Lady Drink compie trent’anni: l'analisi di Cinzia Ferro
Un bilancio sulla rivoluzione delle donne nella mixology tra evoluzione culturale e sfide future. Nicole Cavazzuti intervista la barlady Cinzia Ferro.
BAR&WINE - Rapallo. Il trentennale di Lady Drink si festeggia domenica 30 marzo. Trent’anni dalla nascita della competizione, con qualche pausa lungo il percorso, ma con la stessa idea di partenza: dare spazio alle donne dietro al banco. Perché trent’anni fa il bar era un’altra cosa. E le donne dietro al bancone erano, nella migliore delle ipotesi, una nota a margine.
Gli anni Novanta
Negli anni Novanta la scena era semplice. Hotel. American bar lucidati a specchio. Le donne c’erano, sì. Ma incasellate. Spesso nel servizio, nella gestione, nel sorriso. Poche nella miscelazione vera. Nei cocktail bar indipendenti quasi zero. Nelle competizioni quasi nessuna. E sulle riviste erano tutti maschi. Non c’erano maestre riconosciute, non c’era un pantheon a cui guardare senza sentirsi ospiti.
La nascita di Lady Drink
In quel mondo Danilo Bellucci crea Lady Drink. Non per fare un’azione politicamente corretta. Per fare spazio. Spazio vero: palco, competizione, giuria, attenzione. Uno di quei posti dove finalmente non devi chiedere “permesso”. Sali e fai il tuo drink. Punto.
Poi arrivano gli anni Duemila e cambia lo scenario di fondo. Non subito. Ma cambia. Arriva la cocktail renaissance. I bar indipendenti si moltiplicano. I bartender diventano artigiani, poi quasi artisti, poi star. La gente comincia a parlare di cocktail come parla di cucina: con entusiasmo e curiosità. E in quel cambiamento si apre una porta.

Dalla presenza alla necessità
Le donne entrano. Non tutte. Non abbastanza. Ma entrano. E il punto non è che diventano “accettate”. È che cominciano a diventare necessarie. Perché portano precisione. Portano cura. Portano una specie di ostinazione naturale che non ha bisogno di essere spiegata. Non sono più l’eccezione carina. Diventano professioniste. Brand ambassador. Consulenti. Imprenditrici.
Arriviamo a oggi. Oggi trovi donne nei top cocktail bar. Nelle accademie. Nelle giurie. Nelle direzioni beverage. A volte sono loro a guidare tutto: squadra, acquisti, stile, identità del locale. Eppure — e qui bisogna dirlo senza romanticismi — i numeri non hanno fatto la rivoluzione. La rivoluzione è più sottile. È culturale. Prima la domanda era: “Può una donna fare la bartender?”. Oggi la domanda è: “Che stile porta questa bartender? Che mano ha, che testa ha, che racconto mette nel bicchiere”.
Il confronto con Cinzia Ferro
In questo contesto Lady Drink divide. Serve ancora una gara “solo donne”? Qualcuno storce il naso e dice “sessismo al contrario”. Qualcuno la chiama quota rosa. Qualcuno dice che è un recinto dorato. Ne parlo con Cinzia Ferro.
Cinzia Ferro non è solo una barlady pluripremiata; è, per sua stessa definizione, un’oste con l’anima da artista. Fondatrice nel 1999 dell’Estremadura Café a Verbania, ha trasformato il suo locale in un laboratorio dove la miscelazione incontra la pittura e la scultura. È stata la prima Lady Amarena della storia e la prima donna finalista italiana in World Class. Rappresenta la resistenza e l’evoluzione della professione.
Lei, che sta dietro al banco da oltre vent’anni e non ti addolcisce la frase per farti contenta, me lo dice così: “Numericamente non è cambiato tantissimo. I maschi continuano a fare da padroni. Ma il rispetto professionale — quello sì — è arrivato.”
I riflessi del passato
E Cinzia racconta quella cosa che sembra piccola ma non lo è: il cliente che entra e si rivolge al maschio, anche se è solo un aiutante. Capita ancora. Non sempre, ma capita. È un gesto automatico. Un riflesso vecchio. Un’abitudine che non ha fatto i conti con la realtà.
Quando le chiedi di “sessismo”, scuote la testa. Dice che non le piace quella parola. Che è aggressiva. Che preferisce vederla in positivo: la distinzione come riconoscimento, non come guerra. Secondo lei il punto è semplice: chi è intelligente guarda la bravura. Basta. Gonna o pantaloni non cambiano niente quando il drink è pulito, bilanciato, eseguito bene, servito con presenza.
La femminilità come valore aggiunto
E però — dice lei — la femminilità può essere un plus. Dietro al banco. Nel modo in cui gestisci lo spazio. Nel modo in cui ascolti. Nel modo in cui ti prendi cura della linea, della postura, del dettaglio. Lady Drink, per Cinzia, funziona se lo vedi come un ritrovo. Come una stanza dove chi ha fatto un percorso simile si incontra e si riconosce. La gara diventa un gioco serio. Un gioco di condivisione. Non un recinto.
Poi c’è la percezione della barlady. Che è cambiata, sì. Ma non abbastanza. Perché se guardi i social — dice Cinzia — a spingere la professione sono ancora soprattutto uomini. Lei stessa non si mette in vetrina. Non per timidezza: per mancanza di tempo, per vita reale, per lavoro vero. E questo è un punto: la visibilità non coincide sempre con il valore. Soprattutto quando hai mille cose sulle spalle.
I premi
Cinzia ha vinto tanto. E non lo racconta con il tono di chi si vanta, ma di chi ha sudato. Prima eletta Lady Amarena - Fabbri 1905 nel 2015. Prima finalista donna italiana in World Class. Prima “miscelatrice futurista” in Miscelazione Futurista by Cocchi. E ha conquistato ben tre premi un un'edizione di Lady Drink. Insomma, ha una parete di riconoscimenti che le ricorda che è diventata “anziana”. Ma fiera. Una signora del bancone.
L'appuntamento è quindi con Lady drink 2026, a Rapallo, il 30 marzo.






