Sciopero dei rider: consegne ferme per chiedere più tutele
Le consegne si fermano in diverse città italiane: i rider scioperano contro il caldo e chiedono maggiori tutele per la salute e il reddito
NOTIZIE HORECA - Quando le consegne si fermano per il caldo, per molti rider si interrompe anche il reddito. È intorno a questo nodo che, tra il 15 e il 16 luglio, i lavoratori del food delivery hanno protestato in diverse città italiane, chiedendo che la tutela della salute non si traduca in una perdita economica.
Le mobilitazioni, proclamate dalle organizzazioni locali di NIdiL CGIL, hanno interessato inizialmente Milano, Firenze e Bologna, dove sono stati organizzati scioperi e cortei. Il giorno successivo la protesta si è spostata in Piemonte, con sette ore di astensione dalle consegne e un presidio davanti al palazzo della Regione a Torino.
Alla mobilitazione hanno preso parte anche alcuni lavoratori di Just Eat, nonostante l’azienda avesse inizialmente comunicato che i propri rider non avrebbero aderito. Il loro inquadramento contrattuale resta comunque diverso da quello prevalente nelle altre piattaforme: buona parte degli addetti di Just Eat è assunta come dipendente e può contare su una paga oraria, oltre alla quota di compenso collegata alle consegne.
Secondo le stime sindacali riportate dalla TGR Piemonte, nella sola Torino il settore del food delivery impiega circa 3.000 rider. La maggioranza opera come lavoratore autonomo attraverso Glovo e Deliveroo, senza poter accedere agli ammortizzatori sociali quando l’attività viene sospesa.
Le ordinanze anti-caldo e il nodo dei compensi
La protesta, come riporta il Post, nasce dalle condizioni affrontate durante le giornate con temperature particolarmente elevate, quando effettuare consegne in bicicletta o in motorino diventa più faticoso e rischioso per la salute.
Diverse amministrazioni regionali e comunali hanno adottato ordinanze che impongono lo stop alle attività maggiormente esposte al caldo tra le 12:30 e le 16, nei giorni caratterizzati dal livello più alto di rischio climatico. I rider rientrerebbero tra i lavoratori interessati, ma l’applicazione dei provvedimenti presenta alcune criticità.
Le ordinanze consentono infatti di proseguire l’attività qualora le aziende introducano adeguate «misure di riduzione del rischio», senza però indicare con precisione in cosa debbano consistere. Le piattaforme hanno quindi adottato iniziative come corsi online sui pericoli legati alle alte temperature e la distribuzione di acqua e prodotti per la protezione solare, lasciando ai rider la decisione di continuare o meno a lavorare.
Per chi viene pagato in base al numero delle consegne, tuttavia, non collegarsi alla piattaforma significa guadagnare meno. La possibilità di fermarsi è quindi condizionata dall’assenza di una retribuzione fissa e di strumenti capaci di compensare le ore non lavorate.
I rider chiedono che le ordinanze vengano applicate in maniera efficace, garantendo la continuità del reddito durante gli stop. Tra le altre rivendicazioni figurano l’assunzione dei lavoratori più assidui e l’accesso agli ammortizzatori sociali.
Nessuna soluzione dal tavolo al Ministero
Il confronto è arrivato il 16 luglio al ministero del Lavoro, dove si sono incontrati NIdiL CGIL, FeLSA CISL, UilTemp e Confcommercio, in rappresentanza delle piattaforme.
Secondo il resoconto diffuso da NIdiL CGIL, il tavolo si è concluso senza l’adozione di misure concrete. Il sindacato ha proposto la creazione di un fondo alimentato dalle piattaforme di food delivery, destinato a integrare il reddito dei rider durante le ore in cui le consegne vengono sospese.
Il ministero ha rinviato ogni decisione a una nuova convocazione, per la quale non è stata ancora indicata una data.








