Orvieto DOC: la pluralità delle sue anime, dai bianchi longevi alla prima tipologia italiana a 10 gradi
Nel corso di un incontro del Consorzio Vino Orvieto, territorio, vitigni, longevità e basso grado alcolico hanno offerto una lettura della denominazione
ENTI E CONSORZI - L’Orvieto DOC appartiene a quel gruppo ristretto di denominazioni che attraversano la storia del vino italiano da oltre mezzo secolo senza aver mai smesso di interrogarsi sulla propria identità.

La denominazione ha costruito nel tempo la propria riconoscibilità su un equilibrio particolare: da una parte una forte radice territoriale, dall’altra una capacità di interpretare stagioni, mercati e sensibilità differenti senza irrigidirsi in un’unica forma espressiva.

È probabilmente questa la ragione per cui il Consorzio Vino Orvieto ha scelto di intitolare “Pluralità delle anime” l’incontro che si è svolto il 25 maggio scorso nella Sala Expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Una formula che non descrive soltanto la varietà dei vini prodotti all’interno della denominazione che si estende tra Umbria e Lazio, ma richiama la complessità di un territorio nel quale convivono suoli differenti, vitigni storici, stili produttivi diversi e persino modi differenti di immaginare il futuro del vino.
La giornata ha offerto l’occasione per osservare come questi elementi continuino a dialogare tra loro. A discuterne sono stati Vincenzo Cecci, presidente del Consorzio Vino Orvieto, l’agronomo Massimiliano Pasquini, i componenti della Commissione Tecnica Paolo Nardo e Pierpaolo Chiasso. A guidare la degustazione conclusiva è stato Riccardo Cotarella, presidente del Comitato Tecnico Scientifico del Consorzio, chiamato a ricondurre le diverse questioni emerse durante la mattinata a una riflessione più ampia sul ruolo che una denominazione storica può assumere in una fase di profonda trasformazione del settore.

Da sinistra: Pier Paolo Chiasso, Paolo Nardo e Massimiliano Pasquini
La pluralità evocata nel titolo dell’incontro trova una prima spiegazione osservando il territorio. Come ha ricordato Pasquini, il comprensorio dell’Orvieto è caratterizzato dalla presenza di suoli sabbiosi, argillosi, alluvionali e vulcanici che convivono all’interno di un’area relativamente contenuta. I fossili che ancora emergono nei vigneti testimoniano l’origine marina di questi terreni, mentre l’influenza del complesso vulcanico dei Monti Vulsini contribuisce a creare condizioni differenti anche a breve distanza.
Non è una distinzione soltanto geologica. Cambiano la disponibilità idrica, il comportamento delle vigne, i tempi di maturazione e, di conseguenza, il profilo dei vini. Quando Pasquini definisce ogni vino «l’impronta digitale di un microcosmo», sintetizza proprio questo rapporto tra luogo e risultato finale.
La stessa articolazione emerge parlando delle varietà che compongono l’Orvieto. Paolo Nardo ha ricordato come il disciplinare si fondi su Grechetto e Procanico, affiancati da varietà storiche come Verdello, Drupeggio e Malvasia Bianca Lunga. Un patrimonio che conserva la memoria dei vecchi vigneti promiscui e che continua a offrire ai produttori margini interpretativi significativi.
Territorio e varietà rappresentano il punto di partenza. La degustazione finale ha mostrato come questi elementi possano tradursi in espressioni profondamente diverse tra loro.
I quattro vini selezionati per l’assaggio raccontavano altrettante possibilità della denominazione: un Orvieto a basso grado alcolico, un Classico Superiore, una vecchia annata e una Muffa Nobile.

La scelta di Riccardo Cotarella di aprire il tasting con la tipologia a 10 gradi non è stata casuale. L’Orvieto DOC è stata la prima denominazione italiana ad introdurre ufficialmente questa possibilità all’interno del disciplinare. Come spiegato da Pierpaolo Chiasso, il risultato non deriva da pratiche di dealcolazione, ma da una diversa gestione agronomica e vendemmiale, costruita per preservare acidità, freschezza e integrità aromatica delle uve.

Da sinistra Riccardo Cotarella e Vincenzo Cecci
Nel calice il vino appare teso, agrumato, sapido. Ma il dato più interessante non riguarda soltanto il profilo sensoriale. Questa scelta pone una questione che riguarda molte denominazioni italiane: fino a che punto la tutela coincide con la conservazione dell’esistente? La risposta che emerge dall’esperienza dell’Orvieto sembra suggerire una lettura diversa. La continuità non passa necessariamente dall’immobilità. Può passare anche dalla capacità di adattare strumenti e tipologie produttive alle condizioni che cambiano, mantenendo riconoscibile il legame con il territorio.
La degustazione ha offerto una seconda prospettiva attraverso l’Orvieto Classico Superiore e, soprattutto, attraverso la vecchia annata che ha dato spazio ad un altro tema centrale nel racconto della denominazione: la longevità, una qualità spesso evocata ma non sempre dimostrata.
Nel caso dell’Orvieto la vecchia annata ha raccontato ciò che il tempo è in grado di aggiungere: le note minerali, i richiami agli idrocarburi, quella sfumatura di mandorla amara che appartiene alla memoria di molti Orvieto maturi raccontano un vino che continua a trasformarsi senza perdere identità. In una fase in cui il dibattito sul potenziale evolutivo dei bianchi sta tornando al centro dell’attenzione, la degustazione ha offerto un esempio concreto di come l’invecchiamento possa diventare una forma di valorizzazione e non soltanto una prova di resistenza. Se il vino a basso grado alcolico guarda alle esigenze emergenti del presente, la vecchia annata ricorda che la denominazione possiede anche una profondità storica capace di tradursi in valore enologico.
La Muffa Nobile completa il quadro da un’altra prospettiva ancora. Qui la storia passa attraverso una pratica produttiva che appartiene da secoli al patrimonio dell’Orvieto. L’alternanza tra umidità e ventilazione favorisce lo sviluppo della Botrytis cinerea, consentendo di ottenere vini nei quali concentrazione aromatica e acidità convivono in equilibrio.
Ascoltando gli interventi e osservando la sequenza dei vini proposti in degustazione, la sensazione è che in gioco non c’è semplicemente l’ampiezza delle espressioni produttive disponibili all’interno della DOC ma il modo in cui queste espressioni vengono tenute insieme in modo coerente.
Il vino a 10 gradi non sostituisce il Classico Superiore, la ricerca di nuove occasioni di consumo non cancella il tema della longevità, la Muffa Nobile non sopravvive come reliquia di un passato da conservare sotto vetro: ogni vino occupa uno spazio diverso all’interno dello stesso racconto.
Durante il confronto Riccardo Cotarella ha richiamato più volte la necessità di misurarsi con i cambiamenti del mercato, osservando che «si possono avere tutte le filosofie del mondo, ma se non si trovano consumatori il vino resta in cantina». Una frase che sposta il tema dalla sola dimensione tecnica a quella della sostenibilità dell’intero sistema produttivo. La scelta di introdurre una tipologia a basso grado alcolico può essere valutata anche in questa prospettiva, non come una rottura con la storia della denominazione, ma come una delle forme attraverso cui quella storia continua a confrontarsi con il presente tenendo insieme memoria, longevità, adattamento e mercato senza perdere la riconoscibilità del luogo da cui tutto prende origine.

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