«Creavo amari per gli altri. Ora mi sono ripreso il mio lavoro»: la sfida di ORAMARO

Nicole Cavazzuti intervista Simone Rovero, fondatore di ROVR Spirits e del primo amaro piemontese con gli agrumi di Cannero Riviera.

20 Lug 2026 - 10:04
«Creavo amari per gli altri. Ora mi sono ripreso il mio lavoro»: la sfida di ORAMARO

BAR & WINE - Per quindici anni Simone Rovero è rimasto dietro le quinte degli alambicchi. Ideava ricette, metteva a punto liquori e consegnava ad altri prodotti pronti per il mercato. Bottiglie che, racconta, venivano poi rivendute a un prezzo anche dieci volte superiore grazie al marketing e alla forza commerciale di marchi già affermati.

A un certo punto Rovero ha deciso che non gli bastava più. A 32 anni ha lasciato la sicurezza della distilleria di famiglia, dove era cresciuto respirando i vapori degli alambicchi, e ha fondato ROVR Spirits.
La sua prima etichetta si chiama ORAMARO: un amaro agrumato piemontese con una gradazione alcolica del 28% vol., disponibile nel formato da 50 cl e acquistabile online a 28 euro. È arrivato sul mercato nel dicembre 2025 e ha già conquistato il Touchpoint Awards Identity 2026 nella categoria Brand Naming. Il nome, ideato da Tembo, unisce “oro” e “amaro” ed è anche un palindromo: si legge nello stesso modo in entrambe le direzioni.
Ma la storia di questo amaro comincia con una cassetta di frutti quasi sconosciuti. E con un vivaista, Carmine.

L’INTERVISTA

Simone, ORAMARO è sul mercato da poco più di sei mesi. Qual è il primo bilancio?
«Il momento non è facile. Sono entrato in un mercato molto affollato proprio mentre locali, enoteche e distributori cercano di ridurre gli acquisti e di rischiare il meno possibile. Mi ha aiutato il lavoro svolto negli anni precedenti: avevo già rapporti con enoteche e piccoli distributori e, soprattutto, una credibilità tecnica costruita nel tempo. Anche gli articoli usciti su testate come La Repubblica e La Stampa sono serviti. Non posso quantificare un ritorno diretto sulle vendite, ma quando mi presento a un potenziale cliente aiutano ad aprire la porta e a concludere la conversazione».
Per quindici anni hai lavorato alla formulazione di prodotti destinati ad altri marchi. Quando hai capito che era arrivato il momento di creare qualcosa di tuo?
«È nato tutto da una frustrazione. Creavo vermouth, chinati, grappe, amari e altri liquori per conto terzi. Consegnavo prodotti finiti che venivano poi rivenduti anche a un prezzo dieci volte superiore, perché dall’altra parte c’erano marchi con una storia, una distribuzione e una potenza di marketing molto più grandi. A quel punto mi sono detto: se sono capace di creare prodotti per gli altri, devo essere capace di farlo anche per me. Volevo riappropriarmi del mio lavoro e attribuirgli il valore che pensavo meritasse».
Lasciare un lavoro sicuro per lanciare un marchio indipendente non è una decisione romantica come spesso viene raccontata. Che cosa ti faceva più paura?
«La mancanza di sicurezza economica. Prima di andarmene ci ho pensato per oltre un anno: continuavo a chiedermi se fosse la scelta giusta, se sarei riuscito a vendere e se avesse senso entrare in un settore già pieno di prodotti. I dubbi li ho avuti tutti prima. Dopo aver preso la decisione, mai. Non ho avuto un solo momento in cui abbia pensato di tornare indietro».
Perché, in una regione legata alle erbe alpine, hai scelto proprio un amaro agrumato?
«Perché gli amari agrumati mi piacciono più degli altri e perché cercavo un profilo che sentissi davvero mio. Di amari agrumati italiani ne esistono molti, ma io volevo costruire un prodotto piemontese partendo da agrumi coltivati in Piemonte. All’inizio avevo elaborato una ricetta con arance e limoni liguri. Pensavo di doverla soltanto correggere e perfezionare. Poi ho incontrato Carmine, un vivaista di Cannero Riviera vecchio stampo. Non usa internet e risponde da un vecchio cellulare. Per due settimane ho provato a contattarlo senza riuscirci: mandavo e-mail, telefonavo, ma niente. Quando finalmente mi ha risposto gli ho detto di non spedirmi nulla. Volevo andare di persona».
Che cosa hai trovato arrivando a Cannero?
«Una passione incredibile. Carmine conosceva la storia di ogni pianta e aveva recuperato numerose varietà di agrumi favorite dal particolare microclima del Lago Maggiore. Mi ha parlato del Canarone e di frutti che io, nonostante il mio lavoro, non avevo mai incontrato. Sono tornato a casa con una cassetta contenente una decina di varietà, forse anche di più. A quel punto ho capito che non potevo limitarmi ad aggiustare la ricetta precedente».

Hai quindi ricominciato da zero?
«Sì. Ho buttato via il lavoro fatto fino a quel momento e sono ripartito. La ricetta ha richiesto complessivamente circa un anno e mezzo di prove e ricerca. Il Canarone ha una presenza predominante ed è diventato l’elemento più identitario, ma il lavoro consiste nel trovare un equilibrio tra i diversi agrumi e la componente amaricante. La tecnica serve proprio a questo: non basta avere una materia prima interessante, bisogna riuscire a trasformarla in un prodotto coerente e ripetibile».
Il Canarone è una storica varietà di cedro legata a Cannero Riviera e rappresenta il cuore identitario di ORAMARO. Il suo profilo si inserisce in una ricetta costruita attraverso un lungo lavoro di bilanciamento tra la componente agrumata e quella amaricante, che Rovero non rivela integralmente.
Al primo assaggio ORAMARO appare morbido, immediato, “piacione”. Eppure sostieni di aver mantenuto contenuta la quantità di zucchero.
«Contiene tra 140 e 150 grammi di zucchero per litro. È una quantità piuttosto contenuta per un amaro dal profilo così accessibile. Non volevo creare un prodotto aggressivo, riservato soltanto agli appassionati dell’amaro estremo, ma neppure coprire gli agrumi con una dolcezza eccessiva. Il punto era farlo risultare morbido senza renderlo stucchevole. Al palato può sembrare più dolce di quanto suggerisca il dato analitico, perché la percezione dipende dall’equilibrio complessivo e dal profilo aromatico».
È nato per essere bevuto liscio oppure per entrare nei cocktail?
«Per entrambe le cose. Ho però studiato la ricetta pensando anche a una miscelazione molto semplice con acqua tonica. Nei locali la velocità è fondamentale: se un bartender impiega dieci minuti per preparare un drink, nei momenti di maggiore lavoro avrà difficoltà a venderlo. Io volevo un prodotto capace di funzionare in una ricetta essenziale, immediatamente replicabile, ma anche di entrare in preparazioni più complesse».
Qual è oggi il tuo rapporto con il mondo della mixology?
«Io nasco come tecnico di laboratorio. Ho frequentato il liceo scientifico e poi ho iniziato gli studi in Enologia, che ho interrotto per entrare in azienda. Conosco bene distillati, infusioni e processi produttivi, mentre sto approfondendo la cultura del cocktail. Sono molto bravo a creare ricette; il resto lo sto imparando. Da questo punto di vista, il confronto con i bartender è fondamentale».
Per portare ORAMARO nel mondo della miscelazione avete coinvolto Cinzia Ferro, pluripremiata bartender e titolare dell’Estremadura Café di Verbania. È stata la prima professionista a firmare i cocktail del marchio. Come è nata la collaborazione?
«In realtà non siamo stati noi a cercarla: ci siamo incontrati quasi per caso. Cinzia ha assaggiato ORAMARO durante una presentazione dedicata agli agrumi di Cannero Riviera e ne è rimasta entusiasta. Mi ha chiesto di inserire il prodotto nella sua distribuzione e io le ho proposto di sviluppare alcune ricette. È nato tutto spontaneamente, dal prodotto e dal rapporto personale, non da un accordo costruito a tavolino. Per un marchio appena nato, confrontarsi con una professionista della sua esperienza è molto importante. Cinzia ha firmato i primi cocktail ufficiali di ORAMARO, pensati per essere replicati anche nei locali. Successivamente sono stati coinvolti anche Andrea Morandi del Park Hotel e Andrea Simeoni, sempre dell’Estremadura Café di Cinzia Ferro. Per il momento voglio promuovere soprattutto il servizio più semplice e immediato, ORAMARO con acqua tonica. In futuro amplieremo la proposta con altre ricette originali e alcuni twist sui grandi classici».

ORAMARO è anche un progetto di identità visiva molto studiato. Quanto hai partecipato alla sua costruzione?
«Il lavoro creativo è stato sviluppato dall’agenzia, mentre io ho sempre mantenuto l’ultima parola. Sull’etichetta ci sono motivi in lamina ispirati ai giardini Liberty delle ville del Lago Maggiore. È un particolare sottile, che probabilmente deve essere raccontato per essere notato, ma collega la bottiglia al paesaggio da cui provengono gli agrumi».
Il nome ha fatto il resto. ORAMARO fonde “oro”, richiamo al colore e alla preziosità degli agrumi, e “amaro”, definizione immediata del prodotto. La struttura palindroma gli conferisce simmetria e memorabilità. Il progetto firmato da Tembo ha ottenuto il premio Brand Naming ai Touchpoint Awards Identity 2026 e un Argento nella categoria Crossmediale al Premio Agorà.
Il premio ha avuto conseguenze concrete?
«Ha dato visibilità al progetto e ha rafforzato il rapporto con l’agenzia, che ha preso ORAMARO molto a cuore. Grazie ai suoi contatti siamo arrivati anche a Cannes, in occasione di un evento dedicato al mondo della pubblicità. Gli amari non erano il centro della manifestazione: abbiamo partecipato come sponsor tecnico, fornendo alcune bottiglie. Per un marchio appena nato, però, anche essere presente in contesti diversi aiuta a costruire riconoscibilità».
Come funzionano le serate con enoteche, ristoranti e cocktail bar?
«Il locale acquista sempre il prodotto. Non lavoro secondo la logica delle bottiglie gratuite in cambio di una generica promessa di visibilità. Io investo il mio tempo: sono presente, incontro i clienti e racconto ORAMARO. Il vantaggio per il locale è poter organizzare una serata con il produttore e offrire qualcosa di nuovo; il mio è far conoscere il marchio attraverso l’assaggio».
Queste iniziative producono anche vendite immediate?
«Non necessariamente. Durante una serata si possono servire cinquanta bicchieri e vendere soltanto due bottiglie, perché il cliente non sempre entra in un locale pensando di acquistare un prodotto da portare a casa. Il valore principale è un altro: creare curiosità, far provare l’amaro e costruire un rapporto con chi lo propone. Poi, nel tempo, possono arrivare il riordino e nuovi contatti commerciali».
Tra le prime esperienze c’è stata una serata a Montegrosso d’Asti, all’interno di una carrozza ferroviaria collocata sulla sommità di una collina. Poi Venezia, una presentazione a Cannes e un appuntamento estivo al Sando Beach di Varazze: occasioni diverse, unite dalla presenza diretta del produttore.
Oggi come si divide la tua giornata?
«La ricetta di ORAMARO è definita, quindi trascorro meno tempo in laboratorio e molto di più in viaggio. Visito i clienti che hanno già acquistato il prodotto, cerco nuovi contatti e partecipo agli eventi. Nel frattempo sto lavorando ad altre idee, ma non c’è ancora nulla di pronto per essere annunciato».
Vivi a Montaldo Scarampi, in un paese di poche centinaia di abitanti. Che rapporto c’è tra quella dimensione e il progetto?
«Ci sono arrivato da poco, dopo aver lasciato la casa legata all’azienda di famiglia. Ho trovato un’abitazione che mi piaceva e ho scelto di trasferirmi lì. Probabilmente sono uno degli abitanti più giovani. È un posto piccolo e tranquillo, molto distante dalla velocità del mercato nel quale sto cercando di entrare. Ma per lavorare sulle ricette il silenzio non è un problema. Anzi».

Sei passato dal creare prodotti per gli altri al dover raccontare e vendere il tuo. Qual è la parte più difficile?
«Far capire che dietro una bottiglia non c’è soltanto una bella storia. La storia serve, ma alla fine il prodotto deve essere buono e deve funzionare economicamente per chi lo acquista. Io parto dalla tecnica perché è ciò che conosco meglio. Adesso devo imparare a vendere il prodotto».

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