Veronica Gagliano: «La mixology non ha bisogno di star, ma di professionisti dell'ospitalità»

Al Roma Bar Show Veronica Gagliano racconta Night Wave e la sua idea di mixology: meno star system, più professionisti dell’ospitalità, cultura e relazioni

16 Sett 2026 - 13:45
Veronica Gagliano: «La mixology non ha bisogno di star, ma di professionisti dell'ospitalità»

BAR & WINE - Veronica Gagliano, bartender con studi in sociologia, è la fondatrice di Night Wave, format itinerante e agenzia di servizi beverage di Roma che propone dj set, cocktail station personalizzate e intrattenimento nei locali e per eventi privati.

La incontro al Roma Bar Show allo stand Mavolo, mentre prepara un Antique Sour con Antique Pelinkovac, liquore alle erbe che non conoscevo.

Che cos’è Antique Pelinkovac?
È un liquore alle erbe croato di Badel 1862, la cui storia parte da una ricetta creata da Franjo Pokorny nel 1862. È realizzato con oltre 40 erbe, frutti, radici e fiori aromatici, con l’assenzio come ingrediente centrale. Non a caso “pelin”, in croato, significa assenzio.
Ha un profilo amaro-dolce e molto aromatico. È interessante sia in miscelazione sia come post-dinner: può essere bevuto on the rocks oppure utilizzato in cocktail più strutturati.

Veniamo a te. Quanto ti sono utili sul lavoro gli studi che hai fatto in sociologia?
Moltissimo. Il bartending è un lavoro face to face: bisogna conoscere le persone, capire chi si ha davanti e intuire i gusti altrui. In un certo senso faccio la “sociologa del bar”. La formazione accademica mi ha aiutato proprio in questo.

È vero che sognavi di fare la giornalista?
Sì. Sono pubblicista. Amo la scrittura e ho frequentato un master in giornalismo. Per ottenere il tesserino, ho scritto prevalentemente di politica, anche se il mio sogno sarebbe stato quello di occuparmi di bar e ospitalità. Il problema è che il giornalismo in Italia non è un lavoro sostenibile economicamente parlando.

Poi hai fondato Night Wave...
Sì. È un’agenzia di servizi beverage di Roma. Ci occupiamo di eventi, dj set, cocktail station personalizzate ed esperienze ad hoc costruite all’interno dei locali o per feste private. Il mio obiettivo è anche quello di scardinare una certa concezione del lavoro radicata in Italia.

Vorrei costruire un modello più meritocratico e fondato sul valore reale delle persone. Sei un DJ? Un artista? Hai una competenza specifica? Entri in una squadra e collaboriamo per creare eventi che funzionino, uniscano le persone e garantiscano una giusta retribuzione a chi lavora.

Hai 31 anni e un figlio di 12. Quanto ha pesato la maternità nella tua esperienza professionale?
Molto. In passato ho lavorato anche per il mercato elettronico della pubblica amministrazione, con uno stipendio base di circa 1.200 euro che, nella mia situazione, mi ha costretta a cercare altri impieghi.
Come madre ho riscontrato grandi difficoltà a crescere professionalmente secondo principi di reale meritocrazia. Ho sempre cercato di dare il massimo: ho studiato, ottenuto borse di studio e, come dicevo prima, fatto esperienze nel giornalismo.
A un certo punto, però, ho capito che il settore del beverage e il mio progetto Night Wave mi permettevano di conciliare meglio le diverse dimensioni della mia vita: essere madre, lavorare ed essere imprenditrice.

Da esperta di comunicazione e mixology, come vedi il settore?
Detesto la tendenza ad attribuire alla mixology un’importanza sproporzionata e a trasformare il bartender in una sorta di star.
Trovo fastidiosi tutti questi “star-tender”: baristi che puntano sulla propria immagine, non sulle reali capacità professionali.

Quindi, per te l'industry si prende troppo sul serio?
A volte sì. Non stiamo facendo operazioni a cuore aperto, non siamo medici: siamo bartender e distribuiamo anche divertimento.
Questo non significa sminuire la professione. Al contrario: vorrei che, anziché costruire delle star, si formassero dei veri protagonisti dell’economia, del mestiere e della società.

Parliamo delle classifiche internazionali dei bar. Quanto contano davvero?
Offrono senz’altro visibilità ai locali, ma non sono la prova della migliore qualità.

Qual è il tuo sogno professionale?
Far crescere la mia attività, firmare grandi eventi e collaborare con importanti brand.
Ma soprattutto desidero contribuire a una mixology di qualità che non punti solo sull’aspetto economico o sull’immagine, ma sul buon bere e sul piacere di stare insieme.
Aggiungendo sempre una componente socioculturale: perché bere bene può e deve essere anche un modo per tornare a parlare di cultura, conoscenza, relazioni e bellezza.

Compila il mio modulo online.