Amaro Liborio, l’analcolico che vuole sembrare un amaro vero

Alla Mixology Experience Nicole Cavazzuti ha incontrato il fondatore di Amaro Liborio, Massimo Liborio Colaianni.

3 Giu 2026 - 16:29
Amaro Liborio, l’analcolico che vuole sembrare un amaro vero

ALCOLICI E SPIRITS - All'ultima edizione della Mixology Experience, tra assaggi, bartender curiosi e una presenza beverage più raccolta rispetto ad altri appuntamenti di settore, è emersa la tendenza a vivere l’analcolico non come rinuncia, ma come scelta di gusto. Nel frattempo, conquista la Medaglia d'Oro all'International Wine & Spirit Competition 2026 con 95 punti nella categoria No Alcohol – Alternative Drinks.

Amaro Liborio si inserisce in questo scenario con un obiettivo preciso: proporre un amaro zero alcol fedele all'immaginario italiano del fine pasto, ma capace di trovare spazio anche nella miscelazione moderna.
Black vs Classico: due caratteri distinti
La prima referenza a vedere la luce è stata Liborio Classico, un prodotto fresco e immediato, costruito su note di arance, mandorle, china e rabarbaro. Assaggiato in purezza risulta leggermente dolce, ma con la tonica trova un equilibrio più fresco e gradevole. Accanto a questa è arrivato Liborio Black, pensato per un pubblico che cerca una maggiore intensità.

Il Black si distingue per una doppia anima. Da un lato è un amaro da meditazione, da servire rigorosamente freddo e sorseggiare in purezza, con una profondità che strizza l'occhio al mondo dei whisky e dei rum invecchiati. Dall’altro trova spazio naturale dietro il bancone: le sue caratteristiche gli consentono di emergere in cocktail come l'Espresso Martini o il Paloma in versione analcolica, senza perdersi tra gli altri ingredienti. Una qualità non scontata nel panorama zero alcol, spesso penalizzato proprio in termini di corpo e persistenza.
Le due referenze non si sovrappongono: il Black punta su complessità e intensità, mentre il Classico si rivolge a un momento di consumo più informale.

Ne abbiamo parlato con Massimo Liborio Colaianni, CEO e fondatore del brand.

L’intervista
Partiamo dall'inizio: da quanto tempo esiste Amaro Liborio?
«L’azienda è molto giovane, nasce nel 2022 con l'amaro classico. A fine 2025 abbiamo lanciato Black, ovvero l'Amaro Liborio Analcolico. È un prodotto a cui tengo molto perché è il risultato di un’attività di ricerca e sviluppo piuttosto complessa, con un obiettivo chiaro: creare un amaro analcolico che fosse, a tutti gli effetti, un vero amaro. Sono molto diversi, ma entrambi pensati per offrire un’esperienza nel mondo dei drink, inclusi gli zero alcol».
Dove avviene la produzione?
«Produciamo a Trieste, presso Liquorificio Italia, ma noi siamo fisicamente ad Alessandria. Il nome Liborio viene da mio nonno, originario di Enna. Il prodotto è quindi contestualizzato idealmente in Sicilia; gli ingredienti e le suggestioni riportano alla nostra terra d’origine».
Prima di questo progetto di cosa si occupava?
«Arrivavo da un settore completamente diverso, l'automotive. L'amaro nasce da una passione e dalla volontà di costruire qualcosa di nuovo in un mercato che stava cambiando».
Come state lavorando sulla distribuzione? È un prodotto per l'Italia o guardate oltre confine?
«In Italia ce ne occupiamo direttamente. All’estero, invece, sono già partiti mercati importanti con distributori dedicati: Stati Uniti, Australia, Canada, Germania. Siamo ancora piccoli, parliamo di poche migliaia di pezzi, però l’export in questo momento incide in maniera importante, siamo all'80%. Gli Stati Uniti stanno rispondendo benissimo: abbiamo partecipato a fiere a Las Vegas, Miami e San Diego riscontrando un interesse altissimo».

L’amaro è storicamente legato alla nostra tradizione. È più facile raccontarlo qui in Italia?

«Sì, in Italia il messaggio passa con naturalezza perché fa parte della nostra cultura. Il limite, che in realtà è diventato un valore aggiunto, è la curiosità del consumatore. Il punto di svolta è far capire che, pur essendo analcolico, al palato deve sembrare un amaro vero. Quando chi lo assaggia ci conferma questo, abbiamo raggiunto l'obiettivo. Anche nella miscelazione i bartender ci stanno dando riscontri ottimi: si possono costruire drink list di mocktail di altissimo livello usando sia il Classico che il Black come base».
Chi è il vostro pubblico di riferimento?
«Guardiamo in due direzioni. C’è chi non beve alcol per scelta, salute, gravidanza o motivi religiosi: un'esigenza che c'era dieci anni fa e c'è oggi. Ma il vero pubblico di riferimento oggi è la Generazione Z e i Millennial, dai 25 ai 35 anni. Sono molto attenti: non si accontentano. Vogliono bere bene pur optando per il no-alcol. Sanno che scegliere un analcolico non significa spendere meno, ma sedersi in un bel locale e ricevere un drink eccellente».
Uno dei problemi tecnici del no-alcol è la conservazione, mancando la parte alcolica. Come funziona per Liborio?
«Il prodotto confezionato ha una shelf-life di due anni. Una volta aperto, però, va conservato in frigorifero e consumato entro sei mesi. Questo passaggio del freddo è determinante per garantire fino all'ultima goccia le migliori caratteristiche organolettiche».
Qual è il posizionamento di prezzo per il canale Horeca?
«Oggi siamo sotto i 20 euro, indicativamente tra i 18 e i 19 euro».
Dove state riscontrando maggiore interesse sul territorio nazionale?
«Attualmente la Lombardia rappresenta la fetta più importante, ma riceviamo richieste da tutte le regioni. Sono gli stessi operatori Horeca che cominciano a ricevere domande spontanee da clienti alla ricerca di un buon drink analcolico. Questo li mette in allerta: devono trovare prodotti validi per ampliare la carta, e noi ci proponiamo come quell'alternativa».
Alla fiera avete presentato anche un dispenser. Che ruolo gioca?
«È uno strumento eccezionale per generare curiosità. Ci permette di servire il prodotto fresco, già raffreddato e perfettamente dosato. Ora lo stiamo sfruttando tantissimo nelle fiere come leva di marketing, ma l'obiettivo a breve termine è legarlo a specifici obiettivi di vendita per i locali».
Quali sono i prossimi appuntamenti in agenda?
«Siamo appena rientrati da Singapore e siamo in partenza per Hong Kong. In estate ci dedicheremo agli eventi legati alla miscelazione. Probabilmente replicheremo il tour dello scorso anno toccando Ibiza, Malta e la Sicilia, in particolare Enna e Agrigento, per poi arrivare a settembre con il Roma Bar Show e chiudere l'anno con il Bar Convent a Berlino».
Milano quest'anno ospiterà la cerimonia dei 50 Best Bars. Punterete a farvi spazio anche in quel contesto?
«Lo sappiamo bene e continuiamo a dare "gomitate" costruttive sperando di ricavarci il nostro spazio. Devo dire che questi grandi eventi ci hanno sempre premiato: siamo reduci ad esempio dall'ottimo riscontro avuto a Lady Drink, sia nell'edizione principale che in Costa Smeralda, dove il prodotto è stato utilizzato con grande successo. Tutte queste occasioni ci stanno premiando e ci rendono molto soddisfatti, ora il prossimo passo è spingere sull'attività commerciale per generare i volumi che meritiamo».
Quanto contano per voi la comunicazione e l'e-commerce oggi?
«Moltissimo. Della comunicazione se ne occupa Greta Finotti dall'interno, supportata da agenzie esterne. Usiamo i social non per rincorrere la vanità dei follower, ma per informare e aggiornare; il nostro vero successo è quando i professionisti passano davanti allo stand e ci dicono "vi ho visti". Per quanto riguarda le vendite, l’e-commerce è fondamentale: tramite il nostro sito e il rinnovo della vetrina Amazon stiamo distribuendo in attesa di costruire una rete Horeca ancora più capillare».

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