A Torino il Martini diventa esperienza: Nicola Piazza racconta Eccetera

L’ex ambassador Martini firma il libro Il Martini non esiste e apre uno spazio su prenotazione dove cocktail, vermouth e storie si incontrano.

8 Lug 2026 - 16:01
A Torino il Martini diventa esperienza: Nicola Piazza racconta Eccetera

BAR & WINE - C’è un cocktail che tutti credono di conoscere e che, appena si prova a definire, comincia ad essere meno netto.

È il Martini: elegante, alcolico, essenziale, costruito su poche variabili e su moltissime interpretazioni. Gin o vodka? Dry, wet, dirty, perfect? Con oliva o twist di limone? Mescolato o agitato?

Il punto, per Nicola Piazza, è proprio questo: il Martini non è una formula chiusa, ma una famiglia di possibilità. Il titolo del suo libro fresco di stampa, Il Martini non esiste. Storia e controstoria del cocktail più iconico e indefinibile, suona come una provocazione. In realtà è il punto di partenza di un ragionamento più ampio sul rito, sul servizio e sulla memoria del bar.

Piazza, per chi non lo sapesse, per anni è stato uno dei volti italiani di Martini, brand ambassador e poi figura legata a Casa Martini. Insomma, ha rappresentato uno dei marchi che più hanno inciso sull’immaginario dell’aperitivo italiano.

Per me, però, la parte più interessante della sua traiettoria comincia però adesso, ora che l’esperienza corporate, la conoscenza tecnica e il lavoro di formazione diventano un progetto personale. Quel progetto si chiama Eccetera Experience e si trova a Torino, in Vanchiglietta, fuori dai percorsi più battuti del centro ma dentro una città che ha costruito una parte importante della propria identità liquida attorno al vermouth.

Dal bancone al racconto

Mi faccio spiegare il senso del progetto dallo stesso Piazza.

«Ho incontrato persone che mi hanno condiviso pezzi delle loro storie, trasmesso passioni e cambiato il mio modo di guardare il mondo», racconta.

Da giovane, aggiunge, «sognavo di diventare un grande barman» e ha lavorato con molti professionisti che condividevano lo stesso sogno. Poi sono cambiati mestiere, prospettive, traiettoria.

«Ho cambiato mestiere e prospettive, finché ho deciso di unire ciò che ho imparato a ciò che amo fare», spiega ancora.

Da qui nasce il suo modo di intendere il cocktail: «non più solo una bevuta, ma un mezzo per creare un’esperienza che, come ogni viaggio, rappresenta un nuovo inizio».

È una frase che aiuta a leggere sia il libro sia il locale. Per Piazza il cocktail non è soltanto tecnica, dosaggio, temperatura. È anche incontro, memoria, racconto. Un modo per mettere attorno allo stesso tavolo ingredienti, persone e storie.

Il locale: Eccetera Experience

Eccetera si presenta come una sala di degustazione più che come un cocktail bar tradizionale.

Al centro c’è un grande tavolo ovale color rosso vinaccia, pensato per sedersi attorno e parlare, non per consumare in fretta. Le pareti verde salvia, le lampade basse, gli sgabelli imbottiti e la libreria con bottiglie e volumi costruiscono un ambiente raccolto, quasi domestico.

Sullo sfondo, uno specchio antico con cornice decorata dialoga con il pavimento in legno e con elementi più contemporanei. Alle pareti, stampe grafiche e illustrazioni legate al bere: un pesce rosso, una tigre, una donna immersa in una coppa Martini, manifesti tipografici e piccole provocazioni visive.

La scaffalatura in metallo nero, in fondo alla stanza, unisce libreria e bottiglieria. Da un lato ci sono volumi dedicati alla miscelazione, alla storia e alla cultura del bere; dall’altro vermouth, gin, spiriti e ingredienti selezionati.

I vasi in vetro con erbe aromatiche e spezie non hanno una funzione soltanto decorativa. Servono a mostrare, annusare, spiegare. Il drink arriva dentro un percorso fatto di ingredienti, tecnica e città. Da qui Piazza accompagna gli ospiti attraverso vermouth, Martini e aperitivo torinese, con il tono di chi conosce la materia ma non ha bisogno di esibirla.

Perché si chiama Eccetera

Il nome non è casuale.

«Ho battezzato questo progetto Eccetera perché è uno spazio che lascia sempre aperta la possibilità del “qualcos’altro”», racconta Piazza.

È una definizione efficace perché spiega il carattere del luogo: Eccetera non vuole chiudere l’esperienza in una formula fissa. Non è solo degustazione, non è solo formazione, non è solo cocktail bar.

È, nelle parole di Piazza, «il luogo di ciò che non finisce in una definizione, dove ogni esperienza non ha mai un’unica forma, ma può essere un punto di partenza, una sospensione o un gradito ritorno».

Questa idea si riflette anche nella programmazione del locale, costruita per appuntamenti tematici, incontri e percorsi in cui il cocktail diventa racconto, gioco, memoria, deviazione.

Il modello: pochi posti, solo su prenotazione

Il modello di business è preciso: Eccetera lavora su prenotazione.

Non è un locale costruito sul passaggio casuale, sul banco pieno o sulla rotazione veloce dei tavoli. La logica è diversa: pochi posti, tempi definiti, esperienze preparate prima, un rapporto diretto tra chi conduce e chi partecipa.

La prenotazione permette di controllare il numero degli ospiti, calibrare il servizio, organizzare degustazioni, percorsi tematici e momenti di formazione senza dipendere dal flusso imprevedibile della serata.

Invece di vendere semplicemente cocktail, Eccetera vende tempo, competenza e accesso a una narrazione guidata.

Questo cambia anche il valore economico dell’esperienza. Il drink non è più soltanto una voce di menu, ma parte di un pacchetto più ampio: accoglienza, spiegazione, assaggio, confronto, contenuto.

È un modello vicino a certe tasting room del vino o a piccoli atelier gastronomici, dove il valore non nasce dalla quantità ma dalla qualità del tempo trascorso con l’ospite.

Per Torino, città con una storia fortissima sul vermouth ma spesso raccontata in modo frammentato, Eccetera diventa un formato interessante: non un museo, non una scuola in senso rigido, non un bar da aperitivo classico, ma uno spazio in cui la cultura del bere viene resa accessibile attraverso un’esperienza prenotabile.

Torino, il vermouth e il Martini

Torino, in questo percorso, non è uno sfondo. È la materia.

La città dei caffè storici, dell’aperitivo, delle aziende liquoristiche e del vermouth torna qui come archivio da rimettere in uso.

Il vermouth non viene trattato come ingrediente vintage, bensì come una chiave per leggere il gusto italiano: vino, erbe, spezie, amaro, dolcezza, equilibrio, tempo.

Dentro questa cornice si capisce meglio anche il Martini, che non nasce mai davvero da solo ma da una lunga catena di relazioni: tra Europa e Stati Uniti, tra gin e vermouth, tra sala e bancone, tra tecnica e immaginario.

Il libro lavora esattamente su questa ambiguità.

“Il Martini non esiste” non significa che il cocktail sia un’invenzione inconsistente. Significa che il suo fascino nasce dalla difficoltà di fissarlo una volta per tutte.

Ogni epoca lo ha riscritto. Ogni generazione di bartender lo ha asciugato, sporcato, irrigidito o ammorbidito. Ogni cliente lo ha usato per dire qualcosa di sé: controllo, eleganza, freddezza, precisione, oppure semplice desiderio di teatro.

Pochi cocktail hanno prodotto così tanta letteratura, cinema e ossessioni. Pochi, allo stesso tempo, sono stati banalizzati con la stessa facilità.

Il Martini come prova di precisione

È qui che l’approccio di Piazza diventa interessante anche per chi non appartiene al mondo del bar.

Parlare di Martini significa parlare di servizio, di misura, di aspettative. Significa capire quanto pesi una ricetta e quanto invece conti il rito.

Un Martini fatto male può sembrare solo un drink freddo e alcolico. Un Martini pensato bene mette insieme temperatura, diluizione, profumo, bicchiere, gesto e ascolto del cliente.

Non è un esercizio di stile. È una prova di precisione.

Nicola Piazza appartiene così a una generazione di professionisti che sta ridisegnando il ruolo del bartender e dell’ambassador. Non più soltanto chi prepara, promuove o rappresenta un prodotto, ma chi trasforma conoscenza e relazioni in un progetto indipendente.

La sua forza sta nell’aver attraversato mondi diversi: il brand globale, Casa Martini, la formazione, l’ospitalità, la scrittura. Oggi tutto questo confluisce in un luogo piccolo, controllato, su prenotazione, dove il cocktail torna a essere anche conversazione.

I prossimi appuntamenti

La programmazione di Eccetera racconta bene questa direzione.

Giovedì 23 luglio alle 21 è in calendario “Tiki & Voodoo: fuga ai tropici senza uscire da Torino”, un percorso dedicato all’immaginario tropicale, ai riti esotici del bere miscelato e alle sue derive più teatrali.

Venerdì 24 luglio alle 21 arriva invece “Doppio senso: cocktail, racconti, esperimenti di mentalismo”, dove la degustazione incontra narrazione e percezione.

Due formule diverse, ma coerenti con l’identità del luogo: non serate da semplice ordinazione, ma esperienze costruite attorno a un tema.

Eccetera, appunto

Alla fine, forse, il Martini non esiste davvero.

Esistono i Martini: quelli bevuti nei film, quelli ordinati per imitazione, quelli sbagliati, quelli memorabili, quelli che cambiano con il palato e con l’età.

Esiste soprattutto l’idea che un cocktail possa essere più della somma dei suoi ingredienti.

In mano a Nicola Piazza diventa una domanda aperta: che cosa cerchiamo quando chiediamo un classico? Una ricetta, un rito, un’immagine di noi stessi?

La risposta arriva fredda, limpida, in un bicchiere essenziale. Poi continua, come suggerisce il nome del luogo: eccetera.

Il progetto di Nicola Piazza mi piace perché ha scelto di trasformare il cocktail in un modo per raccontare storie.

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