VitignoItalia, ventennale da record: per il futuro si pensa a una formula smart
Maurizio Teti riflette sull’evoluzione di VitignoItalia, sul ruolo della Campania del vino e sulla necessità di ripensare il modello fieristico
EVENTI - Alla Stazione Marittima di Napoli è calato da poche ore il sipario sulla ventesima edizione di VitignoItalia, manifestazione che dal 17 al 19 maggio ha riunito oltre 250 aziende e circa 2000 etichette provenienti da tutta Italia, con una presenza campana vicina al 40% del totale.
Un’edizione che, accanto al successo e ai numeri, lascia emergere soprattutto alcune riflessioni sul futuro delle fiere del vino e sul ruolo che eventi di questo tipo possono avere nella costruzione dell’identità dei territori.
Vent’anni, nel mondo enoico, significano attraversare cambiamenti profondi: consumi, mercati, linguaggi, generazioni. Ancora di più se tutto questo accade a Napoli, una realtà che negli ultimi due decenni ha trasformato radicalmente la propria immagine e la propria capacità attrattiva.
«Se penso a come era il settore e come era la città rispetto al vino quando abbiamo intrapreso questa avventura faccio una riflessione lunga», racconta Maurizio Teti, direttore della manifestazione. «All’inizio è stato quasi un atto giovanile, poco consapevole. Poi però l’evento ha messo radici in modo graduale. Non abbiamo avuto boom iniziali né grandi supporti istituzionali e forse proprio questo ci ha permesso di crescere lentamente e radicarci davvero».
Nel racconto di Teti ritorna spesso il legame tra l’evoluzione della manifestazione e quella della città che, ai tempi della genesi, non era percepita come sede naturale di una grande manifestazione dedicata al vino. «Mi ricordo le telefonate di chi chiedeva quasi incredulo se facessimo sul serio», spiega. «C’erano diffidenze, prevenzioni, ma proprio questo ci ha aiutato. Chi arrivava trovava professionalità, organizzazione, contenuti».
In questi vent’anni VitignoItalia ha progressivamente consolidato anche il proprio rapporto con il tessuto produttivo campano. Un dato che emerge con forza proprio nell’edizione 2026, dove molte delle masterclass e degli approfondimenti hanno ruotato attorno a temi profondamente legati all’identità regionale: viticoltura vulcanica, biodiversità, piede franco, grandi bianchi campani da invecchiamento.
«Abbiamo sempre voluto mantenere una prevalenza di aziende locali», sottolinea Teti. «Nel frattempo la qualità del vino campano è cresciuta moltissimo e credo che, in una piccola parte, anche avere una manifestazione come VitignoItalia abbia contribuito a creare confronto, divulgazione e consapevolezza».
Il tema della longevità è stato uno degli assi simbolici del ventennale. Non a caso uno degli appuntamenti centrali è stata la degustazione dedicata ai grandi bianchi campani del 2006, pensata come un dialogo ideale tra il tempo del vino e quello della manifestazione stessa.
Ma dietro il successo dell’edizione appena conclusa emerge anche un’altra riflessione, più ampia, che riguarda l’intero sistema fieristico del settore.
«Il mondo del vino sta vivendo un momento di cambiamento importante», osserva Teti. «E credo che anche il modello delle fiere debba iniziare a evolversi. Le aziende oggi chiedono tempi più concentrati, trasferte più sostenibili, maggiore efficienza».
Una riflessione che si inserisce in un dibattito sempre più presente, tra calendari saturi, aumento dei costi e necessità per le aziende di ottimizzare risorse economiche e personale.
«Probabilmente il futuro sarà una formula più smart», spiega. «Due giorni invece di tre, ma senza perdere contenuti, opportunità di incontro tra imprese e buyer e approfondimento. È una riflessione che stiamo facendo proprio adesso, in un momento positivo della manifestazione, non perché ci siano difficoltà. Le scelte bisogna farle quando le cose funzionano».
Accanto al business, VitignoItalia continua però a rivendicare anche una funzione culturale e divulgativa. Lo dimostrano i tour organizzati con gli operatori internazionali, quest’anno dedicati all’Irpinia, i focus sui vitigni rari italiani, alle vigne a piede franco e ai territori vulcanici, ma anche la presenza crescente di giovani appassionati registrata soprattutto nella giornata inaugurale.
«Mi porto a casa una sensazione molto positiva», conclude Teti. «Abbiamo visto entusiasmo, partecipazione, voglia di vino. E questo, in un momento così complesso per il settore, è un segnale importante».
Dietro questa crescita resta anche una convinzione precisa: il vino campano possiede oggi una ricchezza ampelografica e territoriale straordinaria, ancora però non pienamente espressa in modo unitario e condiviso.
Negli ultimi vent’anni VitignoItalia ha accompagnato anche questo percorso: dare continuità, confronto e visibilità a un patrimonio produttivo che oggi prova sempre di più a costruire una voce riconoscibile, dentro e fuori i propri confini.






