Google e il vino rosso d’estate: dal ''si può?'' al ''quale?''
Le ricerche Google sui vini rossi freschi aumentano: l’interesse si sposta dai dubbi sul servizio ai vitigni italiani più adatti all’estate
VINI E SPUMANTI - Per decenni il vino rosso è stato il vino che scaldava. D’inverno protagonista in tavola, d’estate a riposo in cantina. Una convenzione così radicata da sembrare una legge naturale, più che un’abitudine culturale.
I mesi caldi appartenevano ai bianchi, ai rosati, alle bollicine. Il rosso restava sullo sfondo, quasi fosse incompatibile con una cena in terrazza, un pranzo vista mare, una grigliata di pesce tra amici o un aperitivo che si prolunga fino al tramonto.
Eppure, da tempo, quell’immaginario è oggetto di una lenta opera di rilettura. Sommelier, produttori, giornalisti e comunicatori del vino provano da anni a mettere in discussione l’idea che il rosso appartenga a una sola stagione e a una sola tavola.
Perché non tutti i rossi sono uguali. Alcuni sembrano esprimersi al meglio anche a temperature di servizio più basse e trovano una naturale collocazione accanto a una cucina più essenziale, meno strutturata, dove freschezza e bevibilità diventano parte dell’esperienza tanto quanto complessità e profondità.
I luoghi comuni, però, hanno tempi lunghi. Per questo i segnali che arrivano oggi dalle ricerche online meritano attenzione. Potrebbero indicare che quel lavoro culturale stia iniziando a trovare spazio anche nell’immaginario di chi il vino lo sceglie e lo beve.
L’ultimo Summergeist Trends Report di Google, rilanciato nei giorni scorsi da “The Drinks Business”, segnalerebbe infatti tra le principali tendenze i “chilled red wines”, i vini rossi serviti freschi.
Il dato è semplice: diminuirebbero le ricerche formulate come domanda sulla possibilità stessa di servire un vino rosso fresco, mentre aumenterebbero quelle dedicate ai vini che meglio si prestano a questa modalità di consumo.

Non siamo di fronte alla certificazione di un cambiamento del mercato, ma alla rilevazione di una significativa evoluzione nell’approccio a questo tema, segnale di una possibile trasformazione dell’immaginario. Una volta superata la domanda sul “se”, emergerebbe quella sul “quale”. La curiosità sembrerebbe prendere il posto della diffidenza.
È da questa domanda che vale la pena tornare ai vitigni italiani.
Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia esiste un patrimonio che non è nato per inseguire una tendenza, ma che, per caratteristiche varietali e per gli stili con cui viene interpretato, sembra dialogare con naturalezza con queste nuove occasioni di consumo.
Non esistono vitigni a bacca rossa “estivi” in senso stretto. Esistono però varietà che, per acidità, tessitura tannica, profilo aromatico e stile produttivo, mantengono equilibrio e piacevolezza anche quando la temperatura di servizio si abbassa.
Ne sono esempi la Schiava, il Frappato, il Rossese di Dolceacqua, il Piedirosso, il Palaverga, il Ciliegiolo, il Bardolino, il Lambrusco di Sorbara, così come alcune interpretazioni del Valpolicella Classico. Appartengono a territori molto diversi tra loro, hanno però in comune una caratteristica che il racconto del vino ha spesso lasciato sullo sfondo: una naturale vocazione alla bevibilità, senza rinunciare a identità, profondità e riconoscibilità.
Nelle prossime settimane partiremo proprio da qui. Non per individuare il rosso perfetto dell’estate, ma per rileggere e raccontare alcuni vitigni italiani alla luce di una domanda che sembra nuova, pur parlando di vini che conosciamo da sempre.

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