BAR & WINE - L’orizzonte del bartending internazionale si allarga e guarda con crescente attenzione ai mercati emergenti. Da una parte l’Africa occidentale, individuata come area strategica per costruire nuove connessioni nel settore della formazione, del turismo e della distribuzione; dall’altra l’India, osservata da vicino come laboratorio in piena trasformazione, ancora sospeso tra una forte identità locale e la necessità di aprirsi a una visione più internazionale della mixology.
In quest’ottica,
l’International Bartenders Association (IBA), l'organizzazione che rappresenta i bartender a livello internazionale, ha avviato un progetto di espansione che punta non solo sulla formazione tecnica, ma anche sulla creazione di una cultura imprenditoriale legata all’ospitalità. Ne abbiamo parlato a
Nuova Delhi, in occasione della
India Cocktail Week in corso proprio in questi giorni, con
Fabio Di Pietro, co-fondatore di 5 Hats, società veronese di consulenza e intermediazione commerciale a supporto dell’espansione internazionale di brand enogastronomici, partner nel progetto di IBA per la selezione e il coinvolgimento delle aziende del food & beverage interessate alle opportunità offerte dai nuovi mercati.
Partiamo dall’Africa: su quali paesi si sta concentrando in questo momento il progetto di avvicinamento di IBA?
Quelli sui quali si sta concentrando attualmente il lavoro sono Nigeria, Costa d’Avorio e Senegal. Si tratta di aree del Golfo di Guinea interessanti sia dal punto di vista turistico sia per una minore incidenza della cultura musulmana, che rende questi mercati più aperti alle dinamiche del beverage e dell’hospitality. La Nigeria, in particolare, rappresenta una vera piattaforma commerciale. I presidenti delle associazioni nazionali collegate a IBA di questi paesi hanno aderito con convinzione al progetto e stanno lavorando attivamente per svilupparlo. Questo coinvolgimento ha peraltro generato un effetto contagio positivo, tanto che anche nazioni vicine stanno mostrando interesse ad avvicinarsi all’associazione o quantomeno ad avviare delle relazioni.
In che cosa consiste il progetto concretamente?
Più che di un unico progetto, si tratta di un format, il cui nome sarà ufficializzato a breve. Il cuore dell’iniziativa è la creazione di un’accademia che non vuole sostituirsi alla tradizionale attività formativa di IBA nel mondo della mixology, ma affiancarla e integrarla. L’obiettivo è più ampio: formare imprenditori e operatori del turismo, dell’incoming, della distribuzione e dell’utilizzo dei prodotti, cioè “i clienti di domani”.
Come vengono selezionati i brand da inserire nel portfolio?
Il criterio principale è l’ascolto del mercato. La selezione nasce da un dialogo molto stretto con importatori e operatori, che esprimono esigenze precise: per esempio la richiesta di un vermouth con determinate caratteristiche e un certo target di prezzo. Non si tratta quindi di una ricerca astratta, ma di una costruzione commerciale guidata dalla domanda reale.
Che tipo di aziende viene privilegiato?
La linea è quella di lavorare con piccoli produttori, evitando le major. Cito ad esempio brand come Fred Jerbis o Vol0 per l’area no alcol: realtà di dimensioni contenute, interessanti sul piano identitario e adatte a un lavoro sartoriale sui singoli mercati.
Come comunicate questo lavoro, da parte vostra?
Raccontando ciò che è stato fatto, i risultati e le esperienze maturate, anziché costruire narrazioni promozionali anticipate. Una scelta che punta alla credibilità del racconto e alla concretezza.
Veniamo all’India. Come è stata la prima impressione sul territorio?
L’impatto iniziale, nella capitale, è stato di forte disorientamento: caldo intenso, rumore, grande densità umana e una percezione di scarsa organizzazione rispetto ai nostri standard abituali di lavoro. Arrivare per la prima volta in un Paese produce sempre un certo spaesamento, che in India è amplificato dalle dimensioni e dalla complessità del contesto. Occorre tempo per poter comprendere questo Paese.
Eppure è ormai una delle grandi potenze economiche mondiali…
L’India ha enormi potenzialità, ma deve affrontare un passaggio culturale e generazionale. Il Paese ha compiuto un salto rapidissimo sul piano tecnologico, ma non ha sviluppato con la stessa velocità la cultura che dovrebbe accompagnarlo. È ancora fortemente radicata una “vecchia India” che deve lasciare spazio a una nuova fase, più consapevole del proprio posizionamento internazionale.
Anche nella mixology?
Sì. Nella gara per il Campionato nazionale indiano, in cui eravamo coinvolti nella giuria, molti drink erano eccessivamente centrati sull’identità locale: troppo speziati, con molto pepe, talvolta piccanti in modo marcato. Un’impostazione troppo chiusa su se stessa, poco orientata a un pubblico globale.
E nella competizione per il Campionato internazionale?
Si è notata una netta differenza, grazie alla presenza del team IBA che ha mostrato ai bartender indiani l’attuale scenario internazionale. I cocktail presentati in quel contesto non erano “India-centrici”, ma più aperti, diversi per stile e identità, capaci di raccontare una visione più ampia del mestiere.
In sintesi, quindi, la mixology indiana deve aprirsi di più al mondo.
Il concetto chiave è: scouting. Un bartender deve saper cercare, studiare e conoscere ciò che esiste oltre il proprio Paese. La tradizione europea è forte proprio in questo: valorizzare il prodotto locale aprendolo però a contaminazioni esterne. Dove manca scouting, manca anche la possibilità di costruire una mixology davvero contemporanea e internazionale.