Quello che i consumatori credono di sapere sul vino. La fotografia del Wine Market Council
Un recente studio del Wine Market Council evidenzia uno scarto profondo tra percezione e conoscenza del vino

INDAGINI E RICERCHE - Il vino sta attraversando una fase di ridefinizione che non riguarda soltanto i volumi di consumo, ma soprattutto i criteri attraverso cui viene osservato e valutato. In un contesto segnato dall’attenzione al benessere e alla moderazione, continua a distinguersi da altre bevande alcoliche, pur essendo sottoposto a letture sempre più semplificate.
È quanto emergerebbe da un recente studio del Wine Market Council, ripreso e analizzato da Wine-Searcher, con l’obiettivo di comprendere le convinzioni dei consumatori in merito al rapporto tra vino, salute e benessere.
L’indagine è stata condotta online nel novembre 2025 su un campione di circa 1.500 persone, includendo 305 “non consumatori di vino” (cioè persone che hanno dichiarato di berlo raramente o per nulla, pur consumando regolarmente altre bevande alcoliche), e 1.205 consumatori di vino appartenenti a diverse fasce d’età, generi ed etnie.
Una prima evidenza frutto della ricerca riguarderebbe la riduzione dei consumi. Una quota significativa degli intervistati dichiarerebbe di bere meno alcol rispetto agli anni precedenti. Fin qui nessuna novità. Le motivazioni addotte, e qui si apre la parentesi interessante, non coinciderebbero con quelle che più frequentemente animano il dibattito pubblico.
Solo una minoranza collegherebbe la riduzione del consumo a timori legati al rischio oncologico (20%).
Emergerebbero invece con maggiore frequenza ragioni legate alla gestione quotidiana delle abitudini: il 46% degli intervistati dichiarerebbe di voler ridurre l’apporto calorico, il 39% di limitare lo zucchero nella dieta e il 36% affermerebbe che l’alcol non apporterebbe valore nutrizionale.

In questo contesto assumerebbe particolare rilievo un precedente studio del Wine Market Council, che aveva già segnalato una percezione elevata del contenuto di zucchero nel vino. La nuova rilevazione sembrerebbe confermare e approfondire questo nodo. Tra i consumatori che indicherebbero il contenuto di zucchero come elemento rilevante nella scelta, oltre la metà riterrebbe che lo zucchero venga aggiunto alla maggior parte dei vini (53%), mentre circa un terzo penserebbe che vengano utilizzati sostituti o dolcificanti (36%).
Il dato risulterebbe ancora più significativo se letto in chiave generazionale. I consumatori più giovani apparirebbero meno propensi a riconoscere negli zuccheri naturali dell’uva la fonte del residuo zuccherino nel vino e più inclini a ipotizzare l’uso di additivi.
Nonostante questa confusione, il vino continuerebbe a beneficiare di un posizionamento relativamente favorevole rispetto ad altre bevande alcoliche. Una quota consistente degli intervistati (65%) lo considererebbe complessivamente più sano rispetto a birra, superalcolici e prodotti ready-to-drink. Ne emergerebbe una percezione ambivalente: il vino verrebbe letto come un’opzione più gestibile e “controllabile”, anche quando gli si attribuirebbero caratteristiche improprie, come l’aggiunta di zuccheri.
La richiesta di trasparenza rappresenterebbe un ulteriore elemento centrale. Alla domanda su quali informazioni inciderebbero maggiormente nella scelta di un vino, gli intervistati indicherebbero come prioritarie, oltre a marca, annata e regione, quattro voci specifiche: contenuto alcolico, elenco degli ingredienti, contenuto di zucchero e calorie per porzione. Il dato suggerirebbe come il vino venga oggi valutato anche attraverso categorie di leggibilità immediata, mutuando parametri propri di altri ambiti di consumo.
In questo quadro si collocherebbe anche la crescente attrattività dei vini percepiti come “ecologici”. Una parte rilevante dei consumatori assocerebbe vini naturali o biologici a un’idea di maggiore salubrità, anche in assenza di una comprensione approfondita delle pratiche produttive. L’elemento “eco” sembrerebbe funzionare soprattutto come segnale di rassicurazione, in un contesto in cui l’attenzione alla salute convivrebbe con una conoscenza frammentaria del prodotto.
Accanto a questi aspetti emergerebbe infine il tema del gusto. Metà dei non consumatori dichiarerebbe di non bere vino semplicemente perché non ne apprezzerebbe il sapore, spesso percepito come amaro o troppo acido. Un dato che contribuirebbe a spiegare perché, nonostante il posizionamento relativamente favorevole del vino sul piano della salute, una parte dei consumatori continui a orientarsi verso alternative considerate più immediate.
Nel complesso, l’indagine non restituirebbe l’immagine di un rifiuto del vino né di una sua perdita di legittimità rispetto ad altre bevande alcoliche. Metterebbe piuttosto in luce un insieme di convinzioni non sempre coerenti, in cui attenzione alla salute, paura dello zucchero, richiesta di trasparenza e difficoltà sul piano del gusto convivrebbero.
È in questa zona di frizione, più che nei numeri assoluti dei consumi, che sembrerebbe collocarsi oggi una delle sfide principali per il mondo del vino.
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