoscere il territorio

29 Giu 2026 - 11:24
L’enoturismo siciliano entra in una nuova fase. Federica Fina: «Oggi il vino è una porta d’ingresso per conoscere la Sicilia»

OSPITALITÀ E TURISMO - La Sicilia del vino sta entrando in una nuova stagione. Dopo avere consolidato negli anni la propria reputazione internazionale grazie alla qualità delle produzioni, alla crescita della viticoltura biologica e al lavoro di una generazione di produttori che ha contribuito a costruirne l’identità contemporanea, oggi l’isola guarda all’enoturismo come a uno dei principali motori del proprio sviluppo.

Le prospettive sono confermate anche dallo studio del Centro di Ricerca dell’Università LUMSA, che descrive una regione ormai stabilmente attrattiva sui mercati internazionali e individua le priorità della prossima fase: migliorare l’accessibilità, ampliare i servizi, accrescere il valore dell’esperienza e trasformare il visitatore in un ospite che desidera tornare.

In questo scenario il vino cambia ruolo. Non rappresenta più soltanto la destinazione del viaggio, ma diventa il punto di partenza per entrare in contatto con la cultura, i paesaggi e le comunità che rendono unica la Sicilia.

Ne abbiamo parlato con Federica Fina, presidente del Movimento Turismo del Vino Sicilia.

Per anni il vino è stato la destinazione del viaggio. Oggi sembra essere diventato uno dei modi attraverso cui conoscere un territorio. È davvero cambiato il ruolo dell’enoturismo?

Lo vedo ogni giorno. Chi arriva a Marsala sceglie spesso di visitare le cantine e, attraverso il vino, scopre il territorio. L’enoturismo sta diventando uno dei motori del turismo esperienziale.

È cambiato il modo di vivere il viaggio. Oggi preferisco parlare di viaggiatori piuttosto che di turisti: persone che cercano esperienze autentiche, desiderano capire i luoghi, incontrare chi li abita e portare con sé qualcosa che vada oltre la visita. Il vino diventa così uno degli strumenti più efficaci per entrare in relazione con un territorio.

La Sicilia è sempre più attrattiva a livello internazionale. Qual è il rischio più grande in questa fase: non crescere abbastanza o crescere perdendo autenticità?

Perdere autenticità, in Sicilia, è molto difficile. Siamo profondamente legati alla nostra identità, ai nostri valori e al nostro modo di essere. Riusciamo a stare al passo con i tempi mantenendo quella lentezza che ci appartiene, ed è una caratteristica che considero un valore.

La vera sfida è gestire questa crescita. Dobbiamo essere felici di vedere aumentare l’interesse verso la Sicilia e verso il nostro vino, ma allo stesso tempo dobbiamo essere capaci di tutelare il territorio. L’overtourism potrebbe diventare un problema e dobbiamo evitare che il successo finisca per compromettere ciò che rende questa terra così speciale.

La sua generazione sta entrando sempre più spesso nei ruoli decisionali delle aziende del vino. C’è qualcosa che guardate in modo diverso rispetto alla generazione che vi ha preceduto quando si parla di accoglienza e relazione con il visitatore?

Più che di cambiamento generazionale, mi piace parlare di dialogo tra generazioni.

In Sicilia questo sta accadendo sempre di più e ne sono molto felice. Faccio parte di Generazione X di Assovini Sicilia e credo che il confronto tra chi ha costruito questo percorso e chi oggi porta nuove idee sia una grande ricchezza.

Le generazioni che ci hanno preceduto sono aperte ad ascoltare nuove visioni e, attraverso questo dialogo, possiamo contribuire insieme alla crescita della nostra terra e del nostro modo di raccontarla.

Molti giovani consumano il vino in modo diverso rispetto al passato, ma continuano a cercare esperienze autentiche. L’enoturismo può essere uno dei luoghi in cui costruire un nuovo rapporto tra le nuove generazioni e il vino?

Assolutamente sì. L’enoturismo permette di vivere il vino in modo naturale, senza partire necessariamente dagli aspetti più tecnici, ma dall’esperienza, dalle persone e dal territorio.

Per molti giovani può rappresentare il primo vero contatto con il mondo del vino, un’occasione per comprenderlo senza sentirsi esclusi. È proprio attraverso esperienze autentiche che si può costruire un rapporto nuovo, più spontaneo e più consapevole con questo mondo.

Quando pensa alla Sicilia del vino tra dieci anni, immagina una destinazione costruita attorno alle singole eccellenze o un sistema capace di raccontarsi come un’unica grande esperienza territoriale?

In realtà credo che questo stia già accadendo. In Sicilia le aziende fanno squadra e questa è una delle nostre grandi forze.

Assovini Sicilia, oltre ventisei anni fa, ha avuto il merito di mettere insieme molti produttori in un progetto comune e oggi ne vediamo i risultati.

Quando immagino la Sicilia tra dieci anni, vedo una regione ancora più consapevole del proprio valore, capace di esprimere pienamente un potenziale che, secondo me, è ancora in parte inespresso.

Qual è, secondo lei, l’aspetto su cui le cantine siciliane dovrebbero investire di più nei prossimi anni per rendere l’enoturismo ancora più competitivo?

Più che un tema che riguarda solo la Sicilia, credo sia una riflessione valida per tutto il mondo del vino: dobbiamo prestare maggiore attenzione al consumatore finale.

Parliamo molto di B2B, ma alla fine è il consumatore che sceglie una bottiglia al ristorante o decide di visitare una cantina. È da lui che dobbiamo partire.

Questo significa anche ripensare il linguaggio della comunicazione. Semplificare il linguaggio non vuol dire impoverire i contenuti, ma renderli più accessibili. E la comunicazione non è fatta soltanto di parole: è fatta di gesti, di sguardi, del modo in cui accogliamo le persone. Dobbiamo ridurre le distanze e costruire una relazione più diretta con chi si avvicina al vino.

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