Mixologist, 170 anni fa nasceva la parola del bere moderno
170 anni fa compariva il termine "mixologist", segnale di una trasformazione profonda nel mondo della miscelazione. Ce lo racconta Nicole Cavazzuti.
BAR & WINE - Proviamo a mettere in fila i fatti, perché la questione è meno banale di quanto possa sembrare in una distratta chiacchiera da aperitivo e ci riporta a una data precisa: 1856. È l’anno in cui, allo stato attuale delle fonti, compare in un documento a stampa una delle prime attestazioni note del termine “mixologist”.
Siamo nel 2026 e ricorrono dunque 170 anni da quella comparsa. Non si tratta soltanto di un vezzo linguistico o di una delle etichette che oggi usiamo per dare tono ai locali alla moda di Milano o New York. Quella parola può essere letta come il segnale di una trasformazione già in corso: il passaggio dall’oste che versa da bere al professionista che unisce tecnica, manualità e creatività. In questo senso, il termine intercetta uno snodo decisivo nell’evoluzione del bancone moderno.
La genesi: tra riviste letterarie e spostamenti geopolitici
Andiamo ai documenti, perché anche in questo caso la storia è più stratificata di quanto si creda. A ricostruire il passaggio non sono i soliti rumors, ma un lavoro di ricerca firmato da Jared Brown e Anistatia Miller nel secondo volume di Viaggio di Spirito: La storia del bere (Readrink editore). Ne emerge un percorso che parte da una rivista letteraria di New York e finisce per toccare la geopolitica, la metallurgia e, in filigrana, le radici stesse della cultura del bere.
Tutto comincia sulle pagine del The Knickerbocker: New-York Monthly Magazine, un mensile che nell’Ottocento occupava uno spazio rilevante nell’immaginario dell’intellighenzia urbana. È lì, nel sesto episodio di una serie narrativa firmata da Mace Sloper, che compare la parola mixologist.
Il fatto che emerga in un contesto letterario non è irrilevante. Suggerisce che la figura di chi miscela bevande avesse già superato l’ambito puramente pratico della taverna per entrare nell’immaginario culturale della borghesia colta. Non più soltanto un barista, dunque, ma una figura percepita anche attraverso il filtro della competenza e dello stile.

La scheda tecnica: l’evoluzione dei ferri del mestiere
C’è poi un punto da chiarire, perché la narrazione contemporanea tende spesso a semplificare: lo shaker nasce dopo il cocktail, almeno nella forma in cui oggi siamo abituati a riconoscerlo. Prima dello shaker moderno, il mondo del bere attraversa secoli di trasformazioni tecniche, artigianali e materiali.
XVI e XVII secolo. In area germanica circola il doppelfassbecher, letteralmente un “bicchiere a doppia botte”. Si tratta di due recipienti metallici — argento, ottone, talvolta oro nei contesti più aristocratici — che si incastrano tra loro. Nasce come oggetto conviviale e cerimoniale, ma il suo disegno richiama almeno in parte una logica che più tardi ritroveremo negli strumenti di miscelazione.
1714. Con l’ascesa degli Hannover al trono d’Inghilterra, e dunque con l’avvento di Giorgio I, i movimenti dinastici e culturali tra area tedesca e britannica favoriscono anche la circolazione di oggetti, stili e saperi. Il doppelfassbecher attraversa la Manica e si inserisce in un nuovo contesto di gusto e manifattura.
Metà Ottocento. A Sheffield, centro fondamentale per la lavorazione dei metalli, l’oggetto sembra evolvere in quella che sarà poi riconosciuta come forma embrionale del cobbler shaker. Non ha più l’aspetto di una piccola botte, ma conserva talvolta elementi decorativi orizzontali che ne lasciano intuire una genealogia formale. Più che una cesura netta, sembra una transizione: dal recipiente cerimoniale allo strumento funzionale.
1868: la formalizzazione dello strumento
Facciamo ora un salto in avanti. Se il 1856 rappresenta una tappa importante nella storia del termine mixologist, il 1868 sembra segnare una fase di più chiara formalizzazione dello strumento. In testate britanniche come Meliora: A Quarterly Review of Social Science compare infatti il cocktail shaker come oggetto descritto in modo più esplicito e riconoscibile. Non più un semplice contenitore adattato all’occasione, ma un attrezzo concepito per miscelare whisky, brandy o champagne con bitter e ghiaccio.
Nello stesso periodo, il periodico Notes and Queries restituisce una scena che oggi leggeremmo quasi come una cronaca di costume: un ufficiale inglese su un transatlantico utilizza due bicchieri d’argento per mescolare gli ingredienti, sollevandoli con un’eleganza che ha già qualcosa della performance. Non è ancora il bar show contemporaneo, naturalmente, ma il documento lascia intravedere un passaggio importante: chi prepara da bere non è più necessariamente confinato nel retrobottega, bensì può diventare figura visibile, osservata, perfino ammirata.
Il punto finale: una maratona di 170 anni
Riassumendo: la parola mixologist, che oggi sentiamo risuonare spesso — talvolta anche a sproposito — nei locali di tendenza, possiede una storia più antica e più sfumata di quanto si creda. Una storia che tocca la letteratura periodica, la lavorazione dei metalli, le migrazioni dinastiche e l’evoluzione dei rituali del bere.
Nel corso dell’Ottocento, il bar cambia pelle. Si trasformano la vetreria, i recipienti, le abitudini di servizio. I tumbler si affermano accanto a forme più pesanti e tradizionali; i drink si arricchiscono di erbe, scorze, frutta, dettagli visivi che anticipano una nuova estetica del bere. Ma soprattutto cambia l’identità di chi sta dietro il banco: non più semplice esecutore, bensì interprete di un gesto che unisce tecnica, cultura materiale e sensibilità.
Oggi, a 170 anni da quell’attestazione sul Knickerbocker, possiamo dire questo: la storia del mixologist è la dimostrazione che dietro a un drink si nasconde un frammento dell’evoluzione dei nostri costumi e della nostra società.
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