Lugana Doc: un equilibrio costruito tra territorio, mercato e consumo
Governo della crescita, export e nuove dinamiche di consumo: il Lugana Doc raccontato dal direttore del Consorzio Edoardo Peduto

ENTI E CONSORZI - Per capire come un vino si posiziona nel tempo è importante guardare ai numeri. A volte però la crescita da sola dice poco, è il modo in cui un territorio entra in relazione con il mondo a determinarne davvero la traiettoria.
Quando si parla di Lugana questo passaggio è quasi fisico. La denominazione si sviluppa nella parte meridionale del Lago di Garda, tra Veneto e Lombardia, in un’area che comprende Sirmione, Desenzano, Peschiera e Pozzolengo. Suoli argillosi compatti, clima mitigato dal lago, vini che trovano nella freschezza e nella leggibilità il loro tratto distintivo.

Ma è fuori dalla vigna che si gioca una parte decisiva dell’evoluzione. Qui arrivano ogni anno oltre 25 milioni di presenze turistiche, un flusso continuo, internazionale, che trasforma il territorio in uno spazio di esposizione permanente. Non è solo una questione di visibilità, ma di abitudine al confronto.
“Le cantine hanno visto il mondo da casa”, osserva il direttore del consorzio Edoardo Peduto, una riflessione che spiega più di molti dati. Il Lugana non ha dovuto cercare il mercato, lo ha incontrato, giorno dopo giorno, dentro il proprio territorio. Questa apertura, però, non basta a spiegare la tenuta del sistema.

C’è un secondo livello, meno evidente ma decisivo, la dimensione interregionale, con la distribuzione tra Veneto e Lombardia. Due modelli amministrativi, una sola denominazione. Non è una condizione neutra, è una struttura che obbliga alla sintesi.
“Il Consorzio dà una linea e una visione – osserva Peduto – ma il risultato si ottiene quando tutta la filiera si muove nella stessa direzione”. È qui che il sistema prende forma: nella capacità di tenere insieme differenze senza disperdere identità. I numeri, a questo punto, smettono di essere semplici indicatori di crescita e diventano segnali di un equilibrio costruito e mantenuto.
Oltre 206 mila ettolitri, più di 27,5 milioni di bottiglie, circa 2.600 ettari vitati e oltre 200 aziende, una dimensione rilevante ma ancora leggibile, ancora governabile.
Anche i dati economici si muovono nella stessa direzione. Il prezzo medio a scaffale si attesta intorno ai 9 euro, mentre il valore delle uve resta sopra i 2 euro al chilogrammo, non un dettaglio ma una scelta, quella di non rincorrere i volumi ma difendere il valore.

Questo orientamento si riflette anche nei mercati. L’export è solido e trova nell’area DACH, con la Germania in testa, il proprio riferimento principale. Ma anche qui il dato commerciale, da solo, non basta. I flussi turistici che collegano da anni la Germania al Lago di Garda costruiscono una relazione diretta tra esperienza e consumo. Il vino non arriva semplicemente sul mercato, viene riconosciuto prima sul territorio.
È in questo passaggio che l’enoturismo smette di essere un racconto e diventa una leva economica. La vendita diretta rappresenta una quota superiore alla media nazionale, con valori tra il 15% e il 25%.
“Il turismo non è un elemento accessorio – osserva Peduto – ma una leva importante, sia dal punto di vista della comunicazione che commerciale”.
Dentro questo quadro, anche le fiere internazionali cambiano funzione. Wine Paris e ProWein non sono solo vetrine, ma snodi operativi. Luoghi in cui il lavoro fatto sul territorio si traduce in relazioni e posizionamento. “Il Consorzio non fa business – sottolinea Peduto – ma deve creare le condizioni perché le aziende possano farlo, soprattutto quelle meno strutturate”. È una funzione di regia che diventa centrale in un sistema composto in larga parte da piccole realtà.

Ed è proprio qui che il caso Lugana si apre a una lettura più ampia. Negli ultimi anni il mercato ha mostrato una convergenza sempre più evidente verso vini meno strutturati, capaci di essere compresi con immediatezza. In questo scenario, il Lugana non ha dovuto cambiare pelle, si è trovato già allineato.
“È un vino che non mette barriere tra produttore e consumatore – osserva Peduto – accessibile, ma con una forte riconoscibilità”. Ed è in questo equilibrio che si gioca oggi la fase più delicata, dove non si tratta più di crescere, ma di scegliere.

“Non si può continuare ad aggiungere progetti – osserva Peduto – bisogna anche decidere cosa fare e farlo bene”. Il punto, allora, non è inseguire il cambiamento, ma governarlo.
“Dobbiamo solo adeguarci a un mondo che cambia – conclude Edoardo Peduto – senza perdere la nostra identità”.
Leggi l'articolo anche su CanaleVino.it






