Podere il Carnasciale e la storia di un vitigno misterioso, il caberlot

La storia di Podere il Carnasciale nasce negli anni Ottanta dalla volontà del suo fondatore Wolf Rogosky di puntare su un vitigno misterioso e raro, il caberlot

26 Marzo 2024 - 12:25
Podere il Carnasciale e la storia di un vitigno misterioso, il caberlot

Quando si passano in rassegna le storie straordinarie del mondo enoico si può facilmente individuare come comune denominatore il fatto che nascono da intrecci di eventi apparentemente casuali ma capaci nel tempo di restituire in modo chiaro disegni precisi, percorsi culminanti nella creazione di vini che portano in sé l’essenza della non ripetibilità. 

Quella di Podere il Carnasciale è una di queste e non sarà per caso, ancora una volta, oltre che per tratto stilistico, che a campeggiare sulle sue etichette ci sia un simbolo, la X, a rappresentare quel mistero, quell’incognita che una volta determinata si fa soluzione, linea identitaria di una narrazione in cui le vicende personali di una coppia di creativi si intrecciano con il destino di un vitigno raro e dimenticato. 

Ma veniamo al racconto: siamo agli inizi degli anni Ottanta e Wolf Rogosky, pubblicitario di fama internazionale, insieme alla moglie Bettina decidono di trasferirsi dalla Germania in Toscana. Sono alla ricerca di un luogo dove poter sfuggire alla frenesia del lavoro e il peregrinare tra valli e declivi si interrompe quando la coppia giunge nei pressi di Marcatale, sulle colline della provincia di Arezzo, quelle che segnano il confine tra Chianti e Valdarno

Qui, isolata tra i boschi, raggiungibile solo attraverso un piccolo sentiero, c’è una vecchia casa, un piccolo eremo, senza luce né altre comodità, con accanto poco meno di mezzo ettaro di terreno piantato a olivi: i coniugi non ci pensano un attimo e ne acquistano la proprietà. 

Nell’inverno del 1985 una grandinata devasta le piante e la regione dà la possibilità a coloro che hanno subito danni di convertire l’uliveto in vigneto. Ancora una volta i Rogosky possono accarezzare l’idea di realizzare un sogno, quello di dedicarsi alla viticoltura. Ma quali vitigni piantare?

Il pubblicitario non poteva farsi sedurre dall’idea di prediligere il più diffuso, il sangiovese, che lo avrebbe messo in competizione con aziende dalla storia e tradizione più che consolidata, né gli internazionali, per definizione poco identitari. 

Ed ecco che un “fortuito” incontro avvenuto qualche anno prima arriva in aiuto: Wolf ricorda di aver assaggiato un vino prodotto da un vitigno ignoto denominato L32, sigla dietro cui si nascondeva un ibrido spontaneo scoperto “casualmente”, nell’ambito di una ricognizione per danni da grandine effettuata negli anni ’50 in una vigna abbandonata sui Colli Euganei, dall’agronomo Remigio Bordini che lo definì un incrocio naturale tra Cabernet Franc e Merlot. Sostenuto dagli enologi Peter Shilling e Vittorio Fiore i Rogosky decidono di puntare su questa varietà che Wolf, dando spazio alla sua vena creativa, ribattezzò “Caberlot”.      

Il varietale, sconosciuto all’epoca e di cui ancora oggi si sa molto poco, rappresentava una vera e propria scommessa che però ben si coniugava con la volontà di produrre qualcosa di unico, di nuovo: nasce così l’azienda vitivinicola Podere Il Carnasciale

La prima vigna, quella storica, viene piantata nell’85 di fronte casa, su un terreno poverissimo, senza argilla, tanto galestro e roccia, si sperimenta il sistema di allevamento ad alberello. È necessaria l’osservazione, non ci sono esperienze pregresse note sul varietale, bisogna comprendere il comportamento delle viti, il modo in cui si sviluppano, il rapporto con il microclima e con i suoli che tra l’altro sono estremamente variabili nelle brevi distanze. 

Si inizia a comprendere che le rese sono basse, le piante sono molto sensibili alle malattie. Stesso discorso in cantina dove bisogna sperimentare tutte le pratiche per arrivare alla vinificazione perfetta, pochissime migliaia le prime bottiglie prodotte, numerate e solo in formato magnum, elemento che contribuisce ad aumentare il fascino e l’attrattività del progetto enologico. 

L’improvvisa scomparsa di Wolf nel 1996 non lascia svanire il sogno che Bettina decide di portare avanti con energia e determinazione, oggi sostenuta anche dal figlio Moritz e dall’enologo Marco Maffei: vengono acquisite e impiantate nuove vigne, anche di sangiovese, che raggiungono l’estensione di 6 ettari posizionate in un raggio entro i 20 chilometri dall’azienda ad un’altitudine compresa tra i 200 e i 425 metri sul livello del mare.

Si sperimentano tutti i sistemi di allevamento autorizzati, selezionati a seconda delle zone, ciascuna espressione di una stratificazione geologica unica. Si possono ritrovare alberello, guyot, cordone speronato, pergola, cortina libera, ed ogni vigna così diventa una storia a sé stante, spesso isolata dagli altri contesti dal bosco, condizione che rende agevole la conduzione biologica. La vendemmia è effettuata rigorosamente a mano con un’attenta selezione delle uve. 

Per le vinificazioni vengono adottate piccole vasche di acciaio e tini di cemento, contenitori nei quali la fermentazione alcolica si accompagna a follature manuali giornaliere. Il vino poi sosta per 22 mesi in barrique nuove al 70% di rovere francese o in botti grandi dove compie naturalmente la fermentazione malolattica. In entrambi i casi il vino non viene filtrato. Seguono lunghe soste in bottiglia prima della definitiva immissione sul mercato.

L’etichetta di punta è il Caberlot, 3.500 bottiglie magnum numerate a mano da Bettina. Si tratta di un vino unico e di grande struttura, dal tannino morbido e intenso, dal sorso potente, fresco, dinamico e persistente, dove le note vegetali proprie del Cabernet Franc sono ben gestite e arricchite da quelle floreali e da una speziatura naturale. Recente l’introduzione del formato da 0.75 per il segmento Horeca.
 
La restante selezione di caberlot è destinata all’altra etichetta, Il Carnasciale (10.000 bottiglie) un vino con una sua ben definita identità, modo differente di interpretare il varietale che è capace di esprimersi al massimo in tempi più brevi. Si conferma l’ampiezza e complessità olfattivo aromatica ma con una maggiore nitidezza, caldo e avvolgente, fresco e dal tannino setoso, elegante e persistente.

L’ultima etichetta entrata a far parte della selezione è Ottantadue (5.000 bottiglie), un Sangiovese in purezza, vinificato in vasche di cemento e affinato in acciaio per poco più di un anno, un vino in stile Beaujolais che prende le distanze dal Sangiovese in stile Chianti, facile, di pronta beva, dagli aromi fruttati e floreali, dalla spiccata freschezza e dal tannino levigato. 

E non poteva essere diversamente, perché Ottantadue, come il Carnasciale e il Caberlot portano in sé il seme della discontinuità e della sfida, quel tratto del sempre nuovo, dell’inusuale ma comunque capace di esprimere l’anima di un territorio che dal primo istante hanno scolpito l’identità di un progetto enologico unico e irripetibile. 

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