Pubblici esercizi, FIPE: oltre 262 mila imprese, ma il settore non cresce più
L'indagine FIPE-Confcommercio fotografa i pubblici esercizi: oltre 262 mila imprese, settore in calo del 3,7% e centri storici sotto pressione.
INDAGINI E RICERCHE - I pubblici esercizi si confermano una rete capillare di socialità e prossimità in Italia. È quanto emerge dall'indagine «Pubblici esercizi e movida. La demografia d'impresa nei centri storici», realizzata da FIPE-Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e presentata a Roma. Su 7.900 comuni italiani, soltanto 162 (il 2% del totale) risultano privi di almeno un bar o un ristorante, a delineare una rete che conta oltre 262 mila imprese attive, con una densità pari a un esercizio ogni 182 abitanti.
Il settore ha però smesso di espandersi, registrando una flessione del 3,7% rispetto al 2015, con una perdita netta che sfiora le 10.000 imprese a livello nazionale. A pesare è soprattutto il calo dei bar, diminuiti di 22.300 unità in dieci anni: una contrazione da attribuire principalmente alla trasformazione di bar in ristoranti, più che a vere e proprie chiusure.
La mappa del Paese appare profondamente spaccata sul piano geografico. Molte città del Centro e del Nord guidano la classifica delle chiusure: Trieste registra la flessione maggiore con 172 attività perse (-16%), seguita da Pisa (-114 imprese, -14,6%), Pesaro (-92, -18,3%) e Ancona (-78, -17%).
Nel Mezzogiorno, invece, bar, ristoranti, take away e gelaterie/pasticcerie continuano a crescere. In testa per saldo positivo c'è Napoli, con un boom di 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%): a conferma che la ristorazione resta un'efficace modalità di autoimpiego dove l'occupazione è più problematica.
Il focus dell'indagine riguarda i centri storici delle grandi e medie città, dove le dinamiche di mercato hanno spesso portato a un'eccessiva concentrazione dell'offerta e a forme di ristorazione più informali, con assenza di servizio, di personale e spazi ridotti all'osso. Scendendo nel dettaglio dei quartieri, a Milano nella zona di Porta Venezia le attività con somministrazione sono aumentate del 53,2% e quelle da asporto del 32%, mentre a Roma, in una porzione di Trastevere, i take away sono cresciuti del 33,3% a fronte di una flessione del 24,1% dei bar tradizionali.
Spinte da affitti insostenibili e costi di gestione sproporzionati – come la Tari calcolata su parametri poco rappresentativi – molte attività si sono trasformate in locali di metratura ridotta, senza servizio e con poco personale. Questa proliferazione di take away, orientati spesso a forme di vendita aggressive e focalizzati sull'offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, produce pesanti esternalità negative: l'abuso di alcol, il rumore e il degrado urbano danno vita a forme di malamovida che penalizzano cittadini e imprenditori.
«Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono un governo attento e una visione strategica, non semplici interventi tampone, con ordinanze che si limitano solo ad introdurre nuovi divieti», ha dichiarato Lino Enrico Stoppani, Presidente di FIPE-Confcommercio. «Per questo chiediamo alle amministrazioni locali di tornare ad esercitare una vera funzione di governo del territorio limitando l'apertura di nuove attività in aree già critiche e contrastando tutte le forme di dumping commerciale che oggi non sono dannose solo per i pubblici esercizi, ma per la vivibilità stessa delle città. Lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell'attività è un rimedio peggiore del male».






