Lo Zen e l’arte del cocktail Martini: intervista a Fabio Nascimbeni

Tra storia, curiosità e riflessioni filosofiche, il Martini diventa un rito da praticare. E anche una questione tecnica: agitato o mescolato?

3 Lug 2026 - 16:31
Lo Zen e l’arte del cocktail Martini: intervista a Fabio Nascimbeni

BAR & WINE - C’è un’idea audace, quasi provocatoria, che attraversa le pagine dell’ultimo lavoro di Fabio NascimbeniLo Zen e l’arte del cocktail Martini. L’autore non si limita a parlarci di un drink: costruisce un percorso stratificato che alterna storia, curiosità, cultura, tecnica e riflessione filosofica, trasformando il Martini in qualcosa di più complesso di una semplice ricetta.

Nel libro si incontrano le origini leggendarie del cocktail, le sue apparizioni nella letteratura, nel cinema e nella politica, ma anche consigli pratici: il ruolo del ghiaccio, la scelta degli strumenti, il tempo della preparazione, il rapporto tra gin e vermouth. Fino a uno dei grandi dilemmi del bartending: Martini agitato o mescolato? Una questione tutt’altro che estetica, perché riguarda temperatura, diluizione, limpidezza, texture e percezione aromatica.

Eppure il cuore del libro sta nel salto più inatteso: accostare la severa disciplina orientale dello Zen alla trasparenza di una coppa ghiacciata. Ma in che maniera, e soprattutto perché, queste due rette apparentemente parallele finiscono per incontrarsi al bancone di un bar?

Il punto di contatto è proprio l’idea del rito. Come lo Zen, il Martini non può essere compreso solo a parole: va praticato. Non è una teoria, è un’esperienza che richiede, come direbbero i latini, di essere affrontata in punta di piedi.

Fabio Nascimbeni, il suo libro alterna storia, curiosità e riflessione. Che tipo di esperienza ha voluto costruire?

Volevo evitare un manuale classico. Il Martini è troppo ricco per essere ridotto a una scheda tecnica. Ho cercato di intrecciare livelli diversi: la storia, che dà profondità; le curiosità, che rendono il racconto vivo; e la riflessione, che invita a rallentare. Ma allo stesso tempo ho voluto inserire consigli pratici, perché il Martini va anche fatto, non solo pensato.

Partiamo dal tema più divisivo: shaken or stirred. Dove si colloca?

È una domanda che sembra semplice, ma non lo è affatto. Agitare e mescolare producono due cocktail diversi, non due varianti dello stesso. Lo shake raffredda più velocemente, ma introduce aria, aumenta la diluizione e altera la limpidezza del drink. È più spettacolare, ma anche più invasivo dal punto di vista strutturale.

Esiste una base tecnica o scientifica dietro questa differenza?

Sì, ed è interessante. Studi e sperimentazioni — penso al lavoro di Dave Arnold — mostrano che agitare oltre i 10-15 secondi non raffredda ulteriormente il drink, ma lo diluisce soltanto. Questo è un punto cruciale: oltre una certa soglia si perde controllo. Inoltre, agitare introduce microbolle d’aria che rendono il cocktail leggermente torbido e ne modificano la percezione al palato.

Quindi lo stir resta la via maestra?

Per il Martini classico, sì. Mescolare significa lavorare con più precisione: meno aria, meno diluizione, una consistenza più liscia e una maggiore leggibilità del gin. È un gesto più lento, ma proprio per questo più consapevole.

Eppure il dibattito resta aperto.

Perché non esiste una risposta assoluta. Dipende dal risultato che si vuole ottenere. Un Martini agitato sarà più freddo, più leggero, più “aperto”. Un Martini mescolato sarà più vellutato, più compatto, più elegante. Sono due esperienze diverse.

Nel libro il Martini diventa anche un rito. In che senso?

Nel senso che ha tempi, gesti, silenzi. Non è un cocktail da consumare distrattamente. Il Martini pretende il “qui e ora”. Quando è fatto bene, alla temperatura giusta, con l’equilibrio corretto tra gin e vermouth, ti costringe a stare nell’istante.

Qui entra in gioco il parallelismo con lo Zen.

Esatto. Lo Zen insegna il raggiungimento di momenti di presenza assoluta, senza distrazioni. Il Martini, nel suo piccolo, può produrre qualcosa di simile: una sospensione. Per pochi secondi il passato arretra, il futuro tace, e resta solo quel sorso.

Lei descrive il Martini anche come una struttura ritmica.

Sì, attraverso il concetto giapponese di joha-kyū: introduzione, sviluppo, accelerazione. Nel Martini questo si traduce nei tre sorsi. Il primo è esplorativo, il secondo è pieno, il terzo è rapido perché il drink sta già cambiando. È una forma liquida di impermanenza.

Quindi il Martini non dura.

No, ed è proprio questo il suo fascino. Un Martini non si conserva. Esiste solo nel suo momento. È come un gesto o un bacio: vive e si esaurisce lì.

Nel libro c’è anche una parte storica molto ricca. Da dove nasce davvero il Martini?

Non c’è una risposta definitiva. C’è la leggenda di Martinez, nella California della corsa all’oro. C’è Jerry Thomas. Ci sono bar, città, racconti. Più che una nascita unica, il Martini ha una costellazione di origini. E questo contribuisce al suo mito.

Perché questo cocktail ha attraversato così tanto la cultura occidentale?

Perché è diventato un simbolo. Lo troviamo nella politica, nella letteratura, nel cinema. È un codice estetico e comportamentale. Non è solo una ricetta: è un linguaggio.

Che cosa dice di una persona il modo in cui beve un Martini?

Dice che cerca qualcosa di preciso. Il Martini non è indulgente: è diretto, essenziale. Chi lo sceglie accetta anche questa chiarezza.

Nel libro torna l’idea che il miglior Martini sia sempre “il prossimo”. Perché?

Perché il Martini perfetto non esiste davvero. Esiste come tensione. Ogni volta ci si avvicina, ma non lo si raggiunge mai definitivamente. Ed è proprio questo a tenerlo vivo.

In fondo, che cosa ci insegna il Martini?

Che anche un gesto semplice può contenere una visione del mondo. In una coppa Martini ci sono tecnica, cultura, attesa e desiderio di precisione. Non è solo un aperitivo: è un piccolo esercizio di presenza.

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