Tamái: l’anima contemporanea della Puglia tra liquori d'autore e tradizione
Dalla storia di Licor Srl nasce Tamái, la nuova linea premium di Caterina Fiume. Un viaggio tra gin alla carruba e limoncello alla mandorla.
ALCOLICI E SPIRITS - Conosco Caterina Fiume da anni e nel tempo ne ho osservato da vicino il modo di coniugare visione imprenditoriale, radicamento territoriale e attenzione allo storytelling. Il suo nome è legato alla realtà storica di famiglia, Licor S.r.l. di Putignano, attiva da sessant'anni nel settore dei liquori e degli sciroppi; ma oggi il suo lavoro si concentra su un progetto nuovo, Tamái, nato nel solco di questa tradizione ma con un’identità più contemporanea. L’ho incontrata a Splash, a Bari, dove mi ha parlato della genesi della linea, della sua anima pugliese e delle sfide che accompagnano il lancio di un brand nel mondo beverage.

Intervista a Caterina Fiume a Splash, Bari
Com’è nato Tamái?
È un progetto molto recente, sul quale lavoriamo da circa due anni. Ha preso forma a giugno e si presenta come una linea composta da sei referenze. L’idea era costruire qualcosa di nuovo, capace di valorizzare il territorio pugliese con un linguaggio attuale e una collocazione premium nel canale horeca.
Che cosa comprende la gamma?
Un amaro a base di estratto di carruba e infuso d’erbe, un amaro con rum e infuso di noci e una novità assoluta: un limoncello con mandorle pugliesi della varietà Filippo Cea. A questi si aggiungono tre gin: un London Dry con ciliegia e mandorla, uno al finocchietto e uno alla carruba. Proprio quest'ultima, per anni considerata un ingrediente minore, sta tornando a essere riscoperta e valorizzata.
Qual è la filosofia del progetto?
L’obiettivo è proporre una linea horeca premium che abbia un legame viscerale con la Puglia. Ogni prodotto porta con sé un ingrediente identitario del territorio, ma allo stesso tempo c’è un lavoro di evoluzione nelle ricette, nel posizionamento e nelle modalità produttive. Il punto di partenza è la tradizione, ma la direzione è chiaramente contemporanea.
Quanto pesa l’esperienza maturata in famiglia?
Moltissimo. La tradizione liquoristica di famiglia è il retroterra da cui tutto parte, ma Tamái non va inteso come una semplice prosecuzione del passato: è un percorso nuovo, con una fisionomia propria. Anche l’esperienza di prodotti già affermati, come l’Amaro Pugliese, resta parte integrante di questo cammino.
Su quali aree vi state concentrando per la distribuzione?
In questo momento ci appoggiamo a diverse reti vendita in Puglia e in Sicilia, ma siamo già in una fase di espansione. Il lancio è recente, quindi la priorità è consolidare i primi mercati per poi allargare il raggio d’azione.
Il vostro orizzonte è soprattutto italiano o anche internazionale?
Non guardiamo soltanto all’Italia. Siamo già presenti in Francia, Lussemburgo, Germania e Canada. Avevamo cominciato anche un percorso negli Stati Uniti, ma si è interrotto quasi subito. In ogni caso, Tamái nasce con l’ambizione di dialogare costantemente con l’estero.

Quanto incide il contesto geopolitico sul lavoro di un’impresa come la vostra?
Parecchio. Ogni conflitto si riflette sui prezzi, sui costi delle materie prime e sul clima generale. Già i dazi avevano complicato il quadro; le tensioni internazionali aggiungono ulteriore instabilità. Anche quando gli effetti non sono immediati, sai che quel contesto finisce per pesare sulle scelte strategiche.
Che cosa è cambiato nel presentare un prodotto nuovo?
Le modalità di comunicazione. Oggi serve un approccio più preciso, mirato e consapevole. Le aziende devono fare i conti con i budget, quindi ogni scelta va ponderata con attenzione: fiere, attività di marketing e presenza sul mercato.
E sul fronte social?
Oggi non si può più essere generici. Prima si pubblicava in modo più dispersivo; adesso bisogna avere una direzione chiara. Non basta una bella immagine: serve contenuto, storia e sostanza. Noi puntiamo molto sulle stories perché sono immediate. Comunque è lo storytelling, oggi, che fa la differenza.
Come organizzate la comunicazione?
Lavoriamo con un’agenzia di Bari specializzata nel food & beverage, che ci segue in toto. Io continuo ad avere accesso diretto ai canali, ma preferisco che ogni contenuto venga condiviso e pianificato, proprio per mantenere coerenza e ordine nel messaggio.
Che investimento richiede oggi un lancio di questo tipo?
Non meno di 30 mila euro l’anno, e parliamo di un solo prodotto. Se poi si aggiungono altre referenze, è evidente che l’investimento cresce. Ma non si può pensare di costruire un lancio serio senza una struttura economica adeguata.
Qual è la difficoltà maggiore oggi?
Prima di tutto nell’emergere, perché la concorrenza è molta. Poi c’è il tema dell’equilibrio tra costi e prezzo finale. Quando lavori con le risorse di una piccola impresa, tutto richiede una precisione chirurgica per tenere insieme sostenibilità economica, qualità e identità.
La tua ambizione per il 2026?
Sul piano aziendale, vorrei che questo progetto trovasse il suo spazio definitivo. Sul piano personale, invece, spero venga pubblicato il mio secondo romanzo.






