Franchini: tra storia, tecnica e progetto, una lettura contemporanea della Valpolicella

Nel cuore della Valpolicella Classica, Franchini sviluppa un percorso che intreccia storia, tecnica e sperimentazione

17 Apr 2026 - 14:47
Franchini: tra storia, tecnica e progetto, una lettura contemporanea della Valpolicella

VINI E SPUMANTI - In Valpolicella la vite non è solo coltura, ma un elemento che riemerge continuamente nella lettura del territorio. I ritrovamenti fossili conservati nei musei locali, le tracce della vitis silvestris e i siti archeologici che punteggiano le colline restituiscono un’idea di continuità che precede di molto la viticoltura come la intendiamo oggi. 

È dentro questa profondità che alcune aziende costruiscono il proprio racconto e c’è chi ha fatto della centralità del dato storico un tratto identitario, non solo per scelta, ma anche per circostanza. 

Nel cuore della Valpolicella Classica, a Negrar, la famiglia Franchini da generazioni porta avanti la propria attività vitivinicola all’interno dell’Antica Corte Forlago, contrada storica attestata già nel 1460. Durante alcuni lavori nel 2018 sono stati rinvenuti mosaici di epoca romana risalenti al III secolo d.C., oggi parte integrante del racconto aziendale.

Dimensione, morfologia e lavoro in vigna

La proprietà si sviluppa su meno di cinque ettari tra i 280 e i 500 metri di altitudine. Un’estensione contenuta ma articolata, che comprende appezzamenti terrazzati sostenuti dalle marogne, i classici muretti a secco, e un vigneto certificato come viticoltura eroica, dove la pendenza rende ogni operazione necessariamente manuale.

La produzione annua si attesta intorno alle 20.000–25.000 bottiglie, una quantità coerente con la dimensione aziendale e con la scelta di lavorare esclusivamente sulle uve provenienti dai vigneti di proprietà.

È proprio questa combinazione tra dimensione e morfologia a incidere sul lavoro in vigna: da un lato consente un controllo diretto su tutte le fasi, dall’altro introduce una variabilità legata alle altitudini e alle esposizioni. Le escursioni termiche contribuiscono così a preservare acidità e definizione aromatica, restituendo uve più tese e leggibili.

La direzione del progetto

È Giuliano Franchini, alla fine degli anni ’90, a imprimere una direzione nuova all’attività di famiglia, avviando la produzione diretta sotto il nome di Agricola Franchini. Il suo ingresso coincide con una rilettura complessiva dell’approccio aziendale.

 “In Valpolicella il punto centrale è la storia intesa come antichità della presenza della vite. – esordisce accogliendoci a Corte Forlago - Spesso ci si concentra sulle pratiche, sui tempi, sulle tecniche – che qui hanno un valore fondamentale e condiviso – ma per me la cosa più importante è che tutto questo nasce da una profondità che ci precede. E credo di essere stato fortunato a nascere in un territorio come questo.”

Questa impostazione non si traduce in una presa di distanza dalle pratiche identitarie del territorio, ma in una diversa gerarchia di lettura: la tecnica viene ricondotta a un sistema più ampio, dove il dato storico, culturale e paesaggistico diventa parte attiva del processo produttivo.

Spazi e continuità, materiali e scelte di cantina

La cantina nella sua struttura testimonia questo approccio. Conserva ancora una ghiacciaia sotterranea, la nevera, un tempo utilizzata per accumulare il ghiaccio e oggi destinata all’affinamento delle annate più vecchie. Un ambiente che restituisce in modo concreto il rapporto tra spazio, tempo e vino. 

Le scelte sui materiali impiegati seguono una logica adattiva più che standardizzata. Il legno viene utilizzato in modo differenziato, con botti di diversa dimensione e provenienza – dalla Francia, alla Slavonia per arrivare agli Stati Uniti – con l’obiettivo di modulare il profilo aromatico e accompagnare il vino senza sovrastrutture rigide. “La tecnica cambia ogni anno, l’obiettivo è adattarla a quello che la natura ci ha dato, non il contrario.” 

L’intuizione di Camuto e la nascita di Candidus

Accanto a questa impostazione, si apre anche una linea di sperimentazione più marcata, legata a un episodio preciso. Durante una visita in azienda, il giornalista Robert Camuto, invitato a vedere il vigneto in cui erano stati rinvenuti i mosaici romani, suggerisce di guardare proprio al materiale presente nel luogo.

“È stato lui a farci riflettere su quello che avevamo sotto i piedi”, racconta Franchini e a spingerci alla creazione del nostro “vino clandestino”.

Da questa intuizione nasce infatti Candidus, un bianco IGT Veneto ottenuto da un blend che include Chardonnay, Garganega, Riesling, Pinot Bianco, Moscato e varietà locali, e costruito anche attraverso una sperimentazione sui materiali di affinamento. In questo caso, accanto ad acciaio e legno, viene introdotto l’utilizzo della pietra, il marmo rosa del Garda, in una logica di confronto tra superfici e reazioni diverse. Non un modello replicato su tutta la produzione, ma un progetto mirato, in cui il riferimento archeologico e la materia del territorio entrano direttamente nella costruzione del vino. 

La degustazione

La prima cosa che colpisce è visiva: le etichette. Realizzate e applicate ancora a mano, una per una, riprendono un gesto che appartiene alla storia familiare. Il nonno di Giuliano incartava le bottiglie, spesso di vetro trasparente, per proteggerle dalla luce. Oggi quella pratica ritorna come scelta consapevole, mantenendo un rapporto diretto con il prodotto e con il tempo del lavoro.

In degustazione, la gamma restituisce con chiarezza la tensione tra radice e interpretazione.
Il Valpolicella Classico, basato su Corvina, Corvinone e Rondinella, si muove su un registro diretto, giocato su un frutto croccante e immediato, con richiami a frutti di bosco e leggere sfumature speziate con sentori di pepe bianco. Il sorso è lineare, scorrevole, costruito più sulla bevibilità che sulla struttura, ma senza mai risultare semplice. “È il vino di tutti i giorni. Deve essere facile, ma non banale”, osserva Franchini. 

Con il Valpolicella Classico Superiore “Sedese”, costruito sulle stesse varietà con una quota di uve appassite, il registro si amplia. Il frutto si fa più maturo, si arricchisce di più sfumature, mirtillo, mora, ribes e di accenni di frutta secca, ma resta sempre sostenuto da una freschezza che ne definisce il profilo.

Il Ripasso “Orto Baul”, sempre su base Corvina, Corvinone e Rondinella, utilizza la rifermentazione sulle vinacce dell’Amarone come strumento più che come schema. Qui la materia si compatta, ma la gestione resta misurata, mantenendo equilibrio tra struttura e scorrevolezza. “Il Ripasso non deve essere un Amarone più leggero”, è la linea che emerge dal suo approccio.

L’Amarone della Valpolicella Classico “Forlago”, da Corvina, Corvinone e Rondinella si presenta con un granato pieno e compatto, quasi impenetrabile. Il profilo olfattivo è ampio, ma ordinato: alle note più calde di miele, caramella d’orzo e spezie dolci si affiancano richiami più profondi di prugna in confettura, ciliegia sotto spirito e frutto scuro, con sfumature tostate e balsamiche che si distendono senza appesantire. Nel calice, però, la cosa più interessante è che questa ricchezza non si traduce in opulenza. La materia è importante ma resta vellutata, la componente dolce-amara è ben calibrata e il sorso mantiene una sua tensione interna. È un Amarone che non affonda nella massa, ma conserva slancio e pulizia, con un finale lungo e composto. “Non cerchiamo la potenza, ma l’equilibrio”, è la linea che meglio restituisce il senso di questo vino.

Il Recioto della Valpolicella Classico “Monte Marognin” si presenta con un rubino vivido dai riflessi violacei. Il profilo è ampio e progressivo: si apre su note floreali di rosa e viola, per poi muoversi verso marasca sotto spirito, prugna appassita e piccoli frutti scuri, accompagnati da leggere sfumature speziate e tostate, con un fondo appena balsamico.

In bocca la dolcezza è presente ma sostenuta da una freschezza viva, che accompagna un tannino levigato e una trama morbida ma dinamica. Il sorso evolve con continuità, mantenendo equilibrio e chiudendo con una sensazione asciutta e pulita.
 
Accanto a questa versione, esiste una seconda linea non filtrata e rifermentata, prodotta in quantità limitate e identificata da una numerazione distinta rispetto alla serie principale, anch’essa interamente numerata a mano. In questo caso il vino resta aperto nel suo percorso evolutivo: la presenza dei lieviti e la leggera effervescenza restituiscono una lettura più mobile, quasi vibrante, che riporta a una pratica antica, in cui il confine tra dolce e secco non è ancora completamente definito.

Accanto ai vini di denominazione, i progetti ampliano il perimetro.

L’Imperivm si costruisce su un assemblaggio che affianca vitigni internazionali a varietà locali, dando origine a un profilo più articolato.

E soprattutto Azzardo il vino più dichiaratamente progettuale della gamma, ma anche quello che, nel calice, si discosta di più dall’idea di vino costruito. Nasce da una gestione frammentata della vendemmia, con raccolte scalari e una breve fase di appassimento, e da un uvaggio che mette insieme varietà tradizionali della Valpolicella e vitigni internazionali. 

Questa complessità, però, non si traduce in rigidità. Nel calice il vino si presenta con un rosso rubino fitto, ma il profilo non è immediatamente espansivo: resta inizialmente raccolto, quasi trattenuto, con note di sottobosco, radici e frutto scuro maturo che emergono per gradi.

È soprattutto al palato che cambia la percezione. A fronte di una struttura importante e di un grado alcolico elevato, il sorso non affonda mai nella massa: resta dinamico, con una progressione che alleggerisce la materia e la tiene in movimento. È un vino ampio, caldo, ma sorprendentemente scorrevole, in cui la componente tannica e la freschezza lavorano per evitare qualsiasi sensazione statica.

Nel confronto diretto con gli altri vini, Azzardo si colloca come il punto di massima estensione della gamma, ma senza perdere quella linea di bevibilità che attraversa tutta la produzione. Più che un vino di potenza, è un vino di equilibrio: la complessità non viene esibita, ma gestita. Un vino fuori dagli schemi, come suggerisce il nome più che dichiararlo. 

Ripercorrendo la degustazione si comprende come, nel calice, più che uno stile definito emerga un modo di lavorare: un approccio che si muove dentro il territorio senza irrigidirsi in una forma unica, lasciando spazio a variazioni che rispondono alle condizioni dell’annata e alle scelte di cantina. 

È in questa oscillazione controllata che Franchini costruisce una lettura contemporanea della Valpolicella, non come modello da replicare, ma come sistema da interpretare.

Società Agricola Franchini S.r.l.
Località Forlago, 1 
37024, Negrar di Valpolicella (VR), Italia
Telefono: +39 338 1943700
Email: office@franchinivini.com

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