Che cos’è il pre-drinking, il fenomeno in crescita che minaccia i consumi fuori casa

Negli Stati Uniti cresce il pre-drinking: cocktail troppo costosi, consumo spostato a casa e nuove pressioni sul modello economico dell’Horeca

8 Maggio 2026 - 14:24
Che cos’è il pre-drinking, il fenomeno in crescita che minaccia i consumi fuori casa

NOTIZIE E DINTORNI - Per lungo tempo la pratica del pre-drinking è stata associata all’immaginario universitario americano: vodka nelle stanze dei college, lattine bevute nei parcheggi prima dei concerti, alcol consumato rapidamente prima di entrare nei locali. Una dimensione legata soprattutto ai più giovani e ai loro budget limitati.

Oggi, negli Stati Uniti attraversati da incertezza economica, pressione inflattiva e crescente polarizzazione dei consumi, il fenomeno sembra tornare in forme nuove e soprattutto in fasce d’età diverse.

Ad essere coinvolti non sarebbero solo studenti ma adulti tra i 30 e i 40 anni che, per contenere la spesa, sceglierebbero deliberatamente di bere a casa prima di uscire e in alcuni casi anche dopo, chiudendo la serata con il post-gaming, il bicchiere della staffa domestico.

A raccontarlo è il Wall Street Journal, che nelle scorse settimane ha dedicato un approfondimento a un comportamento sempre più diffuso nelle grandi città americane tra concerti, bar e nightlife urbana, riportando al centro una pratica tipica della cultura universitaria ma oggi inserita in un contesto economico e sociale completamente diverso.

Secondo i dati della consumer insights company Zappi, citati dal quotidiano statunitense, quasi un terzo delle persone intervistate dichiarerebbe di fare pre-drinking per evitare la stangata nei locali.

Complice del nuovo trend sarebbe il prezzo medio dei cocktail che negli Stati Uniti, secondo Technomic, avrebbe raggiunto i 13,61 dollari, con una soglia reale molto più alta nelle grandi città.

A New York un cocktail da 20 dollari sarebbe ormai percepito come normalità, al punto che alcuni racconterebbero di preferire preparare quattro drink a casa con il costo di una sola ordinazione al bar.

Tra coloro che affermano che il costo delle consumazioni influisce sulla decisione di uscire, il 37% sceglierebbe di bere prima, mentre il 41% si orienterebbe verso acqua o alternative no alcol.

Anche il vino non sembrerebbe affatto al riparo dal fenomeno. Tradizionalmente legato alla permanenza e alla convivialità del ristorante, entrerebbe anch’esso nella logica dell’ottimizzazione della spesa.

Il cambio di paradigma starebbe producendo effetti visibili anche sul mercato, con i grandi gruppi del beverage impegnati nell’adattare formati e prodotti a questo nuovo comportamento.

In particolare il focus si starebbe spostando sul mini-size, che risponde perfettamente a un consumo portatile, discreto e anticipato. Piccole bottiglie facili da trasportare e da consumare prima di concerti ed eventi per limitare la spesa all’interno delle strutture del fuori casa.

Si spiegherebbe così la crescita della domanda per le mini bottiglie di Jim Beam e Maker’s Mark registrata da Suntory Global Spirits o la scelta di Diageo di introdurre il Don Julio 1942 in formato da 50 ml.

Secondo quanto riportato dal WSJ, anche ALB Vodka avrebbe visto triplicare nel primo trimestre le vendite delle bottiglie “airplane-size”, con il formato da 50 ml nettamente superiore rispetto ai tagli tradizionali.

Se per lungo tempo il fuori casa ha concentrato su di sé esperienza sociale e consumo alcolico, oggi queste due dimensioni inizierebbero progressivamente a separarsi, mettendo sotto pressione gli equilibri economici dell’Horeca e incidendo direttamente sulla sua componente più redditizia: il beverage.

E se il fenomeno dovesse consolidarsi anche fuori dagli Stati Uniti, in un contesto segnato da inflazione, riduzione del potere d’acquisto e consumatori sempre più selettivi nella gestione della spesa discrezionale, alcune categorie potrebbero risultare più esposte di altre, soprattutto quelle maggiormente legate alla permanenza e alla convivialità del fuori casa, vino compreso.

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