La Piadineria sbarca a Napoli, città simbolo dello street food
La Piadineria arriva a Napoli entrando in una realtà gastronomica fortemente identitaria. Ne abbiamo parlato con il CEO Roberto Longo
RISTORANTI - La Piadineria, la più grande catena italiana dedicata alla piadina, apre a Napoli. Il nuovo punto vendita è stato inaugurato in Piazza Fuga, nel quartiere Vomero, segnando l’ingresso del brand in una delle città gastronomicamente più identitarie del Paese.
Fondata a Brescia e cresciuta negli anni come format di fast casual all’italiana, La Piadineria ha costruito il proprio sviluppo su un modello preciso: prodotto preparato al momento, forte possibilità di personalizzazione e servizio rapido. Oggi conta oltre 500 locali in Italia e una rete che impiega quasi 4.000 persone.
L’arrivo a Napoli, però, non viene presentato come un semplice step di espansione. Nel comunicato ufficiale l’azienda definisce la città una tappa primaria del proprio percorso “almeno quanto New York”. Un’affermazione che non riguarda la dimensione ma la complessità simbolica della location.
Una lettura che trova riscontro nelle parole del CEO Roberto Longo: «Abbiamo aspettato molto prima di arrivare a Napoli» - spiega - È probabilmente una delle piazze più difficili d’Italia. Qui lo street food è cultura quotidiana, l’offerta è vasta, la pizza è un riferimento identitario fortissimo. Per questo volevamo sentirci pienamente maturi prima di entrare».

Non una sfida al disco lievitato, ma un posizionamento per affiancamento. «C’è spazio sia per la pizza sia per noi», chiarisce Longo. «Nei primi giorni abbiamo visto apprezzamento soprattutto per la possibilità di personalizzazione. La piadina, per sua natura, è un prodotto aperto, non è rigido, si adatta alle scelte del consumatore».
È anche in questo senso che Napoli assume il ruolo di piazza di soglia, non solo per il Sud Italia, banco di prova avanzato per la tenuta culturale del format in grado di misurare se il modello riesce a essere percepito come servizio urbano senza entrare in conflitto con la sua identità gastronomica forte.
La Piadineria arriva con un’impostazione chiara anche sul piano della presenza in città. «Napoli ci sta piacendo molto», racconta il CEO. «Stiamo già valutando altre posizioni. In una realtà come questa è importante costruire massa critica, non restare un’insegna isolata».
Uno degli elementi centrali del nuovo locale è la cucina a vista, scelta che assume un significato preciso in un contesto come quello partenopeo. «Quando si parla di una rete così ampia», osserva Longo, «spesso il consumatore associa automaticamente l’idea di industriale. Qui invece vede il processo: l’impasto fresco, la stesura, la cottura. Questo cambia la percezione e rende evidente che c’è una dimensione artigianale».
Un’artigianalità che, su questa scala, non è sinonimo di spontaneità ma di organizzazione. «L’artigianalità richiede struttura», sottolinea. «Soprattutto in una città come Napoli, dove la barra è molto alta. Per reggere quel livello servono investimenti, formazione e sistemi solidi».
Al centro del progetto restano le persone. «Viviamo grazie a quasi quattromila collaboratori», ricorda Longo. «Ogni giorno sono loro a rappresentare il brand. In Campania abbiamo visto crescere figure che poi hanno fatto carriera anche a livello nazionale. In territori dove le opportunità non sono sempre abbondanti, offrire percorsi di crescita reali conta molto».
La riflessione si allarga così al tema della crescita dei format. È su questo terreno che emerge una delle domande centrali dell’espansione: come mantenere un’identità riconoscibile mentre la scala cresce. La risposta del CEO è netta e passa da una scelta di sottrazione. «La tentazione, quando si cresce, è aggiungere prodotti e allargare l’offerta. Noi crediamo invece che il punto di equilibrio stia nel restare focalizzati sulla piadina».
Anche perché il consumo contemporaneo non funziona più per esclusività. «Il cliente non mangia sempre nello stesso posto», riconosce Longo. «Una volta viene da noi, una volta altrove. L’obiettivo non è l’esclusività, ma la frequenza. È importante restare riconoscibili per ciò che facciamo bene».
Il rapporto con Napoli, in questo senso, non passa da una sovrapposizione simbolica o da un’operazione di appropriazione culturale, ma da una scelta di postura. «Non ci sentiamo neutrali», conclude Longo. «Abbiamo un’identità chiara, ma non andiamo allo scontro. Ci prendiamo il nostro spazio».
Un approccio che si traduce in una presenza misurata, più attenta al lavoro sul prodotto e al contesto urbano che alla spettacolarizzazione del racconto. «Preferiamo fare le cose e poi parlarne», aggiunge. «Poco rumore, idee chiare».
In questo senso, l’apertura napoletana non è solo una notizia di cronaca commerciale, ma una verifica di coerenza: entrare in una città ad altissima densità gastronomica senza snaturarsi, affidando al prodotto e alla sua riconoscibilità il compito di reggere il confronto.






