BAR & WINE - Dopo essersi ritagliato uno spazio nel mercato italiano, Gin District apre una nuova fase del proprio percorso e guarda agli Stati Uniti. È questa la novità principale che segna l’evoluzione del brand nato a Milano nel 2022 dall’iniziativa di quattro soci — Marco e Luca Lantero, Cristian Vismara e Mirko Sanchini — con l’idea di trasformare i quartieri simbolo del capoluogo lombardo in una linea di gin dallo stile riconoscibile e dal forte impianto narrativo.
L’incontro avviene al Ronin di Milano, in occasione di una guest di Massimo Stronati, oggi impegnato nello sviluppo del brand sul mercato americano. L’intervista si svolge con un drink in mano — naturalmente a base gin — nel dehors del Ronin.
A sostenere Gin District non c’è soltanto un immaginario legato alla città, ma anche una costruzione tecnica precisa: i prodotti sono infatti realizzati come compound gin, sviluppati a partire da ricette proprietarie e affidati a una distilleria del torinese, che segue le indicazioni del team nella lavorazione delle botaniche e nella messa a punto delle diverse referenze.
Accanto all’espansione oltreoceano, il marchio si prepara inoltre a due novità rilevanti: il cambio di nome del gin Brera, che diventa B12 in seguito a una vicenda legata al marchio, e il lancio di una nuova etichetta dal profilo più fresco, destinata ad ampliare la gamma. Tre passaggi che fotografano bene il momento attuale di Gin District: un brand giovane, ma già deciso a consolidare la propria identità e a misurarsi con una crescita più strutturata.
Intervista
Come nasce Gin District?
«Gin District nasce circa due anni e mezzo fa. È un progetto partito tra amici, da una passione comune per il gin e dalla voglia di costruire qualcosa che avesse una nostra identità precisa. Con me ci sono mio fratello Luca, Cristian Vismara e Mirko Sanchini. A un certo punto abbiamo deciso di trasformare questa passione in un brand vero e proprio».
Perché avete scelto di legare il progetto proprio a Milano?
«Perché Milano ci rappresentava perfettamente. Volevamo un brand che avesse uno storytelling forte e immediatamente riconoscibile. I quartieri della città ci hanno dato una chiave narrativa naturale: ognuno ha un carattere diverso, un’estetica, un’atmosfera. Da lì è nata l’idea di trasformarli in gin».
Quanto conta il design nella costruzione del marchio?
«Conta tantissimo. Per noi la bottiglia non è soltanto un contenitore, ma una parte integrante del racconto. Abbiamo lavorato molto sull’eleganza dell’insieme, sulla forma, sui dettagli, persino sui tappi in legno. Volevamo che il prodotto comunicasse fin da subito una fascia alta, una certa cura, un preciso modo di stare sul mercato».
Quali sono oggi i gin che compongono la gamma?
«Le referenze principali sono Montenapoleone, Isola e Brera, che però a breve cambierà nome. Accanto a queste abbiamo anche Academia, una limited edition: un cask gin affinato tre mesi in barrique, prodotto in mille bottiglie».
Perché Brera cambia nome? Cosa è successo?
«Abbiamo riscontrato l’esistenza di una registrazione precedente legata al nome Brera. Come è giusto che sia, e nel rispetto dei principi di correttezza e trasparenza che guidano il nostro lavoro, abbiamo quindi scelto di evolvere il naming. Dalla prossima produzione, Brera diventerà B12.».
Il cambio di nome sarà accompagnato anche da una novità di gamma?
«Sì. A maggio lanceremo anche un nuovo gin, con un profilo più fresco. È un’evoluzione naturale del progetto. Ma non posso dire di più».
Entriamo nel merito della produzione: che tipo di gin realizzate?
«I nostri sono tutti compound gin. Abbiamo selezionato una distilleria nel torinese alla quale affidiamo la produzione partendo dalle ricette che sviluppiamo noi. È una collaborazione importante perché ci consente di mantenere un controllo preciso sul profilo aromatico che vogliamo ottenere. In genere produciamo lotti da 3.000 bottiglie per volta».
Non basta il packaging...
«Assolutamente no. Il racconto visivo e territoriale è importante, ma senza qualità del prodotto non avrebbe senso. Fin dall’inizio volevamo un gin costruito bene, curato, coerente con un posizionamento premium».
Come si è sviluppata la distribuzione in Italia?
«Dopo i primi mesi siamo entrati in distribuzione con Spirits e Colori, che oggi ci segue in esclusiva sul territorio italiano. È stato un passaggio fondamentale per la crescita del brand e per il posizionamento nei locali giusti».
Parliamo dell'export negli Stati Uniti. A che punto siete?
«I primi bancali sono già partiti e contiamo di avere il prodotto disponibile negli Stati Uniti in tempi brevi. Lavoriamo con un importatore locale e con Massimo Stronati, che supporterà lo sviluppo del brand sul mercato americano».