Alla scoperta dell’Oriental: il classico dimenticato dal nome 'sbagliato'
A dispetto del nome, l’Oriental non ha nulla a che fare con l’Oriente: creato un secolo fa (forse) dal grande Harry Craddock, è stato ingiustamente dimenticato.
BAR & WINE - In questi giorni dominati dalle cronache dal Medio Oriente, abbiamo pensato di ripescare dai meandri della memoria un cocktail quasi dimenticato, ma un tempo molto diffuso tanto da essere stato inserito nel 1961 nella prima codifica dell’International Bartenders Association (IBA), chiamato appunto Oriental. Anche se, a dire il vero, al di là del nome il drink non ha particolari legami con l’Oriente, men che meno negli ingredienti (rye whiskey, vermouth e curaçao); in ogni caso è un buon cocktail, citato anche nei classicissimi ricettari della miscelazione di inizio Novecento, pur non essendo mai diventato così iconico da conquistare citazioni in film o romanzi di successo.
La storia e il nome
La prima citazione nota dell’Oriental è attribuita al grande bartender Harry Craddock, che nel 1930 ne inserì la ricetta nel celebre “The Savoy cocktail book”. In cui viene spiegata anche la presunta origine del drink e del suo nome: secondo il racconto, nell’agosto del 1924 un ingegnere americano, colpito da una febbre violenta mentre si trovava nelle Filippine, sarebbe stato salvato in extremis da un medico locale, il misterioso Dr. B.. Per gratitudine, l’ingegnere gli avrebbe rivelato la ricetta del drink (conosciuta chissà in che modo).
Storia affascinante: se fosse vera, l’ingegnere potrebbe essere stato colpito da dengue, malattia trasmessa dalle zanzare, strettamente legata alla febbre gialla e diffusa nel Sud-est asiatico all'epoca. Ma perché, per sdebitarsi, avrebbe passato al dottore proprio questa ricetta? In realtà, gli storici della mixology sono per lo più concordi sul fatto che, con ogni probabilità, il cocktail sarebbe stato creato a Londra, all’american bar del prestigioso Savoy Hotel, per opera dello stesso Craddock, il quale avrebbe poi inventato la leggenda dell’ingegnere e del medico per “giustificare” il nome.
A ognuno il suo Oriental
Di certo, un drink menzionato – e probabilmente creato – da un personaggio autorevole come Craddock difficilmente sarebbe potuto passare inosservato e infatti, negli anni successivi, l’Oriental appare in altri ricettari, anche se a volte con variazioni come l’utilizzo di Cointreau in luogo del curaçao o l’aggiunta di una ciliegia al maraschino o una scorza di arancia come guarnizione. Addirittura, in diversi manuali – a partire da “The official mixer's manual” di Patrick Gavin Duffy del 1934, ripreso fra gli altri nel 1947 dalla “Bartender’s guide” di Trader Vic – citano l’Oriental come una denominazione alternativa del Bronx Silver Cocktail, con gin, vermouth bianco, vermouth rosso, succo d’arancia e albume, più una fetta di ananas per decorazione.
Anche il nostro Peppino Manzi, nel 1936, in "Mille Misture" riporta la ricetta di un Oriental a base di gin anziché di rye whiskey. E ad aumentare la confusione è David Embury, che nel suo “The fine art of mixing drinks” nel 1948 scrive che, a volte, viene chiamato Oriental il cocktail Alaska, realizzato con gin e Chartreuse gialla. Insomma, è vero che l’Oriental conquista una certa notorietà, però ognuno lo interpreta a modo suo…
Nel 1961, a riordinare le idee, è appunto l’IBA, che inserisce il drink nella sua prima codifica ufficiale riprendendo in sostanza la ricetta di Harry Craddock, sia pure con qualche differenza nelle proporzioni e il limone al posto del lime.
La ricetta IBA (1961) dell’Oriental
Caduto un po’ nel dimenticatoio fra gli anni ’70 e ’80, periodo terribile per i classici della miscelazione, l’Oriental è stato rimosso dalla lista IBA in occasione della prima revisione, nel 1986 e da allora non vi è più comparso. Poco considerato anche oggi, nonostante il ritorno di popolarità della miscelazione pre-proibizionista, è stato comunque riproposto da alcuni bartender particolarmente attenti alla riscoperta delle ricette storiche. E vale la pena di assaggiarlo.
Tecnica: Shake & Strain
Bicchiere: doppia coppetta a cocktail (o Tumbler medio se on the rocks)
Ingredienti:
2/4 (40 ml) rye whiskey
1/4 (20 ml) vermouth rosso
1/4 (20 ml) curaçao bianco
2 cucchiaini succo di limone fresco
2/4 (40 ml) rye whiskey
1/4 (20 ml) vermouth rosso
1/4 (20 ml) curaçao bianco
2 cucchiaini succo di limone fresco
Una variante interessante è il James Joyce, con whiskey irlandese in sostituzione del rye whiskey, senza variazioni negli altri ingredienti né nelle proporzioni.
Oriental e food pairing
Finalmente, alla ricerca di food pairing ideali per questo drink, troviamo qualche richiamo orientale: il profilo agrumato‑speziato dell’Oriental si abbina infatti all’aperitivo con finger food come una tataki di tonno con salsa agrumata e zenzero. Ma non solo: gli esperti suggeriscono anche dei mini yakitori di pollo glassati, in cui la dolcezza della glassatura e la leggera affumicatura bilanciano la struttura alcolica del cocktail.
Bene anche l’abbinamento a salmone affumicato su blinis con aneto oppure a crostini con paté di fegatini e arancia, che esaltano sia il vermouth sia la parte agrumata del drink.
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