Valentina Sala: «Dietro un buon drink ci sono fatica, disciplina e presenza»

Vincitrice della 30ª edizione di Lady Drink (Long Drink), Valentina Sala riflette con Nicole Cavazzuti sul lavoro al femminile, tra ambizione e vita privata.

2 Apr 2026 - 15:56
Valentina Sala: «Dietro un buon drink ci sono fatica, disciplina e presenza»

BAR & WINE - Non ama l’idea del successo improvviso, e forse è proprio questo a raccontarla meglio. La vittoria di Valentina Sala alla 30ª edizione di Lady Drink, nella categoria Long Drink, non arriva come un colpo di fortuna, ma come il punto d’approdo di un percorso fatto di lavoro, sacrifici e crescita lenta. Nata a Pordenone 41 anni fa, cresciuta in Puglia e oggi a Pescara, Sala ha costruito la propria identità professionale attraversando mondi diversi, prima nell’accoglienza e nella ristorazione, poi nel bartending. In questa intervista parla di tecnica e intuizione, di ospitalità e competizioni, ma anche di una questione ancora aperta per molte donne: come conciliare il lavoro con il desiderio di una vita personale piena.

Intervista

Valentina Sala, chi sei oggi?
Oggi sono una donna che ha imparato, col tempo, a tenere insieme i tanti pezzi della propria vita. Vivo a Pescara, ma sono nata a Pordenone e cresciuta a San Giovanni Rotondo, in Puglia. Mi sento molto legata all’Abruzzo, ma porto dentro sia il rigore del Nord sia il calore del Sud. Credo che il mio modo di stare dietro al banco venga anche da questo: mi piace accogliere, ma con attenzione, struttura e responsabilità.
Il tuo percorso professionale non è stato lineare.
No, per niente. E oggi lo considero una forza. Ho studiato Economia e Management, quindi non arrivavo da una formazione alberghiera o tecnica. Però ho sempre lavorato. Ho cominciato presto perché volevo essere autonoma, avere un’indipendenza economica e sentirmi libera. Ho fatto tanti lavori nell’accoglienza e nella ristorazione, e questo mi ha insegnato il lato reale del mestiere: i turni, la fatica, il contatto con il pubblico, la gestione dei problemi. Solo dopo sono arrivati i titoli, le certificazioni e un percorso più strutturato nel bartending.

Che cosa ti ha lasciato questa gavetta?
Concretezza. Di questo mestiere si vede spesso solo la parte bella — il drink, la creatività, la gara — ma dietro c’è molto altro: persone, ritmi, imprevisti, giornate storte. Lavorare in contesti diversi mi ha insegnato che non basta saper fare un buon cocktail: bisogna leggere il cliente, capire il momento, gestire uno spazio, tenere una linea. La gavetta mi ha dato disciplina e umiltà.
La tua prima vittoria sa di...?
Di qualcosa conquistato lentamente. Ed è stato proprio questo a renderla così bella. L’emozione è stata fortissima, perché in quel momento ho sentito che tutto quello che avevo costruito aveva senso.
Serve di più la tecnica o l’intuizione?
Entrambe. La tecnica è fondamentale, perché senza equilibrio il cocktail non funziona. L’intuizione, però, è quella che gli dà anima. La tecnica mette ordine, l’intuizione dà personalità.
Nel tuo modo di lavorare, quanto conta l’estetica?
Moltissimo. Non la considero un’aggiunta, ma una parte dell’esperienza. Un cocktail si beve, certo, ma prima si guarda, si immagina, si percepisce. La presentazione è il suo abito: può valorizzarlo oppure impoverirlo. L’importante è non cadere nell’eccesso gratuito.
Oggi dove lavori e con quale approccio?
Lavoro al Bar D’Angelo, a San Buceto, una realtà storica con molti anni di attività alle spalle. Sono entrata da poco e questa fase è molto interessante, perché quando arrivi in un posto con una storia lunga devi rispettare ciò che esiste già, ma anche portare una visione nuova. Il mio lavoro è anche questo: capire come inserire una proposta contemporanea dentro una struttura con una forte identità tradizionale.
Hai già avuto ruoli di responsabilità. Che cosa ti hanno insegnato?
Che gestire non significa solo decidere. Significa tenere insieme persone, tempi, imprevisti, conti, immagine, energia. Quando hai la responsabilità di un locale non puoi guardare solo una parte del lavoro: devi vedere tutto. Questo mi ha aiutata a sviluppare uno sguardo più completo.
Ti senti più bartender o più professionista dell’ospitalità?
Entrambe. La bartender è la parte più visibile del mio lavoro, ma quello che mi interessa davvero è l’ospitalità nel suo senso più pieno. Mi piace creare un’esperienza, non solo un prodotto. Il drink conta, certo, ma conta anche come lo racconti, il contesto in cui lo servi e l’ascolto che hai verso chi hai davanti. Alla fine il cuore resta la relazione.
Quanto pesa, per una donna, fare questo mestiere?
Pesa ancora molto, soprattutto nel lungo periodo. Non perché manchino capacità o occasioni, ma perché spesso è difficile tenere insieme tutto il resto. Questo lavoro richiede orari particolari, presenza costante, energia mentale e fisica. A un certo punto inizi a chiederti come si possa conciliare tutto questo con un desiderio di famiglia, con una vita privata più stabile, con altri progetti. È una domanda reale, che riguarda molte donne. Si può amare profondamente il proprio lavoro e, allo stesso tempo, sentire il peso delle rinunce che comporta.
Tu in che momento sei?
Sono in una fase di riflessione. Non di chiusura, ma di ascolto. Da una parte sento forte il desiderio di continuare a crescere e di non perdere quello che ho costruito con tanta fatica. Dall’altra sento che la vita chiede anche altro e che certe domande, a un certo punto, non si possono rimandare. Non ho una risposta definitiva, e forse va bene così.
Il tuo compagno ti sostiene in questo?
Sì, molto. Ed è un sostegno importante proprio perché non è formale. Lui vuole che io sia soddisfatta professionalmente, che non rinunci a ciò che sono. Questo per me conta tantissimo, perché mi permette di vivere i dubbi senza sentirmi giudicata o spinta in una direzione precisa.
Hai mai pensato di aprire un locale tuo?
Sì, ci ho pensato. È un’idea che mi affascina, ma che mi spaventa anche. Avere un locale significa mettere in gioco tutta te stessa, e in questo momento non so se sia la scelta giusta. C’è una parte di me che ama la gestione, l’organizzazione, la costruzione di un’identità forte. Ma c’è anche una parte molto lucida che sa quanta presenza richieda un progetto del genere. Oggi vedo nel lavoro da dipendente anche una forma di equilibrio.
Che rapporto hai con Pescara?
Molto forte, anche se non sempre semplice. Per me Pescara è stata una città di scoperta, di lavoro, di costruzione personale. Quando ci sono arrivata l’ho percepita come una città viva, con una socialità molto forte, soprattutto nella zona della riviera. Oggi, invece, quella spinta mi sembra più compressa.
Che cosa è cambiato, secondo te?
Secondo me è cambiato il rapporto della città con la vita serale. Capisco bene che esistano problemi di ordine pubblico e che vadano affrontati. Ma non credo che la risposta migliore sia comprimere tutto, limitare, spegnere. Un approccio troppo rigido finisce per penalizzare non solo il settore dei locali, ma anche la percezione stessa della città. Si impoverisce il tessuto sociale e si indebolisce l’attrattività turistica.
Per te il bar resta un luogo sociale?
Assolutamente sì. E ci credo profondamente, anche per esperienza personale. Per me il bar non è solo il posto dove prendere qualcosa da bere: è un luogo di incontro, comunità, quotidianità condivisa. Non è solo commercio: è presenza, relazione, identità di un quartiere, di una piazza, di una città.
Guardando indietro, che cosa ti rende più orgogliosa?
Il fatto di non aver mai smesso di provarci e sapere che quello che sto costruendo nasce da un lavoro autentico.
E guardando avanti, che cosa ti auguri?
Mi auguro di restare fedele a me stessa. Di continuare a crescere senza tradire il mio modo di essere, di lavorare bene, di trovare un equilibrio tra ambizione e vita personale e di non perdere l’entusiasmo. Perché alla fine è questo che tiene in piedi tutto: la voglia di fare bene e di esserci davvero.

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