Andy Watson: ''Basta replicare i modelli occidentali. Nel cocktail cerco il sapore autentico di un Paese''

A Delhi, durante la Cocktail Week, Nicole Cavazzuti intervista il campione del mondo IBA 2022 per tracciare le nuove rotte della mixology globale

17 Giu 2026 - 12:22
Andy Watson: ''Basta replicare i modelli occidentali. Nel cocktail cerco il sapore autentico di un Paese''

BAR & WINE - «Quando vado in un bar voglio scoprire che sapore ha quel Paese nel bicchiere».
A dirlo è Andy Watson, campione del mondo IBA 2022. Siamo a Delhi, nel pieno della Cocktail Week 2026. 

Australiano di Sydney e metà cubano, Watson oggi vive in Svezia e a 36 anni è uno dei volti più riconosciuti della bartending community internazionale. 

La sua storia inizia lavando bicchieri per mantenersi agli studi universitari. 
Dietro il bancone scopre però presto che il lavoro non significa solo fare dei drink, ma piuttosto occuparsi delle relazioni umane, dell'ascolto e delle storie dei clienti. 
Risultato? Si innamora del mestiere. 
Ha provato a lasciare il settore per inseguire la carriera di insegnante, ben due volte, ma l'ospitalità ha avuto la meglio.

Oggi è co-fondatore di OriginLMS, piattaforma di formazione certificata IBA per il settore hospitality, e Global Ambassador della International Bartenders Association. 

L'intervista: il mondo in un bicchiere

Andy, dove si sta scrivendo oggi il futuro della mixology?

Guardo con enorme interesse all'India, al Nepal, al Kosovo e alla Cina continentale. Sono Paesi che stanno attraversando una fase molto interessante: stanno costruendo una propria identità invece di limitarsi a replicare modelli occidentali. In Cina, ad esempio, molti bartender stanno sperimentando con ingredienti e sapori tradizionali, trasformando la loro cultura in forma liquida. Credo che il futuro del bartending stia proprio qui: raccontare un luogo attraverso ciò che si beve.

Se dovessi indicare la capitale mondiale del cocktail oggi, quale sarebbe?

New York, senza dubbio. Non per i singoli locali o per le classifiche, ma per la sua capacità di attrarre culture diverse e generare continuamente nuove idee. Londra resta straordinaria, ma la percepisco come più classica. In Europa, invece, vedo due città particolarmente interessanti: Berlino e Parigi. Berlino è probabilmente la mia preferita per la sua libertà creativa. Parigi, invece, sta vivendo una fase molto dinamica grazie a una nuova generazione di cocktail bar che sta spingendo la ricerca sempre più avanti.

Parliamo del fenomeno low & no alcohol. Rivoluzione culturale od operazione di marketing?

Entrambe le cose. I mocktail sono una categoria importante perché dimostrano che si può socializzare e divertirsi senza dover necessariamente consumare alcol. Allo stesso tempo, penso che molti marchi abbiano spinto troppo la narrazione commerciale. Un cocktail analcolico non dovrebbe essere visto come la copia di un drink tradizionale, ma come una proposta autonoma, con una propria identità e complessità.

Siamo qui a Delhi. Che cosa manca oggi alla mixology indiana?

Molti bartender guardano ancora troppo agli Stati Uniti, al Regno Unito o alla Scandinavia. Il mio consiglio è: abbracciate la vostra cultura. Trovate il vostro stile. Quando viaggio voglio capire che sapore ha quel Paese nel bicchiere. Non cerco la replica di un cocktail londinese servito a Delhi. La vera opportunità è raccontare il territorio attraverso ingredienti, spezie, profumi e tradizioni locali.

E quando Andy Watson si siede al bancone da cliente, cosa ordina?

Mi piacciono i cocktail secchi e amari. Apprezzo molto i prodotti a base di fernet e i digestivi complessi. Sul Negroni, però, credo di aver dato abbastanza: ne ho bevuti fin troppi nella mia vita. Oggi, anche per via della famiglia e dei figli, bevo meno ma scelgo meglio. E quando entro in un locale nuovo voglio sempre provare un signature drink. Cerco combinazioni di sapori che non ho mai incontrato prima. Per me il cocktail deve restare un'esperienza di scoperta.

Si parla spesso di una contrapposizione tra IBA e World's 50 Best Bars. Esiste davvero?

«No. Credo che siano due realtà complementari. I 50 Best spingono innovazione, creatività e nuove tendenze. L'IBA, invece, custodisce la memoria storica del mestiere. Entrambe sono necessarie. È importante che le nuove generazioni non perdano il contatto con i classici e con le basi tecniche della professione. Senza radici, anche l'innovazione rischia di diventare superficiale».

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